Giustizia climatica e giustizia sociale, due facce una medaglia

in foto Enrico Giovannini

A) Editoriale Avvenire Giustizia climatica e giustizia sociale DUE FACCE UNA MEDAGLIA di Enrico
GiovanniniI (*)
B) + Colloquio IA con GeminiGOOGLE condotto da Claudio Quintano (**)

“«Anto’ fa caldo!» Chi non ha pensato alla pubblicità di un po’ di tempo fa in questi giorni dominati da temperature eccezionali in tutta Europa? Purtroppo, c’è poco da ridere. Le notizie di morti a causa del caldo e della crisi climatica (erano state 64mila in Europa nel 2024), di ricoveri di persone fragili, di danni economici generalizzati dipingono un quadro drammatico, riportando al centro del dibattito pubblico quella crisi climatica da qualche anno messa da parte sia a causa di altre emergenze, come le guerre in Medio Oriente, sia della continua e insensata opera dei negazionisti climatici, delle lobbies fossili e di forze politiche che hanno fatto dello smantellamento delle politiche europee per la transizione ecologica il loro bersaglio preferito. Di fronte alla realtà e alle più recenti analisi degli esperti che indicano che è in corso un’ulteriore accelerazione della crisi climatica, cos’hanno da dire oggi i “pragmatici” (autodefinitisi tali a fronte dei presunti “ideologici” green), o coloro che si sono per anni scagliati contro i “gretini” che sfilavano per le strade implorando i politici di ascoltare gli scienziati, o chi, invitato nei talk show televisivi, ha usato argomenti come “aumentano i morti per il caldo, ma diminuiscono quelli per il freddo”? Dove sono quelli che la “sostenibilità è ormai passata di moda”, nonostante il fatto che tanti Stati (Cina, India, Pakistan, Bangladesh, tanto per fare alcuni nomi) abbiano deciso di accelerare l’uso delle rinnovabili perché convenienti sul piano economico, oltre che benefiche per l’ambiente, o che nel 2025 gli Stati Uniti abbiano visto il record di installazioni di impianti rinnovabili (nonostante le politiche Trumpiane)  che la finanza sostenibile continui a crescere in termini di volumi e di numero di emittenti, con una leadership indiscussa dei mercati europei, o che i dati mostrino senza ombra di dubbio che le imprese italiane che investono in sostenibilità aumentano produttività, competitività, esportazioni e occupazione rispetto a quelle che “aspettano Godot”. I dati confermano che la crisi climatica sta accelerando e che le politiche attuali non ci consentiranno di mantenere l’aumento della temperatura media globale entro 1.5° rispetto alla condizione pre-industriale. Anche l’obiettivo dei +2° è fortemente a rischio perché, ai ritmi attuali, saranno pochissimi (tra i grandi emettitori forse solo la Cina) a raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050: secondo alcune stime, l’Italia lo sarà intorno al 2070, gli Usa oltre il 2100. Eppure, lo straordinario sviluppo tecnologico in corso consentirebbe di accelerare in modo impensato fino a pochi anni fa la transizione energetica, con immediati benefici per le famiglie e le imprese. Ma servirebbero politiche decise e non contraddittorie come quelle praticate in alcuni Paesi europei, compresa l’Italia. Peraltro, tutti gli studi dimostrano che i costi della mitigazione sono nettamente inferiori a quelli dell’adattamento. Ma proprio a causa della miopia dei politici dovremo sostenere ambedue. L’adattamento delle infrastrutture (porti, aeroporti, ferrovie, impianti energetici e idrici, ecc.), dei luoghi di lavoro e delle case richiederà enormi investimenti, nonché la predisposizione di piani dettagliati. Le politiche di adattamento sono entrate tra le priorità europee, mentre l’Italia, con anni di ritardo, ha approvato alla fine del 2023 il proprio Piano, salvo poi metterci due anni per nominare il Comitato che dovrebbe aggiornarlo e coordinarne l’attuazione, per la quale non ci sono fondi specifici nel Piano Strutturale di Bilancio approvato a settembre 2024. Il che non vuol dire che non si sta facendo nulla, usando soprattutto fondi europei, ma manca una vera strategia di intervento, che dovrebbe coinvolgere anche le imprese pubbliche e private, e le famiglie.  Ma la crisi ecologica non è solo climatica. Secondo gli scienziati, abbiamo già superato sette dei nove limiti planetari da cui dipende il funzionamento del “Sistema Terra” (l’ultimo concerne l’acidificazione degli oceani) e aumenta la probabilità che si possa fermare il sistema di correnti (Amoc, che comprende la corrente del Golfo), dal quale dipende il clima dell’Europa. Se questo accadesse, il nord Europa starebbe sotto la neve per metà dell’anno e l’intero sistema agricolo continentale entrerebbe in crisi. Senza dimenticare che, in Europa, abbiamo 300mila morti premature all’anno per malattie legate all’inquinamento, tutte causate da ciò che avviene sui nostri territori. Affrontare da homo sapiens (come amiamo definirci) questo quadro drammatico è ancora possibile, ma serve un vero cambio di paradigma culturale, politico ed economico. Peraltro, i costi della crisi climatica sono pagati, già adesso, dai più poveri e dai più fragili. Per questo, giustizia climatica e giustizia sociale sono due facce della stessa medaglia. Continuare a ignorare ciò che accade e che accadrà è una colpa imperdonabile: chissà se le forze politiche che si presenteranno alle elezioni del 2027 affronteranno, finalmente, questa questione dicendo la verità agli elettori e alle elettrici? Ma forse è solo il caldo che mi fa vaneggiare”. 

