Green Blue Days, Clemente (Cnr-Iriss): A maggio i Labs e un network accademico

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in foto Massimo Clemente, direttore dell’Istituto di Ricerca su Innovazione e Servizi per lo Sviluppo del Cnr

di Giuseppe Delle Cave

“La principale novità di questa edizione è che si è scelto di partire dal territorio, con la tappa di settembre che sta per aprirsi, per poi codificare le idee in un percorso scientifico rigoroso, la cui finalizzazione è nel forum di maggio. Lì ci saranno proposte concrete, si attiveranno i Green Blue Labs e si proverà a far rete, soprattutto al Sud, tra centri di ricerca e università di Campania e Puglia per costituire un network della sostenibilità credibile, con degli obiettivi chiari”. A parlare, alla vigilia della terza edizione dei Green Blue Days, è Massimo Clemente, che dal luglio 2020 è direttore dell’Istituto di Ricerca su Innovazione e Servizi per lo Sviluppo del Cnr, mentre al Forum di Napoli è il coordinatore scientifico. A capo dell’Executive Scientific Council.

Professor Clemente, manca oramai pochissimo all’inizio dei Green Blue Days, che tornano a Napoli dopo la tappa pugliese di Taranto. Con il Cnr c’è una collaborazione consolidata sin dalla prima edizione. Come nasce l’idea di sostenere dal punto di vista scientifico il Forum sulla sostenibilità sistemica?
Sì, come anticipato il Cnr svolge, attraverso l’Istituto di Ricerca su Innovazione e Servizi per lo Sviluppo (Iriss), un ruolo di coordinamento scientifico, che non è proprio facile, perché si tratta di far dialogare mondi a volte distanti fra loro – università e ricerca, associazioni di cittadini, imprese, istituzioni – garantendo il rigore metodologico dell’approccio scientifico. La collaborazione con Green Blue Days nasce con la prima edizione del Forum, quando le tre co-founder Sonia Cocozza, Rosy Fusillo, Elisabetta Masucci mi hanno illustrato il loro progetto visionario e ambizioso chiedendo al Consiglio nazionale delle Ricerche, e all’Iriss, di essere cerniera con il mondo accademico. Da subito abbiamo sposato il progetto, avvantaggiati dal nostro expertise di ricerca sperimentale nella promozione e gestione di processi partecipativi e modelli di governance collaborativa sia nel pubblico che nel privato e nel terzo settore. Giorno dopo giorno, la comunità scientifica è cresciuta quantitativamente e qualitativamente, in particolare l’Executive Scientific Council dei Green Blue Days è composto da personalità di spicco del mondo universitario.

Oltre a lei, che è il coordinatore, chi ne fa parte?
Antonio Uricchio, presidente Anvur; Caterina Arcidiacono dell’Università Federico II; Barbara Bonciani, che è assessore al Comune di Livorno; Maria Casola dell’Università di Bari; Alessandro Castagnaro e Maria Cerreta dell’Università Federico II; Gaia Dandanise del Cnr-Iriss; Michele Dassisti del Politecnico di Bari; Gianluigi De Gennaro dell’Università di Bari; Gabriella Esposito del Cnr-Iriss; Fabiana Forte dell’Università Vanvitelli; Eleonora Giovene di Girasole Cnr–Iriss; Paolo Pardolesi e Giuseppe Pirlo dell’Università di Bari; Barbara Scozzi del Politecnico di Bari; Angelo Tursi dell’Università di Bari e Vito Uricchio del Cnr.

Quali sono invece gli elementi di novità, sotto il profilo anche accademico, di questa nuova tappa napoletana?
La principale novità è proprio lo sdoppiamento dell’edizione dei Green Blue Days del 2023, perché si è scelto di partire dal territorio, dall’interazione con il quartiere di Chiaia scelto come potenziale esempio di “città dei 15 minuti”, il che rispecchia anche un’antica idea di fare urbanistica con al centro le unità di vicinato, per poi riflettere e provare a mettere a terra le idee sulla sostenibilità insieme alle associazioni, alla scuola, alle imprese, ai cittadini e alle istituzioni. Idee che poi dovranno trovare riscontro in un percorso scientifico la cui finalizzazione è nel forum di maggio. Lì ci saranno proposte concrete, si attiveranno i Green Blue Labs e si proverà a far rete, soprattutto al Sud, tra centri di ricerca e università di Campania e Puglia per costituire un network della sostenibilità credibile, con degli obiettivi chiari.

Si fa un gran parlare dell’Agenda 2030, però a volte sorge il dubbio che non tutto sia attuale di quel programma d’azione che fu varato dalla Nazioni Unite nel 2015…
L’Agenda certamente è attuale ma come tutte le dichiarazioni di principio necessità di una implementazione in base allo scenario in cui è chiamata ad essere declinata, che si è modificato nel tempo. I 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile sono sempre validi, ciò che deve cambiare è l’approccio relativo alle tecnologie, alle pratiche e ai tempi. Anche le diverse aree territoriale è giusto che reagiscano diversamente, è fisiologico che alcune città del Sud presentino esigenze differenti rispetto ad altre città mitteleuropee. Ma non c’è nulla di superato tra gli obiettivi. Ciò che è necessario è che si tenga conto dei parametri di sostenibilità anche quando si rimette mano, come sta facendo l’amministrazione comunale di Napoli, agli strumenti urbanistici generali. Un percorso di revisione che passa per il dialogo con i territori e le comunità, e in questo i Green Blue Days possono essere un buon viatico, un utile esperimento per rinsaldare il rapporto tra cittadini e istituzioni.

Spesso quando accadono fatti di cronaca rilevanti, come nel caso del Parco Verde di Caivano, riparte il dibattito sulle periferie e sulle area più disagiate del Paese. C’è, secondo lei, una responsabilità dei decisori pubblici anche per scelte operate in passato sotto il profilo della pianificazione e dell’architettura urbana o quello che abbiamo di fronte è principalmente un problema sociale?
Io cito sempre l’esempio degli edifici delle Vele, che sono a Scampia ma anche in Costa Azzurra, a Villeneuve-Loubet. Lì però sono delle abitazioni di lusso, per persone facoltose e privilegiate, a Scampia invece sono diventate un ghetto. Non è la forma architettonica a determinare il degrado ma i contesti sociali. Il degrado fisico è una conseguenza di quello sociale. In realtà come il Parco Verde di Caivano, dove si stanno verificando azioni convinte di repressione da parte dello Stato – che devono esserci, e guai se non ci fossero – è importante però affiancare degli interventi integrati di rigenerazione sostenibile, processi di trasformazione urbana basati sulle ricadute sociali, economiche e ambientali. Nessuna di queste tre componenti deve mancare. Tutte insieme possono determinare una svolta.