Guerre commerciali, guerre valutarie e scontri geopolitici

Lo yuan cinese è già crollato ai minimi storici degli ultimi sette mesi contro il dollaro; e nulla ci vieta di pensare che il governo di Pechino stia organizzando una vera e propria svalutazione dello yuan-renmimbi.
Mercoledì 27 giugno, infatti, la banca centrale cinese ha fissato la parità sul dollaro di 6, 596, tagliando peraltro ulteriori 391 punti dai livelli del giorno precedente.
Una mossa che potrebbe espandere grandemente la dimensione, già rilevantissima, del commercio estero cinese, evitare poi l’ulteriore tensione con gli Usa sulle tariffe commerciali, aumentare e differenziare, infine, l’export di Pechino.
Ma non è detto che la Cina voglia davvero svalutare pesantemente ed evidentemente lo yuan, temiamo piuttosto che questa minaccia sia una spada di Damocle da porre proprio sulla testa di Donald J. Trump.
E il problema è, soprattutto, di tipo geopolitico più che finanziario.
Le classi dirigenti degli Usa hanno cavalcato, fin dagli anni ’90, il loro progetto della globalizzazione, al quale si accompagnava inevitabilmente quello della finanziarizzazione universale.
Da un lato, ciò ha creato comunque un nuovo potere, quello dei grandi regolatori internazionali (Banca Mondiale, Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, Fondo Monetario, etc.) che hanno fortemente modificato la traiettoria degli interessi geofinanziari Usa, dalla caduta dell’URSS fino ad oggi, mentre le tecnologie evolute sono però migrate, nel frattempo, verso l’Asia e, in parte, l’Europa Unita.
L’Asia è oggi un competitore globale degli Stati Uniti, mentre l’Europa viene oggi percepita, a Washington, come un inutile cuscinetto con l’area panrussa e, soprattutto, quella amena area geopolitica che crede di avere una moneta che impedisce al dollaro di svilupparsi in pieno, ovvero l’Euro.
Il prossimo 15 luglio, a quanto oggi si dice, Trump e Putin potrebbero decidere proprio di bloccare l’escalation tra Mosca e Washington e depotenziare, insieme, di conseguenza, l’area europea.
Quella che, finora, ha seguito pedissequamente e persino contro i propri palesi interessi la nuova guerra fredda statunitense.
Quindi, è la Cina che, oggi, vuole dirigere tutta la globalizzazione e la finanziarizzazione delle economie mondiali.
Gli Usa, secondo i decisori di Pechino, non se lo possono più permettere, con un deficit commerciale di 567 miliardi, dati del 2017, e un debito pubblico di 21,5 trilioni di Usd, sempre stando ai dati del 2017.
E’ questo il vero pomo della discordia, non dimentichiamolo.
Peraltro, le società nordamericane hanno ancora, malgrado le riforme fiscali di Trump, ben 2,7 miliardi di Usd detenuti in paradisi fiscali.
In totale, i tax havens mondiali contengono dai 21 ai 35 miliardi di Usd di fondi privati. Risolvere questa tensione vuol dire diventare leader globali, sia sul piano finanziario che su quello industriale.
E ciò vale anche per la corruzione.
Le sole nazioni africane, per esempio, hanno perso almeno 1 miliardo di Usd nel solo 2017 per la fuga dei capitali, mentre la somma del debito estero di quei paesi del continente nero è oggi di soli 200 milioni di dollari.
Tra i paradisi, nel ranking di quest’anno, c’è al primo posto la Svizzera, ma al secondo ci sono proprio gli Usa, immediatamente prima delle famigerate Isole Cayman.
Se quindi il mercato dei capitali è grigio e anelastico, come dimostra la massa dei paradisi fiscali, di conseguenza, se diminuiscono le entrate pubbliche provenienti dai redditi di impresa, non possono che aumentare le tasse sugli individui. E questa non è certo una formula per lo sviluppo economico, né trainato dalle esportazioni né spinto da operazioni di altro genere.
