Giovani in fuga: il punto di vista dei rappresentanti under 40

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All’indomani dell’annuncio dell’apertura del primo Centro di Sviluppo AppiOS d’Europa a Napoli,Timothy Donald Cook, amministratore delegato di Apple, ha incontrato quest’oggi a Palazzo Chigi il Premier Matteo Renzi per meglio definire quanto annunciato solo 24 ore fa attraverso il comunicato stampa dell’Azienda di Cupertino, nel quale era riportato:”L’Europa è la patria di alcuni degli sviluppatori più creativi al mondo e siamo entusiasti di aiutare la prossima generazione di imprenditori in Italia ad acquisire le competenze necessarie per avere successo. Il fenomenale successo dell’AppStore è una delle forze trainanti dietro gli oltre 1,4 milioni di posti di lavoro che Apple ha creato in Europa e presenta opportunità illimitate per le persone di tutte le età e aziende di ogni dimensione in tutto il continente.”

Secondo le prime stime l’approdo di Apple in Italia potrebbe dare vita a circa 600 posti di lavoro e fornirà ai giovani competenze pratiche e formazione sullo sviluppo di appiOS per l’ecosistema di app più innovativo e vivace al mondo. Apple lavorerà, inoltre,con partner in tutta Italia che forniscono formazione per sviluppatori per completare il curriculum e creare ulteriori opportunità per gli studenti.In tempo di crisi, ovviamente, la notizia ha subito attratto l’attenzione delle istituzioni e ancor più l’interesse dell’opinione pubblica e dei tanti giovani fiduciosi che da questa notizia sperano si possa creare vero sviluppo per il territorio e favorire il rientro dei migliori “cervelli” napoletani e campani.

Sebbene sia presto per ipotizzare cosa produrrà il grande polo europeo per lo sviluppo app, l’annuncio di Apple rappresenta sicuramente un’evidente inversione di tendenza sia sul piano industriale, con un Meridione d’Italia che torna ad essere considerato cuore pulsante del territorio, sia per arginare la diaspora dei giovani e, soprattutto, dei tanti specialisti del settore, scappati all’estero per far fronte alla scarsità di lavoro e opportunità.

Ciononostante, la “diaspora” dei tanti giovani all’estero per iniziare – in pochi casi per migliorare – la propria attività lavorativa rappresenta ancora un’emorragia di capitale umano per il nostro paese. E solo qualche giorno fa, nell’articoloL’Italia matrigna coi suoi giovani, partendo dall’ultimo report annuale della Camera di Commercio di Monza e Brianza, avevamo approfondito questo trend sempre crescente, che ha fatto registrare negli ultimi due anni un +34% di under 40 che hanno trasferito la residenza oltre confine. Tra le cause, il mutato contesto lavorativo e professionale e, in particolare al Sud, la mancanza di lavoro e opportunità, che porta i nostri giovani a fuggire dal territorio natio, diretti verso Regno Unito, Svizzera, Germania, Francia e Stati Uniti.

Ma a conferma che la crisi non risparmia nessuno, è arrivato a fine 2015 il “Quinto Rapporto sulle Previdenza Privata”, redatto dal Centro Studi dell’ADEPP, l’Associazione degli Enti di Previdenza Privati. Dall’indagine emerge, infatti, come, negli anni tra il 2005 e il 2014, i redditi dei professionisti iscritti alle casse di previdenza si siano drasticamente ridotti: -21.1% per gli avvocati, -21% per i consulenti del lavoro, -20% per gli infermieri, -17% per architetti e ingegneri. Inoltre, lo studio dell’ADEPP evidenzia che le fasce d’età con i redditi più bassi sono quelle comprese tra i 25 e i 40 anni ed in particolare i professionisti under 30 hanno in assoluto il minor reddito, al di sotto dei 13mila euro annui. Le fasce d’età con i redditi medi più elevati, nonostante la diminuzione generalizzata, sono invece quelle comprese tra i 50 anni e i 65 anni.Sul piano geografico,si registra un’Italia che continua a viaggiare a due velocità: circa 40mila euro di differenza tra il Nord, dove in Trentino Alto Adige e Lombardia il reddito medio dei professionisti si aggira sui 60mila euro lordi annui, e il Sud, con maglia nera la Calabria, circa 20mila euro lordi annui, subito seguita dalla Campania intorno ai 28mila eurocirca. E se consideriamo il periodo 2010-2014 le regioni che hanno subito in maniera più rilevante la crisi delle professioni sono Basilicata, Calabria, Molise e Campania con un -23% dei redditi medi annui.

