Gli Italiani, quando vogliono, dimostrano di possedere ciò che occorre per essere primi

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Se si potesse e non provocasse fastidio ai cultori della lingua italiana, nazionali e non, si potrebbe dire che buona parte di quanti popolano la Penisola ha una marcia in più rispetto agli abitanti degli altri paesi. È questa l’italianità, termine che al tempo dei cosiddetti “telefoni bianchi”, fine anni ’50, sarebbe potuto essere definita: “quel certo non so che” che li differenzia dagli altri popoli civili. Succede che questa peculiarità della popolazione del Paese dia una accelerata o faccia addirittura la differenza nella soluzione di problemi di vario genere. In più, se si tratta di valorizzare un trionfo sportivo o altro successo ludico, non hanno concorrenti da nessuna parte. Ultimo episodio è stato quello durante il quale il Presidente della Repubblica Mattarella si è complimentato con il tennista Sinner e l’intera squadra di tennisti per i successi riportati a Melbourne. Oltre al clima di soddisfazione che quasi si poteva toccare con le mani, l’occasione ha fatto si che, da dovunque si trovassero a guardare la trasmissione, non hanno potuto fare altro che godersi lo spettacolo del ricevimento. Passando a un’altra espressione di italianità, questa volta basta osservare con attenzione i risultati del Consiglio della UE svoltosi nei giorni scorsi a Bruxelles. In quell’ occasione, l’abile mediazione della Premier Meloni è stata determinante. È stato anche grazie a quella che il Premier ungherese Erdogan sciogliesse la sua riserva e votasse per il via libera all’ erogazione da parte della UE di 50 miliardi di euro all’ Ucraina entro il 2027. Anche in quell’ occasione l’ Italianità è stata di aiuto al fine della risoluzione di  quel problema. Non é gradevole ammetterlo, ma è necessario osservare bene anche l’altra faccia della medaglia, cioè  l’ aspetto negativo di quella caratteristica. Così deve essere considerato un determinato modo di fare impresa, che per come sta evolvendo la situazione, difficilmente resterà consolidata nel recinto. Quello che già contiene testimonianze di cosa produce un modo di fare  impresa con scarso, se non talvolta senza, riguardo ai risvolti sociali del proprio operato. Senza tema di smentita, si può affermare che si stanno comportando in maniera  più coerente gli agricoltori che hanno portato i loro trattori fino ai portoni degli edifici dove vengono trattati e decisi i problemi di loro interesse, che non una di quelle che furono le eccellenze industriali del Paese. Il riferimento va a quel novero di aziende che, fino non molti anni addietro, costituivano la FIAT. Ora quel marchio storico fa parte, insieme a diversi altri, di una galassia il cui nome è tutto un programma : Stellantis. Se si volesse paragonare a un film, la storia di quel colosso, un tempo tutto italiano, si potrebbe scegliere La Caduta degli Dei di Luchino Visconti. Per arrivare dritti al nocciolo duro della vicenda, basterà sottolineare che i predecessori degli attuali vertici mai e poi mai avrebbero fatto ricorso al ricatto per ottenere soldi dallo stato per non chiudere quanto resta in Italia di quel che fu un colosso mondiale. A metà degli anni  ’70, Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani scrissero Razza Padrona, un libro che descriveva con adeguato spirito critico alcuni esempi di capitalismo, più propriamente di capitalisti. Tanto succedeva 50 anni fa. Se potessero ripetere quell’esperienza di questi tempi, gli stessi molto difficilmente definirebbero quei personaggi con lo stesso titolo usato allora.
Si può credere che razza resterebbe così come è. Padrona certamente non più: forse maneggiona.