Governo per il cambiamento, per ora ci sono solo le intenzioni

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Governo per il cambiamento, si dice e si spera. Alla fine il “contratto” c’è, anche se mancano ancora la squadra (i ministri) e, soprattutto, il capitano (il premier), sulla scelta dei quali – è lecito ipotizzare – il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non si limiterà a fare da semplice notaio. Forse. E manca pure, a dire il vero, il giudizio di gradimento della base elettorale, per ottenere il quale è già stata avviata la consultazione attraverso internet. Certo, si tratta di procedure e modalità inusuali per fare politica, almeno per quella a cui finora siamo stati abituati, ma conviene farsene una ragione.
Dunque, tra accelerate e frenate, incertezze e ripensamenti, incidenti di comunicazione e rettifica di titoli e verbi, l’accordo sul programma di governo tra il Movimento 5 stelle e la Lega, contrariamente a quanto molti vaticinavano e magari speravano, è stato sottoscritto dai due rispettivi leader, Luigi Di Maio e Matteo Salvini.
Ovviamente, le reazioni, anche forti, che già avevano accompagnato alcuni momenti della fase del faticoso travaglio, non si sono fatte attendere: sia in campo interno che internazionale. Con particolare riguardo al fronte economico-finanziario. Il Financial Times ha scritto di “governo dei barbari”, Bruxelles si è preoccupata insistentemente di fare un “recall” delle cose da fare e i mercati, a ruota che hanno immediatamente mostrato di essere tutt’altro che ben disposti a digerire l’intesa politica giallo-verde. (Quest’ultima definizione dei giornalisti, peraltro, con i Mondiali ormai alle porte, paradossalmente richiama anche i colori della più blasonata nazionale di calcio. E magari i barbari dimostreranno di essere all’altezza del compito che si sono dati). Insomma, un dissenso generale che gli analisti, sul finire dell’ottava di borsa, hanno colto soprattutto negli andamenti negativi di Piazza Affari (-2% giovedì) e nell’aumento dello spread tra Btp e Bund che è arrivato fino a 157 punti base, venerdì. In ogni caso, ancora lontano dalla quota 528 che – si ricorderà – affossò il governo Berlusconi nel 2011.
Eppure, a fare da sfondo alla convulsa vicenda politica, in settimana sono state pubblicate notizie macroeconomiche non proprio positive e che, oggettivamente, non sono correlate al nascente governo, ma semmai retaggio degli esecutivi passati, gli ultimi dei quali addirittura osannati da Bruxelles e nella City. Mettiamo, per esempio, il nuovo record raggiunto dal debito: 2 mila 302 miliardi, ben 15,9 miliardi in più rispetto al mese scorso. Un incremento – spiega Bankitalia – dovuto al fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (20,1 miliardi) e “all’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (0,8 miliardi)”. E qui ci sarebbe da riprendere una famosa inchiesta di Report e le recenti annotazioni della Corte dei conti.
Oppure, si pensi al declino demografico che ci fa sentire, noi italiani, sempre più vecchi e soli. Scrive, infatti, l’Istat: la popolazione totale diminuisce per il terzo anno consecutivo di quasi 100mila persone rispetto al precedente: al 1° gennaio 2018 si stima che la popolazione ammonti a 60,5 milioni, con 5,6 milioni di stranieri (8,4%). E aggiunge: l’Italia è il secondo paese più vecchio del mondo: 168,7 anziani ogni 100 giovani. Non solo. Il Paese appare anche più fragile rispetto all’Ue: il 17,2% si sente privo o quasi di sostegno sociale. Gli anziani che vivono soli passano oltre 10 ore senza interazioni con altri.
Ma anche un paese in cui l’ascensore sociale è bloccato. E non certo da oggi. Un Paese – accusa l’Istat – dove la dote familiare in termini di beni economici ma anche di titoli di studio e attività dei genitori è ”determinante” per avere successo nello studio e nel lavoro. E dove solo il 18,5% di chi parte dal basso si laurea e il 14,8% ha un lavoro qualificato. E la cerchia di parenti e amici è anche decisiva nel trovare e non solo nel cercare un impiego. Non a caso lavora grazie a questo ”canale informale” il 47,3% (50,6% al Sud) contro il 52,7% che l’ha ottenuto tramite annunci, datori di lavoro agenzie, concorsi. E non si ferma certamente qui l’elenco delle “doléances” riportato nel “cahiers” dell’Istat, anche se noi, per evidente ragioni di spazio, siamo costretti a farlo.
E che, infine – mentre il prezzo della benzina alla colonnina (anche questo accade solo in Italia) vola sull’aumento del prezzo al barile, e i consumi delle famiglie fanno registrare ancora una contrazione ad aprile (-0,1%) – fa lanciare un nuovo allarme a Confcommercio: “Le prospettive a breve dell’economia italiana devono essere valutate con prudenza, i dati congiunturali continuano a mostrare segnali contraddittori”.

Ben venga, allora, un governo del cambiamento: volesse il cielo!
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