Giovanni Gaggia, tre domande sull’arte

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in foto Giovanni Gaggia, Quello che doveva accadere, 2020 (ph Annaclara Di Biase)

L’occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Azzurra Immediato

Interloquire con un artista non è mai solo un “parlare”; è sempre come aprire una finestra su un universo di pensiero spesso celato che abbisogna d’esser scoperto, guardato e letto con attenzione ma anche con meraviglia e desiderio di stupirsi. Quanto meno, ciò è quel che accade quando, attraverso il format delle 3 semplici domande, scelgo di dialogare con artisti pronti a raccontarsi e a ragionare sull’arte in maniera libera. In questa sorta di ricognizione sul campo, italiano e non, ho incontrato Giovanni Gaggia, amico, artista e anima di Casa Sponge, nell’entroterra marchigiano. Un artista poliedrico, un performer ma non solo, un videoartista ma non solo, indefinibile, per certi versi ma decisamente impegnato su temi del sociale, politici e talvolta molto scomodi, temi che indaga attraverso plurimi linguaggi e grammatiche, tuttavia, sempre riconducibili alla sua poetica. Abbiamo lavorato insieme in occasione di Imago Murgantia, nel 2019, kermesse curata da Massimo Mattioli e dalla sottoscritta, dove Gaggia ha tradotto un’opera presentata in Biennale a Venezia nel maggio precedente e che, a Morcone (Bn) ha preso vita grazie ad azione e performances site specific, anche grazie a Massimiliano Mazzei. Le 3 domande de L’Occhio di Leone, raggiungono Gaggia all’indomani di un nuovo progetto, nato nel dicembre 2020, ‘Quello che doveva accadere’, un progetto avviatosi 10 anni fa e che ha preso forma ad Ancona: “Una meditazione intima e personale sulla funzione civile, sociale e politica dell’azione creativa che si sviluppa ed evolve in un lungo arco di tempo con numerose azioni performative. Questo processo trova compimento a quarant’anni dalla strage di Ustica, nella città della famiglia Davanzali, armatori e azionisti di maggioranza di Itavia il cui DC-9 fu abbattuto il 27 giugno del 1980 da un missile in tempo di pace. Una tragedia che causò ottantuno vittime cambiando la sorte di molte famiglie e lasciandosi dietro uno strascico di segreti e di dolore”, si legge nel testo che accompagna il progetto a cui ho avuto il privilegio di partecipare insieme con molti altri colleghi ed amici. Ora, cari lettori, la parola a Giovanni Gaggia.

Cos’è per te l’Arte?
Leggere e guardare quelle sei parole insieme mi fa pensare ad un ricamo perfetto. Lo immagino sospeso, in un palazzo vuoto, in un hangar, all’inizio di un corso di una qualsiasi città o a campeggiare tra un albero e l’altro su un sentiero di un bosco. Significherebbe generare meraviglia immediata ed infiniti quesiti. Effimero e dilaniante.

