Glamour d’artista a via Toledo, grande assente l’interpretazione

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Un tocco glamour tinge l’affollatissima via Toledo in barba a tutte le pizzetterie, focaccerie, e le innumerevoli ”ie” che appesantiscono l’aria con gli effluvi dell’inflazionatissimo “cibo da strada”: Intesa Sanpaolo ha scosso la propria bacchetta magica e ha regalato a Napoli e ai suoi turisti la visione di due opere di Andy Warhol. Accidenti. Si tratta di due dei venti tipi di serigrafie che l’artista volle realizzare per immortalare quella che aveva indicato come un immagine sconvolgente, un pezzo di scultura, più di un mito, “una cosa terribilmente reale”. Warhol è davvero presente nella superficie delle sue opere: le diverse colorazioni del Vesuvio riflettono le sue emozioni. Il pubblico affluisce, qualcuno paga, qualcuno mostra soddisfatto la tessera bancomat dell’Istituto che gli garantisce il libero ingresso. WoW, questo si che è marketing. Lo spazio destinato alla mostra sempre lo stesso, allestito per Warhol come per Fergola: poco illuminato con i fasci di luce che evidenziano le opere e un bel cartellone che sinteticamente spiega la ragione di due immagini identiche colorate però diversamente. Pubblico perplesso, incuriosito, “passaguardaseneva”. Il guadagno della galleria, considerato che in città il bancomat di quest’Istituto bancario è molto più che diffuso, e considerando l’importo esiguo del biglietto dei paganti, non è certo da urlo. Di contro quando il visitatore paga un biglietto ha pur diritto a pretendere un offerta meglio organizzata. Le mostre temporanee allestite fino ad oggi hanno mostrato capolavori dell’arte. Le opere di Warhol che hanno tradotto i valori estetici in universali, impongono una riflessione sull’immagine più che sulle cose. Può mai un cartellone spiegare coinvolgendo il visitatore, provocargli l’emozione e l’immedesimazione necessari a rendere memorabile la sua visita? Warhol amava Napoli e la assimilava per caos e deperimento degli immobili a una parte di New York. Si diceva presente nella superficie delle sue opere, dove l’immagine sopravvive alla quotidianità più misera. Sono “solo” due opere, ma Warhol dov’è? Può il visitatore provare a indovinare i momenti dell’eruzione cui si riferiscono le colorazioni delle due serigrafie esposte? Sanno tutti come si fa una serigrafia? Chi può immaginare che quei colori così compatti siano dovuti proprio alla tecnica usata? Questi sono solo alcuni dei piani sui quali può lavorare l’interpretazione. Bene allora il buio e il fiotto di luce sull’opera, ma un rumore di fondo, anche un po’ fastidioso e inquietante mentre si guarda l’opera, la voce stessa di Warhol che in un intervista parla delle sue opere, il ticchettio di un orologio che dia la percezione dei tempi dell’esplosione, un filmato con l’illustrazione di una macchina per serigrafia……ci sono moltissimi accorgimenti che, senza incidere sulla dignità dell’opera e sul suo valore possono trattenere il visitatore molto più a lungo davanti al quadro, possono provocargli emozioni e anche la voglia di approfondire l’argomento. I costi per questo tipo d’intervento, com’è intuibile, sono modesti. L’offerta sarebbe però migliorata e consentirebbe alla gestione di centrare meglio gli obiettivi economici prefissati e di porsene altri più ambiziosi. Orrore per maggiori guadagni? Una struttura come Palazzo Zevallos non si trova in ogni città, rendere uniche le sue esposizioni è doveroso per il gestore che, comunque, ha sempre degli obiettivi economici da dover raggiungere. A New York quando era imminente l’esposizione di alcune sue foto inedite, un ritratto gigante di Warhol fu portato in giro per le strade vicine come se l’artista stesso invitasse la gente al 345 Meatpacking sede della galleria dove era allestita l’esposizione. L’effetto domino realizzato a Parigi al Mam, dove 102 serigrafie di Warhol sono state esposte in serie, una in fila all’altra, poteva essere replicato a Palazzo Zevallos. Le due serigrafie potevano essere inserite, unica nota colorata, nella proiezione di un’infilata di ombre di serigrafie tutte riproducenti la sagoma del Vesuvio. Il visitatore avrebbe saputo subito e intuitivamente che di “vesuvi” Warhol ne aveva dipinti tanti e che quelle esposte erano parte di una serie. Ehi! Si tratta Warhol: un allestimento spettacolare quanto le opere in mostra sarebbe stato d’obbligo. Bisognava ricorrere all’interpretazione. Sic est.