Il debito pubblico statunitense, non a caso, cresce al tasso di 1,23 miliardi di Usd per tutti gli ultimi dieci anni, però è recentemente raddoppiato, passando dagli 8,90 trilioni del 2007 ai 20,1 trilioni del dicembre 2017.
Se, quindi, la globalizzazione, giochetto americano, oggi favorisce soprattutto la Cina, allora la pressione militare e il protezionismo sono i principali e inevitabili modelli di comportamento e di tutela degli interessi americani nel globo.
Il protezionismo, peraltro, vale tanto quanto vale tutta la manifattura, visto che la finanza è ovunque già globalizzata: negli Usa, oggi, l’industria, sistema energetico compreso, produce solo il 21% del PIL, mentre il resto è generato dai servizi.
Le nuove proposte di Trump, ovvero la combinazione di politica monetaria “moderata” da parte della FED, la riduzione del deficit commerciale e la protezione tariffaria tramite il buy american, valgono comunque circa un miliardo di Usd di aumento della spesa federale, con il sostegno a qualche nuova infrastruttura, però con 4,4 trilioni aggiuntivi riferibili alla riforma fiscale.
La riduzione delle tasse sulle persone fisiche e giuridiche dal 35 al 20%, asse della nuova Tax Policy trumpiana, la riduzione sulle tasse per i capitali rimpatriati, gli altri tagli sulle imposte corporate, sono tutte operazioni che portano ad un deprezzamento dei redditi da capitale e, quindi, secondo i modelli neoclassici, ad un aumento corrispondente, che però mai si realizza nei fatti, degli investimenti.
In questo modo, la riforma fiscale di Trump potrebbe certamente stimolare la domanda interna e quindi il tasso di crescita del PIL, determinando una maggiore possibilità di spesa delle famiglie, ma soprattutto permettendo alle imprese di dedurre dalle tasse i nuovi investimenti fino al 2022.
La quantità di titoli del debito pubblico Usa recentemente emessi può però far aumentare sensibilmente i tassi di interesse.
Quindi, si espande negli States l’area degli investimenti a breve, mentre il mercato sa bene che, dal 2025, diminuirà pesantemente il deficit pubblico e, quindi, proprio i tassi di interesse.
Ci potrebbe essere quindi la tentazione, da parte delle corporations, di rimandare gli investimenti di qualche anno. Ma la politica di sconti fiscali è, a breve, a carico delle entrate pubbliche, che dovrebbero diminuire di 11 trilioni fino a tutto il 2027.
Le corporation ci possono stare.
Sul piano del rapporto debito-PIL americano, oggi siamo a 105%, ma nel 2027 il rapporto debito-PIL dovrebbe arrivare al 110% con una crescita annua prevista del 3-3,5%.
Le perdite fiscali generate dalla Riforma Trump, secondo i calcoli del Congresso Usa, dovrebbero essere di 414 trilioni di Usd, distribuite in dieci anni.
La riduzione delle entrate dovrebbe essere, nello stesso periodo, di 1633 trilioni di dollari.
L’aumento delle entrate dirette per le famiglie dovrebbe poi attestarsi all’8%, con un evidente aumento della base imponibile.
Che però, ovviamente, non compensa la diminuzione primaria delle entrate. Altrimenti avremmo scoperto il moto perpetuo.
Le società di capitali americane, quindi, potrebbero risparmiare 1,2 -1,3 trilioni di Usd, che prima se ne andavano in tasse; mentre, se tutto va bene, la Riforma Trump potrebbe stimolare un ulteriore 9% di crescita del PIL a medio-lungo termine.
La dipendenza dai mercati esteri di quello interno Usa è, però, elevatissima, pur con una popolazione di 320 milioni di abitanti e un alto tasso di consumi medi.
Se si fa, quindi, una politica di sostituzione delle importazioni dall’estero verso gli Usa, dove il costo del lavoro è comparativamente più alto e le tasse più elevate, tutto ciò implica un ovvio aumento dell’inflazione.
