Guardando la luna, le opere di Leone e Coppeta al Relais Metis

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L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte, in Italia e all’estero, avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Stefania Trotta

Quante volte ci siamo incantati a guardare la luna.

E questo è il titolo della mostra al Relais Metis che ha ispirato i due artisti che hanno esposto alla seconda edizione di Camere d’arte, un progetto espositivo che crede nel potere dell’arte per allietare le notti e il giorno del trepido viaggiatore, in visita a Napoli.

Situato vicino Piazza dei Martiri, la mostra Guardando La Luna, vuole, con le coordinate artistiche di Giuseppe Leone e Max Coppeta, colmare la lontananza del satellite, rendendola vicina, creando un racconto visivo “sospeso tra realtà e metafora”.

Se, come dice la scienza, quello che vediamo è sempre lo stesso lato della Luna e il lato opposto è a noi nascosto, allora non ci resta che immaginarlo attraverso le opere di Coppeta e Leone che, in ogni stanza, è come se aggiungessero una nuova finestra che affaccia su una luna mai vista.

Ad aprire le danze verso il viaggio lunare, è la testa metaforica di Selene, situata nel grande bagno della prima camera con archi e specchi da cui sembrano riecheggiare i versi che Michele Sovente scrisse per Giuseppe Leone in occasione della mostra “La luna, la chiave e…” presso gli antichi arsenali della Repubblica di Amalfi nel 1981:

“… la chiave d’oro che vedi, porte segrete sbarrate, a perpendicolo cade la chiave da chissà quale dio lunare…”

Leone rinnova il concetto espresso nella poesia di Sovente e sceglie, quasi inconsciamente, per il suo ciclo “i colori della luna” quelli che scientificamente sono i colori trovati sul satellite, il rosso, il bianco, il grigio e il blu.

Sull’opera che confina con la finestra della prima camera d’arte, vediamo la chiave, che ricorre nella ricerca simbolica di Leone, l’elemento fantastico che apre la mente al romanticismo e al mistico, legati al mondo notturno del sogno.

Sulla parete opposta invece alla finestra, incorniciata dal grande arco che sembra una piccola cappella, Coppeta gioca sugli accenti che scandiscono il rapporta tra naturale e artificiale. L’uomo da sempre cerca di interpretare e rappresentare la natura, con la geometria, ma numerosi sono gli eventi climatici che ci avvertono sul sottile equilibrio che regola il nostro ecosistema. Il lavoro “Costellazioni deserte”, come un affresco scultoreo in una lunetta, simula questa materia organica e inorganica in memoria di un paesaggio ormai scomparso. Cielo e terra, come fusi in blocchi, contengono l’ultima testimonianza del passato.

Nella seconda camera si assiste alla magia dell’incontro fisico tra le opere degli artisti, che scelgono di unire le proprie opere in un’unica installazione. La domanda che ci si potrebbe chiedere guardando la luna di Leone è: Di che colore è lo spazio? Se fossimo sulla luna, dove non c’è atmosfera, il cielo sarebbe nero. Ma in questo buio c’è la memoria del ricordo di quella luce che dal Sole si riflette sul satellite. Il nucleo interno, come una galassia ancora inesplorata, suggerisce diverse vie spazio temporali, ma solo una riesce a perforare il buio e a farne intravedere la luce. È da questa luce, che riprende lo spazialismo di Fontana, che nascono le Costellazioni deserte d’oro di Coppeta, un viaggio su un pentagramma stellare. L’oro come materiale prezioso è avvolto in note trasparenti, quasi acquee. Ciò che le lega è un sottilissimo filo dorato che segna la traiettoria, ogni volta diversa. Sta in chi la guarda, decidere se farla levare o discendere.

Proseguendo nella terza camera l’impressione è che Leone sembra voler proiettare, attraverso il suo “occhio grigio mansueto” per citare ancora una volta Sovente, il suo mondo. “Come pittore – dice Leone – io creo illusioni e cerco illusioni sulla tela, il taglio emblematico diventa pensiero visivo nello spazio”.

