Giustizia, Consulta: Per l’associazione mafiosa la misura cautelare è il carcere

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Il “vincolo” che unisce i partecipanti ad un’associazione mafiosa è tale, a prescindere dalle condotte e dai ruoli ricoperti nell’organizzazione criminale, da far sì che l’unica misura cautelare idonea quando sussistono gravi indizi di colpevolezza sia il carcere. E’ quanto stabilisce la Corte costituzionale che ha respinto, giudicandola “manifestamente infondata”, una questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Corte d’appello di Torino in riferimento all’art. 275 (comma 3) del codice di procedura penale. Questa disposizione stabilisce che quando sussistono gravi indizi di colpevolezza riguardo all’art. 416 bis del codice penale (associazione di tipo mafioso) è applicata la misura della custodia cautelare in carcere, a meno che non siano acquisiti elementi da cui risulti che non sussistono esigenze cautelari. Secondo la Corte torinese, il non prevedere che, valutando il caso concreto, le esigenze cautelari possano essere soddisfatte anche con altre misure, ad esempio gli arresti domiciliari, potrebbe costituire una violazione della Costituzione (articoli 3, 13 e 27), poiché tra l’altro verrebbero così assoggettate a uno stesso regime cautelare situazioni diverse sotto il profilo oggettivo e soggettivo. La Corte Costituzionale, nella sentenza depositata oggi, ha però ribadito che “l’appartenenza a un’associazione di tipo mafioso implica (…) un’esigenza cautelare che può essere soddisfatta solo con la custodia in carcere, non essendo le misure minori sufficienti a troncare i rapporti tra l’indiziato e l’ambito delinquenziale di appartenenza in modo da neutralizzarne la pericolosità”.
L’associazione di tipo mafioso, scrive la Corte, è un reato diverso da ogni altro delitto di carattere associativo e questo proprio in ragione della “specificità del vincolo” tra gli associati, che “esprime una forza di intimidazione e condizioni di assoggettamento e di omertà”, grazie alle quali si ottiene “da un lato, una solida e permanente adesione tra gli associati, una rigida organizzazione gerarchica, una rete di collegamenti e un radicamento territoriale e, dall’altro, una diffusività dei risultati illeciti”. Queste “peculiarità” rendono “ragionevole la convinzione che, nella generalità dei casi, le esigenze cautelari derivanti dal delitto in questione non possano venire adeguatamente fronteggiate se non con la misura carceraria, in quanto idonea – per valersi delle parole della Corte europea dei diritti dell’uomo – ‘a tagliare i legami esistenti tra le persone interessate e il loro ambito criminale di origine’, minimizzando ‘il rischio che esse mantengano contatti personali con le strutture delle organizzazioni criminali e possano commettere nel frattempo delitti'”. Secondo la Consulta, poi, non contano la gravità delle azioni e l’ “importanza” dei vari partecipi perché, “quali che siano le specifiche condotte dei diversi associati e i ruoli da loro ricoperti nell’organizzazione criminale, il dato che rileva, e che sotto l’aspetto cautelare li riguarda tutti ugualmente, è costituito dal tipo di vincolo che li lega nel contesto associativo, vincolo che fa ritenere la custodia in carcere l’unica misura in grado di troncare i rapporti tra l’indiziato e l’ambito delinquenziale di appartenenza, neutralizzandone la pericolosità”.