Giovani in fuga dall’Italia (e dalla politica)

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Fujtevenne: dalla Campania, dal Sud, dall’Italia, poco importa. A quasi 40 anni di distanza più che un’amara esortazione, quella che Eduardo De Filippo rivolse ai giovani senza speranza di allora, è la triste realtà del presente. Nel senso che ragazzi di oggi, a differenza dei padri – i quali, osservo in via del tutto incidentale, intanto sono diventati classe dirigente – stanno scappando per davvero dal Belpaese e in numero sempre crescente. L’anno scorso sono stati in oltre 124 mila, il 15% in più rispetto al 2015. Giovani, nella maggioranza dei casi, di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Ma c’è anche una buona fetta (quasi il 10%) compresa tra i 50 e 64 anni, che peraltro il Rapporto Italiani nel Mondo 2017 di  Migrantes, da cui sono tratte queste cifre, definisce senza mezzi termini “disoccupati senza speranza”.

Giovani che si muovono sulle rotte dei bisnonni, le cui mete, oggi come nel secolo scorso, sono ancora l’Argentina (dove risiedono 804mila italiani), la Germania (724mila), la Svizzera (606mila). E più ancora il Regno Unito, che soltanto nell’ultimo anno ha visto aumentare le iscrizioni all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) di ben 27.602 unità. Inutile aggiungere, ovviamente, che più della metà degli italiani residenti all’estero provengono dalle regioni del Sud e che tra gli emigrati sono aumentati i single rispetto ai coniugati. In sintesi, sono quasi 5 milioni, al primo gennaio 2017, gli italiani che vivono all’estero. 

Ovviamente, l’altra faccia di questa medaglia non è meno drammatica della prima. Nel senso che ad una popolazione che si depaupera delle più vigorose migliori risorse umane corrisponde, giocoforza, una popolazione sempre più vecchia. Anzi, l’Italia è uno dei paesi più vecchi – scrive impietosamente l’Ocse nel suo Rapporto “Preventing Ageing Unequally” – e lo sarà ancora di più nei prossimi anni, arrivando nel 2050 ad avere, ogni 100 persone che hanno tra i 20 e i 64 anni, altre 74 over 65”.

Ecco, sappiamo bene che la demografia non è tra le materie di insegnamento care alla ministra Valeria Fedeli e probabilmente neanche di interesse dei rappresentanti del governo e della maggior parte dei parlamentari e, tuttavia, è in questi dati che risiedono, probabilmente, le ragioni che alimentano il crescente populismo che tanto indigna o inorridisce taluni ben pensanti e maître à penser. E gli stessi politici che infatti nemmeno si accorgono del crescente divario che li separa dalla gente

Del reso, per quale motivo i giovani dovrebbe essere invogliati a restare in Italia se, in fondo, la prospettiva più rosea – come  certifica l’Inps – è un contratto di lavoro a chiamata (così si dice), dunque, da precario per non sai bene quanti anni, e dunque non ti consente, non dico di programmare il futuro, di sognare di metter su famiglia, di comprare la casa, ma a malapena di guadare a domani?

Ad oggi i contratti a chiamata hanno registrato un incremento del 129,5%, corrispondente all’aumento da 121.000 contratti del 2016 a 278.000 nel 2017. Va detto che nei primi otto mesi del 2017 sono stati attivati anche oltre un milione di contratti a tempo indeterminato (1.032.486 comprese le trasformazioni), che però sono pur sempre in calo del 2,5% sullo stesso periodo 2016.  

Insomma, si fa oggettivamente fatica a dare credito alle parole del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan quando, a commento della prima bozza della legge di Bilancio 2018, si parla di quasi un milione di nuovi assunti (in 3 anni), di spending review, di ecobonus, di reddito di inclusione e via discorrendo. Parole, le stesse che si ascoltano da molti anni a questa parte. 

E magari  fanno anche arrabbiare di più quelle dell’ex premier Matteo Renzi che si accorge soltanto oggi che la Banca d’Italia non ha vigilato come avrebbe dovuto sulla gestione di alcuni istituti bancari da parte di alcuni amici e conoscenti del suo giro. Così come fano arrabbiare anche i proclami che si levano in difesa dell’autonomia della stessa istituzione di via Nazionale la quale, come tutti sanno, non è più la Banca d’Italia di una volta, ma un istituto privato, peraltro con alcun potere, se non quello appunto di vigilare, e nella sostanza ridotta a poco più di una succursale periferica della Bce.

E fanno arrabbiare anche i referendum che Lombardia e Veneto, come la Catalogna, domenica svolgeranno per reclamare maggiore autonomia; e Roberto Maroni e Luca Zaia che si credono novelli Carles Puigdemont, mentre di sicuro il premier Paolo Gentiloni non è Mariano Rajoy.

E poi dici che uno… scappa.