Giuseppe Leone, le fratture del tempo diventano arte: da stasera la mostra a Palazzo Ricca

Intervista esclusiva a Giuseppe Leone alla vigilia del vernissage a Palazzo Ricca: un dialogo profondo sulla sua scrittura segnica che cura le fratture del tempo. 

Si inaugura stasera (giovedì 24 settembre) a Palazzo Ricca la mostra di Giuseppe Leone “Il silenzio delle carte. La voce del corpo”, a cura di Noemi Verdeoliva. Aperta fino al 22 ottobre all’interno dell’Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli, l’esposizione integra le opere del maestro sannita con le geometrie degli scaffali storici, creando un’installazione totale dove la memoria dei documenti incontra la scrittura segnica dell’artista. 

“Questa mostra è diversa da tutte le altre: la devi attraversare con le tue riflessioni”, suggerisce Leone, svelando un percorso espositivo che scava a fondo nella complessa dimensione antropologica e nel passato di Napoli. Tra pezzi di carta strappati, ex voto, sfere dorate di luce, busti classicheggianti, la maschera di Pulcinella e le suggestioni legate alle anime del Purgatorio, l’artista reinterpreta anche le allegorie partenopee. Una visione artistica, la sua, che ha saputo anticipare l’uso di questi simboli ben prima che venissero istituzionalizzati dai circuiti dell’arte contemporanea e fagocitati dal mercato. 

Sebbene la pratica di attingere al passato possa ricordare il citazionismo tipico del Postmodernismo, la ricerca di Leone si spinge oltre. Rifiutando l’ironia e la nostalgia, l’artista tratta il frammento come una “reliquia laica”: non vuole replicare il tempo che fu, ma dare un nuovo sguardo a ciò che è rimasto incompleto, trasformando la memoria in un’anatomia silenziosa che abita il presente. 

Tra frammenti di specchi e una ricorrente riga verticale multicolore che richiama la metrica della poesia, l’arte di Leone non punta a rappresentare il mondo, ma a cercarne le fratture. “Siamo tutti pieni di fratture – spiega il maestro – e ogni segno è al tempo stesso una ferita e una cura. Io strappo le carte perché non voglio riempire il vuoto, lo voglio ascoltare: il vuoto non è assenza, ma presenza che aspetta”. Un invito radicale alla libertà espressiva e intellettuale che si riassume nel suo personale manifesto emotivo, lanciato come una sfida ai visitatori di oggi: “Se qualcosa dentro di voi si muove anche solo per un istante, allora questo lavoro è vivo, ed io con lui”. 

Giuseppe Leone è stato professore di Tecniche Pittoriche all’Accademia di Belle Arti di Napoli formando intere generazioni di artisti e professionisti del settore. E’ autore del libro “I giorni della clessidra. O la libertà del cuore” pubblicato nel 2025 e rappresenta oggi uno dei massimi esponenti della poesia visiva, della scrittura segnica e di quella particolare “archeologia della memoria” capace di ridare voce ai frammenti del passato.

Incontrando il professore alla vigilia del vernissage, si percepisce subito la statura intellettuale di un uomo che ha fatto della libertà il suo faro. Condivido qui con i lettori questa meravigliosa intervista, un dialogo sincero che attraversa le fratture e la sua straordinaria ricerca artistica. 

Professore, la sua mostra si intitola “Il silenzio delle carte”, la sua scrittura rinuncia alla parola per diventare puro gesto. Come nasce questa abdicazione alla parola leggibile e perché definisce la sua arte “afona”? 

La scrittura afona è la scrittura dell’anima. Nella scrittura afona il gesto e quindi il segno é espressione della parte più recondita ed intima dell’uomo; sin da bambini ci esprimiamo con gesti. Sono dunque ritornato alle origini, a un segno non codificato e non scritto che può sembrare una scrittura aramaica o araba ma in realtà quelle tracce nelle mie opere appartengono alla sfera umana e animica, sono create attraverso il gesto e successivamente diventano segni, bisognerebbe più che codificarli soprattutto percepirli, sentirli. 

Lei recupera carte consumate e oggetti privati della loro funzione originale. Ha specificato che il suo non è un semplice uso dell’objet trouvé. In che modo questi oggetti estetici vengono trasformati e risignificati quando entrano nel suo processo artistico? Come riesce a dare loro una nuova forma senza cancellare del tutto la loro “essenza” originaria? 