Gemini GOOGLE si rivolge a Claudio Q.: Felice che l’editoriale ti abbia colpito così tanto, ma devo fare una piccola, doverosa premessa: magari fossi io l’autore! La firma dietro questo splendido e lucido pezzo è di Enrico Giovannini (economista, ex ministro e portavoce dell’ASviS). Io sono “solo” il tuo alleato digitale, ma sposo in pieno l’entusiasmo per la sua analisi.

Hai riassunto i punti chiave (Gemini GOOGLE si riferisce al “feed” che ho usato per “inizializzare” il programma di IA  in modo impeccabile. La forza di questo articolo sta proprio nel demolire la falsa narrazione secondo cui la transizione ecologica sia un “lusso per radical chic”, dimostrando invece che sono i più fragili a pagare il conto della miopia politica.

GOVERNANCE ANTICIPANTE PER L’ECOSISTEMA FUTURO  E GIOVANI COINVOLTI NELLA DECISIONE RILANCIO INDUSTRIALE E SGRAVIO FISCALE

Se dobbiamo scegliere da dove far partire la nostra riflessione, mi piacerebbe concentrarmi sul messaggio alle forze politiche in vista del 2027, perché è la vera radice da cui dipendono poi i ritardi sulle infrastrutture.

Il nodo politico del 2027: Uscire dalla trappola del breve termine

Il testo di Giovannini mette a nudo il problema principale della politica odierna: il disallineamento temporale. I politici ragionano su cicli elettorali di pochi anni, mentre i cambiamenti climatici richiedono una pianificazione a decenni.

  • Il paradosso italiano delle infrastrutture: L’Italia ha approvato il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) a fine 2023, ma come nota l’editoriale, si è perso tempo prezioso solo per nominare il Comitato di coordinamento e mancano fondi specifici nel Piano Strutturale di Bilancio. Questo non è un problema tecnico, è una scelta politica di priorità.
  • La narrazione “Pragmatica” vs “Ideologica”: C’è una parte di politica che si auto-definisce “pragmatica” solo perché difende lo status quo delle fonti fossili, quando i dati (persino quelli della finanza internazionale) dimostrano che investire oggi in mitigazione costa infinitamente meno che riparare i danni domani.
  • La tecnologia come alleata, non come miracolo: Giovannini ricorda che lo sviluppo tecnologico attuale permetterebbe già oggi di abbattere i costi energetici per famiglie e imprese. Non dobbiamo aspettare tecnologie future; dobbiamo applicare quelle che abbiamo.