Anche il mondo dell’imprenditoria non esce indenne dalla crisi e in particolare nel Mezzogiorno, secondo lo Svimez, si è registrato il maggior crollo degli investimenti nell’industria, ridottisi tra il 2008 e il 2014, di oltre la metà, -59,3%, più del triplo rispetto al Centro-Nord. Ci si auspica che Apple possa essere la prima di tante aziende che tornano a scommettere sul meridione. Peraltro, sempre lo Svimez ha evidenziato come il settore delle costruzioni ha cumulato, nello stesso arco temporale, un -47,4% di investimenti destinati al Sud.

Notizie altrettanto scoraggianti vengono dal comparto del commercio, dove l’Osservatorio Confesercenti ha registrato nel solo 2015 un drammatico bilancio tra aperture e chiusure di negozi, bar e ristoranti, pari a -29mila imprese. Dal 2011 ad oggi, infatti, a fronte delle circa 210mila aperture di esercizi commerciali ci sono state oltre 345mila chiusure, con un saldo negativo di 135mila imprese. In media, negli ultimi cinque anni, ogni giorno hanno aperto 115 attività e 190 hanno definitivamente abbassato la saracinesca. Anche in questo caso il processo di desertificazione, sebbene abbia interessato tutto il territorio nazionale, ha avuto maggiore intensità al Meridione, con la Sicilia a -16mila imprese, seguita dalla Campania -14mila circa, di cui solo a Napoli -2327.

Ciononostante, i timidi segnali di ripresa ci fanno ben sperare. E iniziano a susseguirsi le previsioni dei più influenti centri studi e osservatori, tra i quali lo stesso Svimez, che intravedono un principio di crescita economica e dei consumi, facendoci auspicare una concreta fuoriuscita dalla crisi, già a partire dal 2016.

Su questi temi, ed in particolare sulla fuga dei giovani all’estero, abbiamo interrogato i rappresentanti giovani delle associazioni datoriali e degli ordini professionali di Napoli e della Campania, per approfondire il punto di vista di chi, decidendo di rimanere nel territorio natio, ha dato vita alla propria attività lavorativa e quotidianamente si trova a dover affrontare le difficoltà di un mercato e di un’economia in continua evoluzione.

Susanna Moccia, presidente Gruppo Giovani Imprenditori Unione Industriali di Napoli. Trascorrere un periodo di formazione o svolgere un’esperienza lavorativa in un Paese straniero non rappresenta un disvalore, ma un modo per accrescere e realizzare la propria personalità, sfruttando le opportunità che derivano da una società multietnica dai confini volubili. Inoltre, i giovani che tornano dall’estero innescano positivi meccanismi di contaminazione sui territori di provenienza, in quanto trasmettono ai propri coetanei le nuove competenze acquisite. Il discorso cambia se si analizza il contesto in cui questo fenomeno avviene e quali sono le motivazioni. Il Mezzogiorno, infatti, è oggi ripiegato su se stesso. Una conferma è arrivata negli ultimi giorni dai numeri sul calo degli iscritti nei nostri Atenei, che segnano una brusca inversione di un trend secolare di crescita. Molti dei ‘cervelli in fuga’ sono ricercatori e accademici, che decidono di lasciare la propria terra semplicemente per trovare opportunità di lavoro, qui a volte inesistenti. Va bene quindi svolgere un’esperienza all’estero, ma per un periodo limitato e con la prospettiva di tornare. La vera domanda è: i giovani che vanno via, rientreranno mai? Ed è strettamente collegata ad un altro quesito: rifiorirà nelle città meridionali una nuova classe dirigente? La soluzione al problema non è quella di immettere un po’ di risorse qua e là. Ma di ripensare alle radici del nostro sistema economico. A partire, ad esempio, dall’attività di formazione al lavoro con l’obiettivo di creare figure professionali altamente specializzate che possano trovare una giusta collocazione nel contesto imprenditoriale e nei settori che registrano margini di crescita, come il turismo, l’agroindustria, l’aerospazio, il tessile e la moda. Allo stesso tempo, però, è necessario anche rendere questo pezzo d’Italia competitivo, non solo a vantaggio dei talenti meridionali e italiani, ma anche per attrarre investimenti e capitali stranieri. Per questo motivo, sono assolutamente necessari interventi strutturali di modernizzazione dei territori.

