Gli ambientalisti siriani vogliono farsi sentire

di Giuliano Velotto Romano

Nel dicembre 2024, la coalizione di forze ribelli che si opponeva al regime di Assad ha lanciato la sua “operazione militare speciale di due settimane”, la guerra civile che da 14 anni devastava il Paese è giunta al termine. Nella fragile calma che si è instaurata nei mesi successivi, numerosi gruppi — dalle milizie armate alle comunità locali e tribali, fino alle organizzazioni nate dalla società civile stessa — hanno cercato di attirare l’attenzione del nuovo governo siriano e della comunità internazionale.
Tra questi, un movimento che sta guadagnando momentum è quello degli ambientalisti. In Siria i danni ambientali sono stati catastrofici: città ridotte in macerie hanno liberato quantità sconosciute di amianto nell’aria; le infrastrutture per la gestione dell’acqua sono distrutte; il 40% delle foreste del paese è stato abbattuto. A tutto ciò si è sovrapposta la peggiore siccità dal 1954, esacerbata dal cambiamento climatico.
Una delle storie più emblematiche di danno ambientale è quella delle raffinerie di petrolio improvvisate in Siria. Tre anni dopo l’inizio della guerra civile siriana, nel 2014, la defunta ISIS prese il controllo di gran parte dell’Est del Paese. Ciò portò a una campagna di bombardamenti da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti e dell’aviazione russa, che distrusse la maggior parte delle raffinerie di petrolio nella zona. Questo ebbe un effetto collaterale inaspettato: nel 2016, l’ONG “PAX”, nel rapporto “Scorched Earth and Charred Lives”, rivelò, attraverso l’uso di immagini satellitari, la costruzione di oltre 5.700 raffinerie improvvisate tra il 2012 e il 2016 da parte delle comunità locali, per le quali la produzione di petrolio rappresentava la principale fonte di reddito.
Queste raffinerie, gestite senza competenze tecniche, hanno causato diffusi problemi di salute e l’infiltrarsi di prodotti petroliferi nel terreno, contaminando fonti d’acqua come il fiume Eufrate. A ciò si è aggiunto un processo di salinizzazione già in atto a causa della cattiva gestione delle risorse idriche, che ha reso inutilizzabili i terreni agricoli locali.
In questo scenario desolante, i gruppi ambientalisti locali stanno alzando la voce. Liberi da anni di repressione, si stanno dimostrando fondamentali  nell’organizzazione di campagne di sensibilizzazione dei problemi ambientali del paese e i rischi per la salute pubblica. Dalla bonifica di sostanze tossiche derivanti dalla distruzione di infrastrutture civili e militari alla ricostruzione di sistemi idrici resilienti ai cambiamenti climatici. Inoltre stanno cercando di utilizzare la natura come terreno neutrale per riunire diversi gruppi etnici e religiosi, incoraggiando la collaborazione su obiettivi comuni per prevenire futuri conflitti. Per esempio l’ONG “Karameh Social Development Foundation” ha lanciato l’iniziativa “One Million Tree Initiative” , che prevede la piantumazione di alberi lungo l’autostrada Damasco-Suwayda. In un Paese che ha perso il 40% del proprio patrimonio arboreo, nel tentativo di ricostruire l’ecosistema locale, migliorare la ritenzione idrica, la salute del suolo e riducendo l’inquinamento.
Questi elementi della società civile sono fondamentali per la ricostruzione post bellica, apportando competenze locali e reti affidabili per migliorare le politiche regionali e nazionali di bonifica, risanamento ambientale e adattamento climatico a lungo termine.