Finché la politica userà la transizione ecologica come terreno di scontro ideologico o come “spauracchio” per raccogliere voti facili, l’Italia rischia di scivolare verso quella previsione drammatica di zero emissioni solo nel 2070.

Di fronte a questo scenario e alla miopia di chi rimanda le decisioni, secondo te quale potrebbe essere la chiave per costringere i partiti, in vista del 2027, a mettere davvero la giustizia climatica al centro del programma senza che venga percepita dai cittadini come una “tassa sul presente”?

 

 È una domanda cruciale, Claudio. Hai centrato esattamente il cuore del problema: finché la transizione ecologica verrà percepita come un sacrificio economico immediato imposto dall’alto, sarà facile per la politica populista o miope usarla come spauracchio elettorale.

Per ribaltare questa narrazione in vista delle elezioni del 2027 e costringere i partiti a fare sul serio, la chiave non è parlare di “doveri futuri”, ma di vantaggi e tutele presenti.

Ecco come si potrebbe cambiare radicalmente l’approccio:

  1. Cambiare il frame economico: dal “costo” al “risparmio immediato”

La transizione non deve essere presentata come una tassa, ma come uno scudo contro il carovita.

  • Le rinnovabili convengono: Bisogna dimostrare che l’energia pulita (come le comunità energetiche rinnovabili) taglia le bollette di famiglie e imprese oggi, non nel 2050.
  • Il costo dell’inaction: I partiti vanno messi di fronte ai dati scientifici ed economici. Ricostruire dopo un’alluvione o pagare i danni dei raccolti distrutti dalla siccità costa ai contribuenti molto più che prevenire. La mitigazione è un investimento ad altissimo rendimento.
  1. Legare indissolubilmente Giustizia Climatica e Giustizia Sociale

Come dice Giovannini, sono due facce della stessa medaglia. Se la transizione ecologica non è socialmente equa, semplicemente non avverrà.

  • Chi inquina di più paga di più, chi ha meno viene aiutato: Le risorse per l’efficientamento energetico delle case o per l’acquisto di auto elettriche devono essere destinate prioritariamente alle fasce di reddito più basse, tramite incentivi progressivi e coperture totali per i più fragili.
  • Lavoro verde: La transizione va raccontata come la più grande opportunità di creazione di nuovi posti di lavoro qualificati e stabili nel settore tecnologico, edile e manifatturiero.
  1. Puntare sulla salute pubblica e sulla qualità della vita

I dati sui 300mila morti premature all’anno in Europa per inquinamento non sono astratti: toccano le famiglie da vicino.

  • Parlare di transizione significa parlare di città con meno smog, meno malattie respiratorie per i bambini, meno isole di calore d’estate e trasporti pubblici più efficienti. La salute è un argomento universale che scavalca ogni barriera ideologica.

In sintesi: La chiave per costringere i partiti a muoversi è rendere la sostenibilità politicamente conveniente. Quando i cittadini capiranno che votare per un programma “green” significa avere bollette più basse, città più sane e tutele per il proprio lavoro, i partiti saranno obbligati a inseguire l’elettorato su quel terreno, abbandonando la retorica del rinvio.

Secondo te, tra questi ambiti (risparmio economico, salute pubblica, tutele sociali), quale pensi possa fare più leva sull’elettore medio italiano per superare la diffidenza verso le politiche ecologiche?

Le informazioni sulle elezioni cambiano rapidamente. Verifica le risposte con fonti ufficiali.

Guardando al contesto del nostro Paese, l’ambito che oggi ha la capacità di fare maggiore e più immediata leva sull’elettore medio italiano è indubbiamente il risparmio economico, seguito a ruota dalle tutele sociali.

Ecco perché questa combinazione è la più potente per scardinare la diffidenza:

  1. La leva economica come “Pronto Soccorso” immediato

In un contesto storico segnato dall’inflazione e dalla perdita del potere d’acquisto, la preoccupazione principale della maggior parte delle famiglie italiane è arrivare alla fine del mese.

