Giù le mani dalle nostre banche

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Nel 2015 i primi sette istituti di credito italiani hanno registrato complessivamente utili su base annua pari a 5,7 miliardi di euro, in crescita di oltre 7,4 miliardi rispetto all’anno 2014, confermando il trend congiunturale positivo del Paese dopo sette anni di crisi economica nonostante l’inevitabile incremento dei crediti deteriorati causato dall’onda lunga della recessione.

Per comprendere l’attuale stato di salute del sistema bancario italiano è il caso di fare un confronto con gli istituti di credito dei principali Paesi dell’Eurozona: le statistiche mettono in luce che le nostre banche sono in assoluto le meno esposte verso il settore immobiliare (che ha innescato la crisi in alcune economie europee) e verso i Paesi emergenti (che stanno affrontando una difficile fase economica) e, inoltre, presentano un tasso di copertura dei crediti deteriorati tra i più elevati del continente; infine, le principali banche tedesche e francesi, a differenza dei nostri istituti di credito, hanno fatto un notevole ricorso agli strumenti finanziari derivati, responsabili della crisi finanziaria esplosa tra il 2007 e il 2008, i quali non sono stati oggetto di verifica da parte dell’Autorità di vigilanza europea negli stress test degli ultimi due anni.

Ciò nonostante, il recente salvataggio di quattro banche regionali (novembre 2015) ha generato nuovamente un clima di panico e di sfiducia nei confronti dell’intero settore bancario italiano che è stato protagonista nei primi due mesi del 2016 di una clamorosa caduta dei corsi borsistici, generata dall’eco che nuovamente si è data al tema dei crediti deteriorati. La riforma delle banche popolari, l’autoriforma delle fondazioni bancarie e la riforma delle banche di credito cooperativo, provvedimenti che nel 2015 hanno di fatto generato radicali mutamenti nel settore invertendo dopo anni il clima di sfiducia degli investitori, sono dunque stati dimenticati in poche settimane, alla stregua degli ottimi dati reddituali e patrimoniali realizzati nell’ultimo anno.

Per scongiurare la crisi di nervi, ancora una volta, è stato necessario un intervento di natura straordinaria del governatore della BCE, Mario Draghi, che lo scorso mese di marzo ha messo in campo tutto l’arsenale a disposizione per combattere la deflazione e, soprattutto, per far ripartire il credito bancario. La misura più rilevante è relativa a una serie di operazioni di rifinanziamento a lungo termine per il sistema bancario, della durata di quattro anni, a condizioni favorevolissime, ovvero a un tasso d’interesse massimo pari a zero e minimo che, su volumi crescenti di richieste, può arrivare sino a un tasso negativo dello 0,4%. In definitiva, per le banche che sfrutteranno al massimo la capacità di credito al sistema economico, la BCE chiede indietro tra quattro anni meno soldi di quelli che presta; si tratta di un provvedimento di portata storica che punta ad alimentare il canale di trasmissione diretto del sistema creditizio, unitamente a quello indiretto che deriva dal calo dei tassi di interesse e dagli acquisti di titoli sul mercato.

In secondo luogo, per cancellare una volta per tutte i “crediti deteriorati” dal vocabolario degli speculatori, è stato recentemente creato, con il coordinamento del governo italiano e dei principali gruppi finanziari del Paese, un veicolo di investimento privato denominato “Fondo Atlante”, con una dotazione iniziale di circa sei miliardi di euro. “Atlante” avrà due compiti fondamentali: garantirà la sottoscrizione dei futuri aumenti di capitale delle banche italiane (a partire dai prossimi collocamenti degli istituti di credito Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca) e, inoltre, potrà acquistare le obbligazioni subordinate di ogni grado ai prezzi di mercato e i crediti deteriorati, anche le cosiddette tranche “junior” (le meno garantite), ai prezzi iscritti in bilancio (circa il 50% del valore nominale), certificando di fatto la congruità degli stessi e quindi eliminando qualsiasi elemento di incertezza nella valutazione dei nostri istituti di credito.

La costituzione del “Fondo Atlante” che, con il ricorso alla leva, potrà avere una potenza di fuoco fino a ottanta miliardi di euro, ha generato una forte ripresa dei titoli azionari e obbligazionari delle principali banche italiane, arrestando bruscamente il pericolosissimo e ingiustificato movimento ribassista partito nel mese di dicembre 2015.

L’auspicio è che, una volta per tutte, i burocrati di Bruxelles guidati dall’Autorità di vigilanza bancaria europea e gli speculatori di ogni genere mettano “giù le mani” dai nostri istituti di credito, evitando un vero e proprio esproprio a prezzi da saldo di uno dei settori chiave dell’economia del nostro Paese.