“Quello che doveva accadere” è il tuo ultimo progetto, sviluppato per il Museo Tattile statale Omero di Ancona. Qual è la genesi di questo lavoro?
L’importanza delle parole: la parola Ultimo, associata a “Quello che doveva accadere”, fa sorgere in me quesiti infiniti perché si parla di un segmento importante della mia vita. Sono dieci anni di ricerca, di viaggi, di incontri, di dialoghi, di mostre, progetti e dibattiti. È il mio cammino più lungo. Quindi è sempre dentro me, mi ha accompagnato nella mia crescita di uomo prima che di artista. Tutto nasce dalla visita al museo per la memoria di Ustica nel 2011, in quel periodo studiavo il sangue e la sua simbologia. Da lì nacquero una serie di tavole, impronte di cuori reali, tracce ematiche, intorno alle quali disegnai alcuni oggetti ritrovati nel mare di Ustica associandoli a parte delle ultime parole del capitano, tratte dalla scatola nera. Sono segni leggeri a matita che si intrecciano con farfalle in volo. Queste opere fecero il loro percorso. Nel 2013 fui invitato a Palermo per un progetto dedicato a Santa Rosalia, nei palazzi di Bilotti Costantino e di Napoli. Rimasi folgorato dalla Cavallerizza: umida e buia mi ricordò la carlinga di un aereo. La suggestione mi fece esprimere la volontà di proseguire il progetto su Ustica iniziato anni prima. Poco dopo incontrai Daria Bonfietti, Presidente dell’Associazione dei parenti delle Vittime della Strage di Ustica. Al museo per la memoria, di fronte al relitto, fu lei a pronunciare la frase: “QUELLO CHE DOVEVA ACCADERE”. Nel 2015 nacque un arazzo, con la frase ricamata fino alla penultima lettera, fu esposto nella Cavallerizza. L’ultima lettera fu realizzata il giorno del trentacinquesimo anniversario. Fu un viaggio al contrario, da Palermo a Bologna, quello che definii della memoria viva. Dopo anni di ricerche e studi, la tappa di Ancona avvenne nel 2017 con una performance ed un video. Ora vi è invece un’opera che rimarrà per sempre nella città dorica che fu di Aldo Davanzali, azionista di maggioranza dell’Itavia, azienda proprietaria del DC9. L’opera si compone di un nuovo arazzo, come se il primo fosse stato propedeutico al secondo, accolto dal Museo Tattile Statale Omero; uno dei pochi musei tattili al mondo. Un arazzo di più di tre metri, con la frase “Quello che doveva accadere” ricamata in braille e accompagnata da 36 voci, nell’idea di un processo collettivo e di un archivio vivo. Artisti, scrittori, giornalisti, curatori, Daria Bonfietti e le figlie di Aldo Davanzali hanno (avete) risposto ad una mia domanda: analizziamo i termini Tempo e Giustizia in relazione a questa tragica vicenda, inoltre, se lo è stato, che valore ha l’aver affidato la memoria all’arte?”

Cosa si aspettano gli artisti, oggi, secondo te, dai mediatori culturali, dai galleristi, critici, curatori, giornalisti e, soprattutto, dalle istituzioni pubbliche e private, anche alla luce del fatto che rivesti un duplice ruolo, quello di artista e di ideatore di Casa Sponge?
In questo preciso momento storico mi auguro che gli artisti non si aspettino più nulla da molte delle categorie da te citate. La pandemia mi sembra abbia anestetizzato un sistema, non posso pensare che sia stato spazzato via anche se per certi versi mi piacerebbe. Al momento mi appare come la scena perfetta di un crimine di un banale serial tv. Siamo in una villa, appartenuta ad una nobiltà decaduta, all’interno di una tenuta immensa: varchi la cancellata, la via con i cipressi, dietro il roseto abbandonato. All’interno, le stanze ancora ammobiliate, dove tutto è coperto rigorosamente da lenzuola bianche e sopra secoli di polvere. Credo sia il tempo perfetto per gli artisti di preoccuparsi delle loro opere. Sul finire del nostro botta e risposta, ti lascio scrivendoti che il mio ruolo è sempre uno. Casa Sponge l’ho costruita nello stesso modo in cui genero un’opera, tanto che la considero la mia più grande performance. Dovresti interpellare Giuseppe Stampone, fu il primo a definirlo un meta progetto…

… E sulla scia del suggerimento di Giovanni Gaggia e prima di interpellare Giuseppe Stampone, ecco che l’immagine allegorica appena descritta, l’antica e polverosa villa, diviene perturbante incubo tangibile, sembra quasi di esservi al suo interno e, lo ammetto, la polvere toglie l’aria e occulta la vista. Ed è in questo preciso istante che rischiare, seguendo l’arte, significherà rischiarare.

in foto Giovanni Gaggia, Quello che doveva accadere, performance, 2017, porto Antino, Ancona (ph Michele Alberto Sereni)
in foto Giovanni Gaggia, Cuore a Dio, mani al lavoro, ceramica, 2020, con la collaborazione di Massimo Uberti