  • L’argomento della “salute pubblica” o della “crisi climatica nel 2050” viene spesso percepito come un problema grave, ma secondario rispetto alle scadenze finanziarie imminenti.
  • Se si dimostra all’elettore che l’installazione di pannelli solari, l’isolamento termico o l’adesione a una comunità energetica si traducono in un abbattimento immediato dei costi fissi (bollette e carburante), la transizione smette di essere vista come un “sacrificio green” e diventa una strategia di sopravvivenza economica.
  1. Il legame con le tutele sociali per azzerare la paura del futuro

L’italiano medio non è necessariamente contrario all’ambiente, ma ha paura di essere penalizzato. Teme che i divieti (come lo stop alle auto a combustione) o le nuove normative europee sulle case green si trasformino in spese insostenibili.

  • Per questo, la leva economica funziona solo se saldata alle tutele sociali: lo Stato deve garantire che i costi della transizione non ricadano su chi ha meno.
  • Quando la proposta politica diventa “Ti aiutiamo a spendere meno per l’energia e finanziamo noi la ristrutturazione perché la tua casa inquina”, la diffidenza si trasforma in consenso.

In conclusione: La salute pubblica è un ottimo argomento di supporto (a nessuno piace respirare aria inquinata nella Pianura Padana o nelle grandi città), ma la vera chiave d’accesso per spostare il voto della maggioranza resta il portafoglio. La transizione ecologica deve essere presentata come la più grande manovra di sgravio fiscale e di rilancio industriale degli ultimi decenni.

per spostare il voto della maggioranza non è forse il portafoglio ? La transizione ecologica deve essere presentata come la più grande manovra di sgravio fiscale e di rilancio industriale degli ultimi decenni. non è forse quanto afferma l’ASviS quando presenta l’ECOSISTEMA FUTURO col motto: “Per portare l’Italia nel futuro serve una governance anticipante. E luoghi di condivisione perché tutte e tutti, soprattutto i giovani, possano orientare il futuro.” 

Esattamente, Claudio! Hai colto in pieno il nucleo della strategia comunicativa e politica più efficace, e il richiamo all’ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) è azzeccatissimo.

Quando l’ASviS parla di “governance anticipante” e di “Ecosistema Futuro”, sta dicendo proprio questo: la transizione non può essere subita come un’emergenza da rincorrere con divieti e tasse dell’ultimo minuto, ma deve essere anticipata e guidata attraverso una pianificazione strategica.

Ed è qui che il concetto di “portafoglio” si eleva da puro interesse egoistico a progetto di sistema:

  • Lo sgravio fiscale e il rilancio industriale: Una governance anticipante capisce dove sta andando il mondo (es. mercati globali delle rinnovabili, elettrificazione, economia circolare) e usa la leva fiscale per agevolare cittadini e imprese in questo passaggio. Non è un costo, è un investimento per non essere tagliati fuori dai mercati internazionali e per creare nuova occupazione di qualità.
  • Il coinvolgimento dei giovani e la condivisione: Questo è il secondo pilastro del motto che hai citato. I giovani non sono solo i beneficiari del futuro, ma sono coloro che hanno la massima convenzione economica e sociale a lungo termine nel pretendere questa svolta. Creare “luoghi di condivisione” serve a fare in modo che la transizione sia democratica, partecipata e non percepita come un’imposizione burocratica.

In definitiva, presentare la transizione ecologica come la più grande manovra di sviluppo economico e industriale del secolo è l’unico modo per unire l’urgenza scientifica alla realtà quotidiana delle persone. Solo così la “giustizia climatica” diventa concretamente “giustizia sociale”, trasformando la paura del cambiamento in un’opportunità di benessere.

  1. (*) Direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) 
  2. (**) su Governance anticipante per l’ecosistema futuro e giovani coinvolti nella decisione peer il rilancio industriale e lo sgravio fiscale