Alfredo Maria Serra, presidente Associazione Giovani Avvocati di Napoli.La puntuale fotografia di un esodo di giovani competenze verso l’estero, o comunque verso ambiti territoriali diversi da quelli di origine, segna una mobilità lavorativa in uscita a tutto svantaggio delle zone da dove ci si allontana. In alcuni casi questo riflette esigenze e ambizioni personali, in altri (la maggior parte) è il frutto di una scarsità di prospettive endogena, cioè la cui causa va ricercata nella mancata concreta attenzione ai “giovani”. Per quello che concerne la giovane avvocatura, la mancanza di opportunità è dovuta anche ad un numero significativo di professionisti che rende l’offerta di prestazione più che satura. Cosa fare? Certamente nel lungo periodo una maggiore razionalizzazione degli ingressi all’università aiuterebbe. Nell’immediato, il problema va affrontato con uno sguardo diinsieme: e cioè solo attraverso politiche di ampio sviluppo territoriale , che risollevino l’economia sana di determinate zone, si può favorire la controtendenza all’esodo anche dei giovani professionisti.

Matteo De Lise, presidente Unione Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Napoli. L’unione giovani commercialisti di Napoli crede fortemente nel rilancio di questa città. Anche in considerazione della scelta di “restare” fatta da molti di noi, l’unica alternativa rimasta è la crescita economica e culturale di tutto il tessuto cittadino. Noi crediamo che la formazione e l’incontro fra tutti gli elementi attivi sia alla base del rilancio della nostra città e tutte le nostre iniziative nascono in questa direzione

Lucio Falconio, presidente Associazione Giovani Farmacisti di Napoli. La situazione del giovane farmacista laureato bene e in tempo è ormai assai complessa in termini di assorbibilità dello stesso sul mercato del lavoro. La domanda è altissima e l’offerta bassa, nonostante i tanti sbocchi professionali sulla carta (farmacie private, parafarmacie, farmacie ospedaliere, farmacie comunali, ricerca di base, ricerca di secondo livello, informazione scientifica, mercato dell’import e dell’export, aziendale e produttivo). Il mercato del lavoro estero in particolare il britannico attrae da quasi un decennio i giovani colleghi italiani e di recente si è aggiunto anche quello tedesco in particolare nei settori aziendali/produttivi ma anche di quello di farmacie al pubblico. Le motivazioni sono sempre le stesse: più offerta con cui confrontarsi e più remunerazione salariale. Mentre per il primo caso gli interventi dovrebbero essere strutturali con dinamiche finanziarie a rendere il nostro territorio interessante per chi potrebbe investire in impianti di produzione, nel secondo caso ci troviamo dinanzi ad un paradosso. Sì perché sebbene il sistema farmacia è da sempre uno dei servizi che la collettività percepisce come il più sicuro e veloce in termine di capillarità sul territorio e reperibilità del bene farmaco, il legislatore negli ultimi dieci anni si è impegnato a distruggerlo, piuttosto che potenziarlo. La convenzione tra Stato e farmacie è scaduta da più di 10 anni; il contratto collettivo nazionale era vetusto già negli anni ’90; la ricerca di base ha poca capacità di assorbibilità per motivi di carenza di investimenti. Già se si intervenisse in questi 3 campi, la fuga dei cervelli toccherebbe meno il comparto farmaceutico.

Raffaele Marrone, presidente Gruppo Giovani Confederazione Italiana della Piccola e Media Industria di Napoli. È ingiustificabile e inaccettabile che il Sud s’impoverisca non solo dal punto di vista imprenditoriale e industriale, ma sociale e intellettuale. L’esodo forzato – perché di questo si tratta – di migliaia di giovani professionisti da Napoli e da tutta la Campania, costretti a cercare al nord o all’estero quella fortuna che qui non troverebbero, è la sconfitta di trent’anni di politiche assistenzialistiche nel Meridione.Oggi, la politica guarda con disinteresse a questi fenomeni che invece sono gli indicatori di una crisi provocata da sciatteria e ignavia. Aspettiamo risposte concrete, ora. Ma i migliori cervelli in fuga sono la «Terra dei fuochi» della nostra generazione.

