Giuseppe Leone e Max Coppeta: due generazioni a confronto. Guardando la luna: finissage al Relais Métis di Napoli

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L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte, in Italia e all’estero, avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Chiara Fucci

La luna è da sempre un topos che ispira innumerevoli artisti; pensando anche solo alla scrittura, appare fortemente simbolico come il satellite risulti citato già nel primo testo che segna ufficialmente la nascita della letteratura italiana: il Cantico delle Creature di Francesco D’Assisi. Da allora in poi, molti sono gli artisti che nei secoli hanno fatto della luna una vera e propria musa, o anche un’ interlocutrice, rendendola quasi una trasposizione del proprio inconscio.

Fra gli scrittori che la luna ha reso propri proseliti, rientra anche Michele Sovente, il quale la nomina più volte nei suoi scritti e nel 1981, rivolgendosi a Giuseppe Leone – in una poesia poi raccolta in L’eco dell’Ombra, sodalizio fra le pitture di Leone e i testi di Sovente – scrive: «Dipingi Giuseppe, conservami la Luna, tienila stretta nell’occhio grigio-mansueto, falla cantare per almeno altri cent’anni sulla tua tela». Queste parole appaiono quasi un monito, a cui l’artista sannita non si è decisamente sottratto, e risultano oggi profetiche se si pensa che proprio la luna è il collante di un incontro artistico tra Giuseppe Leone e Max Coppeta, il cui frutto è stato Guardando la luna, mostra curata da Stefania Trotta all’interno della rassegna della seconda edizione di Camere d’arte, al Relais Métis di Napoli. 

Due generazioni a confronto, quelle di Leone e Coppeta, che si misurano sulla visione del satellite, mostrando congiunzioni e divergenze. Nell’immaginario di Giuseppe Leone la luna non è sicuramente un tema inesplorato, già nel 1982, in alcuni suoi appunti, l’artista la definiva come «[..] intreccio di storie che emergono dai silenzi e dai frammenti dell’inconscio collettivo, la luna come chiave dell’universo», visione assimilabile a quella leopardiana della luna “solinga” e “peregrina”, colei che dall’alto osserva ogni cosa, una sorta di silenzioso contenitore di segreti mortali. Il satellite, nell’immaginario di Leone, è dunque elemento onnisciente che «[..] la fantasia come chiave dorata che vuole violare i misteri della luna» ha il prestigioso compito di provare a raggiungere. E proprio il mistero sembra essere il trait d’union con la visione di Max Coppeta, fautore di un’arte salvifica, in continuo divenire, non circoscritta a una sola possibile chiave interpretativa ma aperta alle contaminazioni. L’artista – contraddistinto da un approccio scenografico e multimediale che gli deriva dai suoi studi – attraverso i suoi lavori ha spesso fatto riferimento a eventi naturali, riflettendo sulla possibilità di riprodurli artificialmente perché, come da lui stesso dichiarato in un’intervista, «le opere devono svelare i misteri della natura» e riportare l’uomo a contatto con essi. Riguardo alla protagonista di questa mostra, la luna, Coppeta la definisce «un punto di riferimento per orientarsi sulla Terra, ma pur sempre un satellite avvolto nel mistero», una sorta quindi di corpo dicotomico, che pur regolando gli equilibri del nostro pianeta e rappresentando l’ago della bussola, allo stesso tempo si presenta avvolto da una forza oscura, equivalente del lato tenebroso di ogni uomo, insomma un punto di riferimento che collima con un mondo sconosciuto ma che «invita l’uomo a ricercare il significato reale delle cose affrontando difficoltà e pericoli». 

Sono queste le visioni che i due artisti hanno rappresentato in occasione del progetto espositivo Camere d’arte, contribuendo alle innumerevoli interpretazioni che la forza evocatrice della luna è riuscita a far produrre lungo i secoli e concedendo all’arte il potere di ridurre la distanza apparentemente incolmabile con il nostro pianeta, forse anche per provare, come Astolfo, a recuperare sulla luna ciò che sulla Terra non c’è più.