Come un grande cannocchiale, il fascio di luce diventa buio e la luna, questa volta in eclissi, nella parte più alta, sembra quasi un pianeta o una stella incandescente.

Le illusioni di Leone trovano corrispondenza poetica nei Racconti lunari di Coppeta che nascono dalla corrosione di lastre di metallo, un processo che sfugge al controllo dell’artista, artefice dell’inizio e della fine di questo procedimento come se si trattasse di un rituale mistico. Un alfabeto di forme circolari racconta dimensioni spaziali lontane, come lontana è la datazione di queste opere: 2119. La loro creazione non è ancora avvenuta, in opposizione alla nostra visione dell’arco celeste che ci rende visibili eventi già accaduti.

Nella penultima camera d’arte, ad accoglierci è l’opera di Leone che si ispira alle pietre di luna, quei primi frammenti di luna raccolti nel 1972 dagli astronauti dell’Apollo 17. Questi reperti astronomici, oggetto di studi scientifici, hanno rivelato una enorme fonte di ricchezza per le loro proprietà strutturali e la loro natura extraterrestre. In questo caso la luna conserva simbolicamente entrambe le sue metà, come in un perfetto equilibrio armonico di energie, che si leggono nella scrittura afona, appena percettibile sulla tela.

Ad illuminare, quasi come un’eclissi, Spyglass di Coppeta è un faretto che parzialmente rivela i tre cubi/cannochiale, quasi dei punti di osservazione. L’immagine è al loro interno, ed è una forma dai contorni non sempre definiti. La sovrapposizione dei cerchi concentrici fa pensare ad una visione molteplice, caleidoscopica, che va oltre il duale, perché necessitano di un terzo occhio per raggiungere l’invisibile. E quale strumento migliore di uno cannocchiale artificiale per vedere una luna immaginaria dall’interno, attraverso la lente dell’artista.

Sulle note di Al Chiaro di Luna di Beethoven, che ci ha accompagnato nel percorso insieme ad altre celebri composizioni, giungiamo all’ultima camera, la suite del Relais Metis.

Il grande cerchio di Coppeta è la luna che protegge il sonno dei viaggiatori. Figura geometrica semplice e pura, la sua perfezione sottolinea il ciclo naturale della vita, dove la nascita, la morte e la rinascita si fondono in un’unica forma continua. Senza spigoli né angoli, trasmette il concetto di armonia, unità e connessione universale. Quest’opera è però caratterizzata da una complessa costruzione di cerchi nei cerchi, come a suggerire una connessione di mondi nei mondi e la sua superficie specchiante, invece, ci imprigiona all’interno del suo confine con linee e forme che regolano il nostro passaggio. Uno specchio di luna che ci indica l’equilibrio e la sovranità dell’Universo.

Proprio sulla parete combaciante, si assiste a quello che potrebbe essere Il dialogo tra due innamorati, che altro non è che l’opera di Peppe Leone. Ma se così non fosse? E se invece il dialogo fosse con il sogno di qualcuno che sentiamo lontano, quando in realtà ci sta, in silenzio, vicino?

Il tatto, che l’opera richiede per la sua natura munariana, rende ogni cosa possibile, reale, risvegliando i sensi perduti nel tempo, proprio come succede nella Filastrocca della Luna di Leone nel 1980.

Infine a chiudere il percorso sono le tre lune di Coppeta “tra l’artificiale – come dice Leone nei suoi appunti di luna – e il primitivo. Il fantastico. L’oro come pienezza del vivere” che come una clessidra che si capovolge, trovano il giusto peso ne la librazione (libra, dal latino, bilancia) insita nell’opera di Leone Equilibrio lunare, che fa riferimento proprio a quel limite/superficie da oltrepassare, da poter svelare, ogni volta ricreando un nuovo equilibrio. La simbologia dell’opera dell’artista, diviene testimonianza di una geometria eraclitea che sostiene l’armonia del mondo tramite l’unità degli opposti, e in questo caso, ancora per una volta ci rivela il misterioso equilibrio di una faccia della luna che vediamo ogni sera e che non vedremo mai.