Giudizio e pregiudizio, onore delle armi al commissario Arcuri

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in foto Domenico Arcuri

Eravamo un popolo di santi poeti e navigatori. Col tempo siamo diventati un popolo di allenatori di pallone, presidenti del consiglio e commissari straordinari. Siamo tutti (o in gran parte) esperti di come schierare in campo una squadra per vincere il campionato, come gestire un paese in tempi normali e in tempi di crisi, come intervenire con successo nelle faccende più urgenti e complesse. Insomma, saremmo sempre e comunque la persona giusta al posto giusto nel momento giusto.
Il caso di Domenico Arcuri, chiamato in fretta e furia dal premier uscente Giuseppe Conte per approvvigionare l’Italia dei dispositivi medici utili a contrastare il Covid, è più che emblematico. La reazione della rete alla notizia del suo avvicendamento con il generale dell’esercito Francesco Paolo Figliuolo (a cui vanno naturalmente gli auguri di buon lavoro) è stata di allargata soddisfazione. Come se si fosse levato un peso al buon funzionamento della macchina della Protezione civile.
Nessun riferimento al tempo dell’assunzione dell’incarico, quando la nazione era allo sbando per la mancanza di mascherine guanti e tutto il resto; nessun riguardo all’eccezionalità del compito, mai affrontato prima d’ora in un clima di comprensibile impazzimento e di sfrenata competizione tra gli Stati per l’accaparramento del prezioso materiale (prima che l’Unione europea decidesse di muoversi in accordo); nessuna attenuante per le resistenze che si sono dovute superare in società corporative.
Certo, si sarebbe potuto fare di meglio e in modo più rapido. In teoria, naturalmente. Perché nessuno ha la controprova. Al momento dell’impresa gli italiani chiedevano, giustamente, di potersi difendere dal virus senza andare troppo per il sottile (che bisogno ci sarebbe stato, altrimenti, di nominare un commissario?) perché l’esigenza primaria era salvarsi la vita. E muovendosi in un terreno incognito, per usare un’espressione diventata familiare, Arcuri ha dovuto soddisfare la richiesta.
Gli è stato contestato un eccesso di protagonismo per la presenza costante alle conferenze stampa tenute dai virologi (tutt’altro che compatti nel dispensare la loro scienza). Ma se non vi avesse partecipato e si fosse chiuso nel mutismo che pure gli sarebbe congeniale lo avremmo di sicuro accusato di non voler comunicare, di non aver rispetto per l’ansia dei cittadini incollati alla tv per conoscere l’andamento della pandemia minuto per minuto. Qualsiasi cosa avrebbe fatto, sarebbe stata sbagliata.
I tanti, i troppi, che hanno esultato al suo allontanamento da parte del neo presidente Mario Draghi – che ha dovuto lanciare un segnale anche politico di discontinuità – dimenticano o non sanno che stanno tranciando giudizi su un uomo dalla solida formazione (Nunziatella e poi Luiss) e dall’invidiabile curriculum professionale avendo lavorato ai massimi livelli per colossi privati come Arthur Andersen e Deloitte Consulting dove guadagnava il triplo di quanto ha poi accettato, sia pur malvolentieri, di ricevere.
È stato definito bulimico per aver cumulato gli incarichi a Invitalia, Ilva, Bagnoli e dovunque fosse chiamato a sbrogliare una matassa. Si è persino occupato di dotare le scuole di banchi a rotelle su precisa indicazione dell’esecutivo accettando di fare la parte del parafulmine. E sì, forse si è dimostrato troppo accondiscendente nei confronti di chi gli chiedeva di mettere testa e faccia su troppe intricate faccende finendo con l’incappare nelle maglie della rete giudiziaria sia pure, al momento, come parte lesa.
Che per il personaggio si nutra simpatia o antipatia basta avere una minima confidenza con la complessità della macchina amministrativa e la farraginosità di leggi e regolamenti per comprendere che la sfida era tra le più dure da vincere. Da civile, gli è stata affidata una specie di missione impossibile tanto è vero che per rendere più spedita la campagna vaccinale è dovuto scendere in campo l’esercito dove il sistema del comando non ammette intralci e gli ordini sono eseguiti senza indugi.
E dunque, considerando il contesto eccezionale e che errare resta umano, invece di infierire dalla comoda postazione di una tastiera – gettando magari un velo sulla qualità delle proprie prestazioni – sarebbe stato più onesto tributargli l’onore delle armi. Non è mai troppo tardi. Anche perché di fronte a episodi del genere sarà sempre più difficile trovare chi vorrà intestarsi battaglie difficili mettendo a rischio reputazione e posizione. Imboscarsi sarà sempre più fruttuoso che mettersi in gioco.