Partiamo dalla mia opera “Dio donò la luce alla mia Venere”: qui emerge il concetto della sfera, la luce è nel mondo, in quello che facciamo. Le statue io le recupero. Recupero l’oggetto perché per me non muore; non lo recupero come elemento archeologico ma perché ha vissuto una sua vita, ha una sua storia, quindi io, come in queste carte presenti alla mostra, cerco di riportare alla luce la storia dei Tribunali, degli archivi, la storia di Napoli. Parlo della Capitale del Mezzogiorno e della cultura. Il concetto dell’oro è dare luce a quello che esisteva. L’arte come l’oro serve a mettere in luce quello che esiste nel presente. 

Oltre al colore oro anche il rosso ritorna spesso nelle sue opere…. 

Si, l’oro è presente anche nelle cornici che entrano nella logica del quadro mentre il rosso prevale sia nelle mie composizioni che ai margini delle cornici e simbolicamente rappresenta la passione, il sangue, l’amore, la carnalità, usare il rosso é come mettere parte di sé stessi e di quegli elementi più vigorosi e terreni dell’essere umano. 

Nelle sue carte e negli oggetti consumati dal tempo restano evidenti tracce di umanità, frammenti di vite anonime e “reliquie laiche”. Questi elementi testimoniano il passato, ma sembrano anche muoversi come fantasmi metamorfizzati nel presente. Qual è il suo rapporto intimo con queste presenze?

La memoria vive per frammenti. La ricezione delle memorie tramandate durante i secoli é infatti spesso frammentata ma sopravvive sotto differenti modalità di percezione e fruizione e non viene archiviata in modo definitivo. I frammenti diventano dei fantasmi infatti proprio in questa mostra il mio concetto si amplifica, in questa installazione di opere all’interno dell’Archivio Storico del Banco di Napoli  trovo fantasmi. Immagina quanto vissuto, quanti avvenimenti e quante storie sono racchiuse in questi scaffali ed in queste carte; questi oggetti sono la storia di tutta la nostra vita e sono i custodi ed i testimoni del vissuto umano nei secoli e nel nostro mondo ma questi frammenti non sono morti, il loro spirito, la loro essenza aleggia nel presente sotto diverse forme. La necessità di attingere dal passato nasce per creare una continuità con la modernità e testimoniare il vissuto degli oggetti e la loro metamorfosi, c’è sempre stato in me un interesse per la restanza, per ciò che resta, non per un’esigenza di fare qualcosa di nuovo ma per la memoria storica e collettiva. L’elemento nostalgico però viene escluso, voglio dare nuova linfa agli oggetti di un passato che è parte di tutti noi. L’oggetto sopravvive attraverso l’arte. La perdita non coincide mai con la scomparsa definitiva: vado oltre la nostalgia, le tracce resistono proprio perché incomplete, e il compito dell’arte contemporanea è riportarle in presenza. 

Napoli, e in particolare l’area di Via dei Tribunali tra chiese, rigattieri e botteghe, ha avuto un ruolo chiave nella sua formazione. Come ha influito l’atmosfera artistica e culturale di quegli anni sul suo percorso accademico e sulla nascita della sua personalissima urgenza espressiva? 

Ha influito molto. Quando studiavo mi recavo a piedi tutti giorni dalla Stazione Centrale all’Accademia di Belle Arti di Napoli, sono stato prima allievo e poi docente. Attraversavo tutte le stradine dove respiravo il folclore della città, le tradizioni, le usanze, gli oggetti; ho recuperato frammenti di epoche diverse, nelle mie creazioni convivono busti classici, ex-voto, le animelle del purgatorio, carte d’archivio….il tempo è la mia materia e Io faccio ritornare attraverso la memoria di questi oggetti. Del tempo non mi interessa l’ordine ma il flusso: frammenti, appunti, residui, piccole cose che sembrano niente ma che portano dentro tutto. 

Professore, il suo percorso espositivo ufficiale è iniziato nel 1979 alla Certosa di San Giacomo a Capri. Guardando indietro a questa sua lunga carriera, cosa le hanno lasciato gli anni di insegnamento all’Accademia di Belle Arti e, in particolare, il rapporto con i suoi giovani studenti? 