Ricordiamo che, oggi, la Federazione Russa ha già messo mano a ben 780 progetti di import substitution, mentre le importazioni cinesi sono salite, lo scorso marzo, del 14,4%, una cifra maggiore del previsto, però con la corrispondente caduta delle esportazioni cinesi denominate in dollari del 2,7% annuo.
Pechino, per ora, punta soprattutto alla import diversion, non tanto alla import substitution.
Un altro elemento del domino fiscale e economico di Donald J. Trump è lo smantellamento, lo sappiamo tutti, dell’ Obamacare.
Un taglio deciso sarebbe un errore politico pericoloso, su una issue così rilevante dal punto di vista elettorale.
Probabilmente i tagli del Presidente Trump saranno soprattutto sulla scuola e la ricerca, visto che la spesa sociale per il sostegno dei redditi, con Barack Obama, aveva raggiunto il 66% rispetto al 15% delle precedenti presidenze, anche di quelle democratiche.
Gli americani non sono bravi a fare il socialismo, è una specialità dell’Europa migliore, come il cattolicesimo sociale, peraltro.
Cattolicesimo del welfare che non nacque certo solo per portar via voti alle sinistre, ma per una lunga, elaborata e raffinata analisi che la Chiesa Cattolica ha svolto sul capitalismo, dalla Rivoluzione Francese fino alla Rerum Novarum, con la raffinata filosofia del personalismo di Mounier e, per l’Italia, con la straordinaria stagione del Codice di Camaldoli.
Nel contesto del capitalismo tipico degli Usa, una spesa sociale elevata è, comunque, un pericolo per il sistema economico e per i mercati finanziari interni.
Non si possono permettere, gli amici Usa, né il socialismo democratico né, tantomeno, il cattolicesimo sociale dei camaldolesi.
L’idea di Trump di eliminare, poi, il Dodd-Frank Act, la normativa che, dopo la crisi del 2007-2008, ha ridisegnato la separazione, inventata dalla legislazione fascista sull’IRI e poi ripresa da Roosevelt nel Glass-Stagall Act del 1933, abolito nel 1999, della netta separazione tra banche di affari e banche di deposito, non è del tutto sbagliata.
Trump vuole, casomai, riprendere proprio la norma del 1933, con un occhio al nuovo Glass-Steagall “del 21° secolo” che viene proposto da John McCain e dalla senatrice Elizabeth Warren, un nuovo Act che proibisce specificamente il doppio ruolo attuale delle banche, sia come investitori istituzionali, per conto dei corporate clients, che la classica raccolta dei risparmi della piccola clientela.
E’ probabile che Trump sia davvero d’accordo con le linee di un nuovo Glass-Steagall che dovrebbe, secondo i consiglieri economici del Presidente Usa, favorire il controllo e la gestione del credito bancario e la massa della liquidità a credito.
La ringfence oggi richiesta alle banche Usa non basta certamente a regolare il ciclo; ma è difficile, oggi, definire bene le tipologie dell’investimento finanziario.
E il tempo di durata non è il solo indice per stabilire la sua pericolosità o meno. Ne parleremo in seguito.
Ma bisogna peraltro ricordarsi che i consumi privati sono, negli Usa, il 70% del PIL, mentre i debiti privati dei cittadini statunitensi oggi valgono ben 18,94 trilioni di Usd, il 96% del PIL attuale.
O si salvano i debiti privati, quindi, o si manda all’aria anche il PIL, con effetti a catena difficilmente prevedibili.
La linea di Trump, che vuole una legge dello Stato Federale che regoli i mercati finanziari attuali e futuri va, secondo noi, nella giusta direzione.
Questo significa che Trump farà di tutto, come già accade, per dare lavoro stabile agli americani (158 milioni di occupati) limitando la manodopera straniera, che fa concorrenza salariale diretta ai cittadini Usa, al suo livello minimo di remunerazione.