Vincenzo Caputo, vicepresidente nazionale Gruppo Giovani Imprenditori Unione Industriali. Quella che ora è una piaga deve diventare un’opportunità. Ricordiamoci che i grandi Paesi europei e mondiali sono ripartiti grazie a politiche sull’immigrazione attente e soprattutto visionarie. Bisogna cogliere e intravedere in questa crisi le opportunità che possono derivarne, valorizzando le persone che arrivano nel nostro Paese dotate di competenze e background formativi di tutto rispetto. Per quanto riguarda invece la fuga dei cervelli, sono convinto che questo fenomeno potrebbe non essere considerato un problema nel momento in cui queste persone vanno all’estero per approfondire tematiche e cimentarsi in settori tipici dei Paesi esteri. Purtroppo, troppo spesso ciò non accade e i giovani vanno via dall’Italia alla ricerca di una qualsiasi opportunità lavorativa. Bisogna invece invertire la rotta: occorre che nel nostro Paese siano incentivate le tante eccellenze, valorizzandole, per far sì inoltre che ciascun territorio, con le proprie peculiarità, possa diventare attrattivo per cervelli esteri che vengano in Italia per migliorarsi e competere.

Massimiliano Castellone,pastpresident Associazione Giovani Avvocati di Nola. Ancora oggi, con una società che si modifica alla velocità della luce, che richiede sempre maggiore competenza e professionalità, l’Italia si consente il lusso di perdere le sue giovani menti più brillanti. Bisogna arrestare questa emorragia. Come? Sarò scontato, ma la ricetta è, a mio parere, premiare il merito e modernizzare il sistema-Paese. Chi se ne va, infatti, è chi ha costruito con sacrificio le sue legittime ambizioni ed aspirazioni e le vede mortificate da un Paese che sembra voler mettere a tacere chi vale. Anche nell’avvocatura la situazione non è diversa. L’AIGA da sempre combatte in favore della modernizzazione della classe forense e di una maggiore meritocrazia nell’ambito del nostro ceto. Nel biennio appena concluso, abbiamo parlato di riforma dei percorsi universitari (troppo spesso slegati dalle esigenze della contemporaneità), di accesso alla professione (l’esame di abilitazione, così com’è oggi, è una farsa che mortifica chi vale ed investe quotidianamente nella propria formazione e professionalità), di europeizzazione ed internazionalizzazione dell’avvocato, di avvocati-arbitri (selezionati con sistemi assai stringenti in grado di premiare solo i soggetti realmente meritevoli). Qualche passo in avanti c’è stato e qualche risultato è stato raggiunto. Pian piano si sta raggiungendo la consapevolezza che solo favorendo il merito arresteremo la fuga di cervelli ormai atavica e svilupperemo un circolo virtuoso in grado di farci raccogliere le sfide future. Sia chiaro, è un cammino difficile, che trova forti resistenze da parte di quel pezzo di Paese a cui non giova la meritocrazia. Ma va portato avanti con tenacia per assicurare ai nostri figli un’Italia migliore.

Ludovico Capuano, presidente dell’Associazione Italiana Giovani Notai. Non c’è dubbio che i dati ci mostrano giovani in fuga dal meridione. Sta però a noi che abbiamo deciso di lavorare sul territorio la sfida di far si che questi stessi giovani vengano invogliati a ritornare. La creazione di un nuovo tessuto imprenditoriale, supportato dai giovani professionisti(cosa che oggi già stiamo facendo insieme a giovani avvocati e commercialisti, insieme ai giovani di confcommercio Napoli con lo sportello I’mpresa),dovrà essere l’obiettivo che tutti, insieme, dobbiamo darci, per evitare da un lato le fughe all’estero, dall’altro che i giovani che rimangono vengano convogliati verso l’illegalità, non fosse altro per motivi di necessità. La notizia dell’apertura del Centro di Sviluppo di Apple è sicuramente una notizia positiva e, magari, potrà far si che Napoli e la Campania diventino la Silicon Valley d’Europa.