Giulio Regeni: famiglia, non era uomo dei servizi segreti. Sentiti due nuovi testimoni

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Due nuovi testimoni sono stati sentiti dalla polizia egiziana, alla presenza di investigatori italiani, nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni. Si tratta, secondo quanto si è appreso a Roma, di due inquilini del palazzo in cui viveva il ricercatore universitario italiano. Sarebbero stati convocati per chiarire le circostanze, riferite da altri testimoni la cui attendibilità è tuttora oggetto di verifica, della presunta richiesta di informazioni su Regeni fatta da sconosciuti all’interno dell’immobile.

Intano la famiglia Regeni, attraverso il proprio legale, “smentisce categoricamente ed inequivocabilmente che Giulio sia stato un agente o un collaboratore di qualsiasi servizio segreto, italiano o straniero”. “Provare ad avvalorare l’ipotesi che Giulio Regeni fosse un uomo al servizio dell’intelligence – prosegue la famiglia – significa offendere la memoria di un giovane universitario che aveva fatto della ricerca sul campo una legittima ambizione di studio e di vita“.

Una trentina tra amici, colleghi e professori universitari: sono i contatti via Skype e Facebook con i quali Giulio Regeni aveva rapporti quotidiani dal Cairo e sui quali ora si concentra l’attenzione degli inquirenti italiani per ricostruire la ‘rete’ delle relazioni del ricercatore friulano. E, soprattutto, per capire chi in quella rete potrebbe averlo portato, indirettamente, alla morte.

Perché chi sta cercando di dare un nome e un volto a chi lo ha brutalmente picchiato e torturato, ha raggiunto la ragionevole certezza che Regeni sia stato ucciso per le informazioni raccolte nel suo lavoro.

Informazioni che qualcun altro potrebbe aver commissionato per altri scopi o utilizzato per passarle ad altri soggetti.

Giulio, hanno accertato gli investigatori grazie all’analisi del computer consegnato dai genitori, teneva conversazioni quotidiane: chat in cui il ragazzo scambiava opinioni con colleghi e professori, inviava i report sui suoi incontri con esponenti dei sindacati indipendenti e dei venditori ambulanti, manteneva la corrispondenza con chi seguiva i suoi studi. Gli inquirenti – alle prese con i continui depistaggi, come quello del supertestimone che si è presentato in ambasciata dicendo che Giulio sarebbe stato preso da due poliziotti attorno alle 17.30, salvo poi esser smentito sia dalla telefonata di Gervasio sia dalla chat con la fidanzata del giovane – vogliono dunque capire se questa mole di informazioni, in qualche modo uscita dal circuito accademico e finita nelle mani di qualcuno, possa aver portato Giulio ad entrare nel mirino di chi, poi, lo ha ridotto nel modo in cui è stato trovato la sera del 3 febbraio.

 

Due nuovi testimoni sono stati sentiti dalla polizia egiziana, alla presenza di investigatori italiani, nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni. Si tratta, secondo quanto si è appreso a Roma, di due inquilini del palazzo in cui viveva il ricercatore universitario italiano. Sarebbero stati convocati per chiarire le circostanze, riferite da altri testimoni la cui attendibilità è tuttora oggetto di verifica, della presunta richiesta di informazioni su Regeni fatta da sconosciuti all’interno dell’immobile.

Intano la famiglia Regeni, attraverso il proprio legale, “smentisce categoricamente ed inequivocabilmente che Giulio sia stato un agente o un collaboratore di qualsiasi servizio segreto, italiano o straniero”. “Provare ad avvalorare l’ipotesi che Giulio Regeni fosse un uomo al servizio dell’intelligence – prosegue la famiglia – significa offendere la memoria di un giovane universitario che aveva fatto della ricerca sul campo una legittima ambizione di studio e di vita“.

Una trentina tra amici, colleghi e professori universitari: sono i contatti via Skype e Facebook con i quali Giulio Regeni aveva rapporti quotidiani dal Cairo e sui quali ora si concentra l’attenzione degli inquirenti italiani per ricostruire la ‘rete’ delle relazioni del ricercatore friulano. E, soprattutto, per capire chi in quella rete potrebbe averlo portato, indirettamente, alla morte.

Perché chi sta cercando di dare un nome e un volto a chi lo ha brutalmente picchiato e torturato, ha raggiunto la ragionevole certezza che Regeni sia stato ucciso per le informazioni raccolte nel suo lavoro.

Informazioni che qualcun altro potrebbe aver commissionato per altri scopi o utilizzato per passarle ad altri soggetti.

Giulio, hanno accertato gli investigatori grazie all’analisi del computer consegnato dai genitori, teneva conversazioni quotidiane: chat in cui il ragazzo scambiava opinioni con colleghi e professori, inviava i report sui suoi incontri con esponenti dei sindacati indipendenti e dei venditori ambulanti, manteneva la corrispondenza con chi seguiva i suoi studi. Gli inquirenti – alle prese con i continui depistaggi, come quello del supertestimone che si è presentato in ambasciata dicendo che Giulio sarebbe stato preso da due poliziotti attorno alle 17.30, salvo poi esser smentito sia dalla telefonata di Gervasio sia dalla chat con la fidanzata del giovane – vogliono dunque capire se questa mole di informazioni, in qualche modo uscita dal circuito accademico e finita nelle mani di qualcuno, possa aver portato Giulio ad entrare nel mirino di chi, poi, lo ha ridotto nel modo in cui è stato trovato la sera del 3 febbraio.