Gli animali pensano (e dunque soffrono)?

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In foto: Mark Tansey, Test dell’occhio innocente, 1981 New York, Metropolitan Museum

di Giuseppe Tranchese

Con la famosa frase “Cogito ergo sum” (penso dunque sono) il filosofo e matematico francese Cartesio ha largamente influenzato l’era moderna ed il rapporto tra l’uomo e le creature di altre specie. Egli disconobbe categoricamente a queste ultime la facoltà di pensare (oltre alla possibilità di provare sensazioni e sentimenti), motivandola con l’assenza di capacità verbale. Di conseguenza non riconobbe loro una personalità, riconducendoli alla stregua di oggetti in rapporto all’uomo.
I risultati delle ricerche condotte dalla biologia moderna ci aiutano a comprendere sempre meglio quanto i confini tra umani e animali non siano così rigidi, ma siano piuttosto fluidi. Argomentiamo spesso frettolosamente, facendo leva sulla ragione e sulla capacità morale dell’essere umano, nonostante vi siano sempre più evidenze scientifiche che testimoniano non solo un elevato grado di intelligenza animale ma anche un repertorio incredibilmente ampio di comportamenti sociali.
Per molti etologi e neurobiologi (da Donald Griffin a Mark Bekoff, da Jessica Pierce a Rupert Sheldrake, per citarne solo alcuni) sarebbe ormai fuori discussione che gli animali superiori posseggano una coscienza, considerando con tale termine una serie di funzioni che comprenderebbero il pensiero, le sensazioni, il sentimento e l’intuizione. La sfida attuale e futura dovrebbe essere quella di analizzare e confrontare le diverse modalità con cui tale coscienza si renda palese nelle varie specie e nei diversi contesti della vita di relazione.
Se anche ci fosse un sospetto che gli animali possano avere vite emotive ricche, che possano essere dotati di autoconsapevolezza, che possano essere capaci di sofferenza sia mentale che fisica, allora si dovrebbe essere profondamente turbati dal modo in cui la nostra specie infligge sofferenza a così tanti viventi oltre che all’ambiente. Ovunque lo sfruttamento degli animali è massiccio: negli allevamenti intensivi, nel commercio delle pelli, nella caccia sportiva, nella ricerca in campo medico e farmaceutico, nei circhi, nel commercio degli animali da compagnia. Ci si rifugia sempre più spesso dietro la tendenza alla spersonalizzazione degli animali, creando una distanza psicologica tale da consentire, a noi umani, l’illusione di essere immuni da colpe.
Attualmente sappiamo che solo tra i tre ed i quattro anni d’età si sviluppa nell’uomo quella “coscienza di sé” ritenuta mancante (secondo un’altra parte della comunità scientifica) negli animali domestici ed individuata in altre creature come le scimmie antropomorfe, le orche, i delfini, le gazze che, al pari di noi, riconoscono se stesse allo specchio. Anche il neuroscienziato biologo evoluzionista Marc Hauser sposa la logica del parallelismo con l’attività coscienziale di un bambino piccolo al fine di indagare la capacità di pensiero degli animali. In tale fase dello sviluppo evolutivo, evidentemente, quei filtri limitanti posti dall’io e dall’ego, non ancora affermati, consentono ad essi quell’apertura senza riserve.
Osservare e far guardare sin da piccoli, con meraviglia e rispetto, i mondi animale e vegetale, trovare nuove domande da porsi, riflettere su nuovi modi con cui rispondere ad esse, comprendere che spesso il progresso sia il risultato di una serie di compromessi, possono fornire non soltanto il fascino della conoscenza ma anche il grande piacere e l’immenso divertimento che nasce proprio dall’interazione e dal confronto, senza preclusioni e pregiudizi, con tutti gli abitanti della nostra Madre Terra.