Il governo dei barbari non spaventa Goldman Sachs

71

“Il rialzo dello spread legato alla formazione di un governo M5S e Lega non creerà rischi sistemici per l’Eurozona”. Il parere che gli analisti di Goldman Sachs affidano alla nota quotidiana “Global Markets Daily” contribuisce, se non altro, a raffreddare le fiammate che a Piazza Affari – tra giovedì e venerdì – inevitabilmente vengono generate dalle tensioni, riportate dai giornali con minuziosi racconti di retroscena, tra il Quirinale e la Lega. Come si sa, infatti, oltre alle frizioni registrate su alcuni punti programmatici ed in particolare sul ruolo internazionale dell’Italia e soprattutto in seno a Eurolandia, le divergenze con Sergio Mattarella si ora registrano anche sui nomi di alcuni ministri. Primo fra tutti, del professore Paolo Savona informalmente indicato da Matteo Salvini alla guida del dicastero dell’Economia.
Del professore – sia chiaro – non è minimamente messa in discussione la competenza, né le citazioni di esperienze formative riportate maldestramente nel curriculum, come ha fatto, per esempio, con civettuolo provincialismo lo stesso presidente del Consiglio incaricato – ci mancherebbe, Savona è economista di chiara fama –, quanto l’idiosincrasia che questi non nasconde di manifestare nei confronti dell’euro e soprattutto di Bruxelles. Avversione che il professore divide con la stragrande maggioranza degli elettori della coalizione governativa, sicché la questione – si può intuire – non è proprio marginale. Nell’attesa, perciò, di vedere questo “scontro istituzionale” come finirà, torniamo ai tecnici di Goldman Sachs: “Crediamo che lo spread sovrano italiano rimarrà superiore ai livelli che sarebbero ottimali al momento (120-140 punti base) ma non raggiungerà valori tali da creare problemi sistemici per l’intera eurozona”. “Riteniamo che i BTP decennali italiani – continua la banca d’affari – scontino un premio sul rischio politico pari a circa 40-50 punti base” e che “i rischi sistemici legati al loro recente sell off siano stati finora modesti”. (Giusto per registrare, al momento della scrittura di questa nota, il muro dei 200 punti base è stato sfondato e si trova a quota 212).
In ogni caso, dicevamo, “gli investitori non sembrano eccessivamente preoccupati dalla prospettiva di un allentamento del rigore fiscale”, scrivono sempre gli analisti di Goldman Sachs”, riferendosi alle proposte del governo giallo-verde (reddito di cittadinanza, abolizione della riforma Fornero), le quali, se attuate, potrebbero comportare un aumento del debito pubblico. Ma aggiungono: “Nonostante l’alto livello del debito pubblico, l’Italia ha probabilmente ancora dello spazio fiscale disponibile”.
Dunque, sarebbe il caso, a questo punto, di chiudere le polemiche e aspettare, come si dice, il nuovo governo al varco. Ma al vertice delle istituzioni europee la pensano diversamente e non è dato sapere quanto strumentalmente. I tecnici della Bce, per esempio, guidata da un italiano ma fortemente sensibili agli umori di Berlino – questa almeno è la sensazione diffusa – ancora una volta hanno avvertito che alcuni Paesi, tra cui appunto l’Italia, potrebbero non rispettare il Patto di Stabilità. “Un comportamento che potrebbe far cambiare anche i sentimenti dei mercati”, sostengono. E non a caso, magari, il vicepresidente uscente Victor Constancio, rileva un “aumento significativo dei rendimenti italiani” e dunque che sarebbe “rischioso ridurre gli sforzi con un debito così alto”. Cui, giusto per non farci mancare nulla, fa immediatamente eco il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis – sempre lui – che si preoccupa ancora una volta di farci sapere che “il monitoraggio sui conti italiani prosegue, non è tutto rinviato al 2019, perché ci sono altri documenti che arrivano prima”. Si riferisce al Def aggiornato e alla Legge di Stabilità ad ottobre.
E non finiscono qui le preoccupazioni – né poteva essere altrimenti – che su molti punti del contratto di governo sottoscritto tra M5S e Lega vengono espresse anche da Confindustria nel corso dell’annuale assemblea. Il presidente Vincenzo Boccia è stato diretto: “Non è affatto chiaro dove si recuperano le risorse per realizzare i tanti obiettivi e promesse elettorali”, ha detto.
Insomma, ai governanti in pectore Boccia ha chiesto di non fare dietrofront su “scelte strategiche” e, dunque di andare avanti sulla Tav, di non chiudere l’Ilva, di porre “meno enfasi sulle pensioni e più sul lavoro, che acquista una centralità assoluta” con l’obiettivo di “ricucire lo strappo intergenerazionale, spostando l’attenzione oggi troppo rivolta alle pensioni”. Il “reddito”, poi, è meglio se lo si guadagna: “Il lavoro abbassa il bisogno di garantire chi un reddito non riesce a procurarselo”.
Giusto, ma va convinto intanto chi un lavoro non ce l’ha o magari con la crisi l’ha perso; e anche a chi – è vero – magari si trova ad essere troppo giovane per andare in pensione e troppo vecchio per essere nuovamente assunto; a chi sperava di prendere l’ascensore sociale in salita ed è stato invece costretto a scendere di piano; e va convinto chi è giovane e già ha perso la speranza… e non sono pochi.