Ho avuto sempre un rapporto con i miei studenti molto bello, dicevo ogni anno ad inizio delle lezioni ai miei alunni: “io do a voi per quanto voi date a me”. La mia aula era sempre piena, con i ragazzi ancora conservo bellissimi rapporti con loro, molti oggi insegnano. Io ho insegnato a capire l’arte, la creazione artistica, l’uso dei colori. Ho dedicato tanti anni a Napoli e all’insegnamento.

Il titolo della mostra si chiude con “La voce del corpo”. Nel suo lavoro, la materia lacerata, incisa, strappata sembra quasi un’anatomia silenziosa che cerca un’apertura. In che modo il suo corpo e la sua azione si fondono con la materia, e cosa cerca in quel punto fragile in cui le cose si spezzano? 

Tu attraversi me e l’arte attraverso gli archivi. Io cerco le fratture, poiché è lì che, quando qualcosa si spezza, entra la luce; quell’oro che attraversa le crepe. La rottura non è distruzione, ma è un’apertura. È il primo respiro. Io lavoro proprio in quel punto fragile dove le cose smettono di essere quello che erano e diventano altro. Il mio linguaggio non nasce per essere spiegato, ma per essere sentito. È una scrittura senza voce, che non grida e non impone, fatta di segni, di tracce, di colori e di tempo che si deposita. Ogni superficie che tocco diventa pelle, e di conseguenza le opere finiscono per antropomorfizzarsi. 

Durante la mostra sarà presentato in anteprima lo short film “Francesco Branchetti legge Giuseppe Leone”. Che emozione si prova nel vedere la propria intimità creativa diventare un racconto audiovisivo affidato alla sensibilità di un altro interprete? 

Mandai il mio testo a Francesco Branchetti, gli è piaciuto e ha detto “questo lo voglio recitare io”. Poi Mario Esposito è stato l’ideatore del corto, l’emozione é sempre quella: vedersi riconosciuto non solo il lavoro ma anche il pensiero. I riconoscimenti quando sono guadagnati sono soddisfacenti. Non è il premio che ti riconoscono che è importante, l’importante è come te lo riconoscono, se è vero o è falso, perché tanti oggi riconoscono anche il falso. 

Oggi lo scenario dell’arte contemporanea è estremamente complesso e frammentato. Dall’osservatorio privilegiato della sua carriera, cosa consiglierebbe a un giovane artista che muove i primi passi nella ricerca plastica e formale? Qual è l’attitudine fondamentale per abitare la contemporaneità senza perdere la propria identità? 

Oggi va tutto molto di fretta, si consuma tutto molto velocemente. Non esiste più il concetto di mito. Quando il popolo ti acclama perché tu lasci qualcosa allora è lì che stai abitando lo scenario dell’arte contemporanea. Oggi viviamo tempi di obsolescenza dell’arte dove probabilmente tutto quello che viene prodotto non resisterá ai tempi, sarà dimenticato. L’arte è diventata un’IKEA; puoi comprare il quadro di un’artista contemporaneo e puoi trovare lo stesso da un’altra parte fatto anche meglio. Ed oggi quando tutto è arte, nulla é arte. Ai giovani consiglio di leggere tanto, di sottolineare quello che leggono, di analizzare, riflettere, oggi vogliono parlare con velocità non c’è struttura, non c’è riflessione, stiamo annullando il nostro pensiero, stiamo annullando il segno. L’elemento segnico era la caratteristica che ci connotava, dovevamo scrivere, disegnare, adesso nessuno scrive più, nessuno intraprende un’analisi di pensiero. Anche l’IA non saprà più da quali fonti attingere in futuro, cosa resterà dopo questo silenzio del gesto? 

L’evento inaugurale ospiterà inoltre la presentazione in anteprima nazionale del cortometraggio “Francesco Branchetti legge Giuseppe Leone”, ideato da Mario Esposito per la regia di Alberto Nigro. Alla proiezione prenderanno parte l’attore, il regista e i membri del cast. L’opera varcherà poi i confini del museo: dal 25 settembre, infatti, una speciale installazione multimediale prodotta dal Simposio delle Muse porterà il corto direttamente sulla banchina della stazione EAV di Napoli a Piazza Garibaldi.