Il dumping salariale interno al proprio Paese non sarà più consentito, nell’Era Trump; e gli investimenti nel manifatturiero saranno diretti a trasformare i lavori temporanei per gli americani in occupazioni stabili.
Il Presidente vuole fare l’esatto contrario di quello che fa l’Unione Europea. E ci riuscirà.
I migranti, tra legali e illegali, nell’era Obama erano ben 27 milioni.
Quindi, i tre obiettivi di quella che è stata definita la trumponomics sono essenzialmente: l’espansione della produzione nazionale, l’aumento numerico e reddituale del mercato del lavoro americano, il rientro della massa di capitali americani detenuti all’estero.
Ma, sul piano delle normative commerciali, il riequilibrio del mercato americano è complesso: negli Usa non vi è l’IVA per i beni importati, salvo una tassa sulle vendite che, però, opera solo in alcuni Stati della Federazione.
La soluzione sarebbe quella di manipolare la tassazione sull’import in modo tale da eliminare la differenza tra i livelli di tassazione esterna dei vari Paesi esportatori negli Usa e abolire, quindi, i vantaggi comparativi dei vari Paesi che vendono nel mercato americano.
Ma vediamo ora la politica e, soprattutto, la politica fiscale sull’energia che Trump vuole implementare.
Gli Usa sono ancora il consumatore n.1 di energia al mondo, utilizzano ben il 25% di tutta l’energia prodotta globalmente, con una quota che è equivalente, più o meno, alla quota dell’America nell’economia globale.
Gli Stati Uniti consumano oggi 19.7 milioni di barili di petrolio al giorno.
La produzione autonoma nordamericana dei petroli è, oggi, di 10,4 milioni di barili/giorno, con i dati al marzo 2018, una quota che vale però solo il 52% dei consumi Usa.
Ma il 68% delle importazioni di petroli negli Usa, ricordiamolo. è duty-free.
E’ utile ricordare qui, date le previsioni più attente sullo shale oil and gas, gli americani prevedono di arrivare, antro il 2022, a produrre i due terzi del proprio fabbisogno energetico autonomamente; quindi è estremamente probabile che gli esportatori verso gli Usa del NAFTA, quindi soprattutto i messicani, dovranno accettare una quota imprevista di fiscalità sui barili esportati verso gli Stati Uniti.
Il che, peraltro, potrebbe favorire una guerra dei prezzi tra i produttori NAFTA e i concorrenti del Golfo o di altre aree.
Naturalmente, le tasse sull’import energetico favorirebbero soprattutto la produzione interna agli Usa, permettendo il massiccio consumo interno deli idrocarburi made in Usa e la riesportazione di quelli, tassati, che vengono invece dalle aree NAFTA.
Sul gas naturale, la situazione negli Usa è egualmente rosea. Dal 2009 ad oggi, gli Stati Uniti sono progressivamente diventati il maggior produttore mondiale di gas naturale, con le riserve provate in America del Nord che sono pari a quelle dell’Arabia Saudita, ma comunque sono 5,5 volte meno grandi di quelle dei russi e 3,7 volte meno grandi di quelle iraniane.
Questo dato spiegherà molte cose, in futuro.
Nel 2017 gli Usa producevano, soprattutto dalle aree negli Appalachi, 73,6 miliardi di piedi cubici di gas naturale al giorno, mentre le agenzie governative nordamericane prevedono che il gas, per quel che durerà, non solo saturerà tutti i consumi domestici, ma permetterà agli Usa di divenire un esportatore netto di gas di petrolio liquefatti, con stabilimenti, che oggi sono in fase di ultimazione, in Louisiana e nel Maryland.
Sarà, questa nuova presenza degli Usa nel settore dell’energia, una potentissima leva per trattare, da posizioni di forza, i nuovi equilibri tariffari.
Per le infrastrutture, vi è un piano “rooseveltiano” che, non meravigliatevi, Trump sta mettendo in azione, utilizzando una proposta di legge, originariamente presentata dal Congresso, che prevede 1,5 trilioni di Usd di investimenti, per stimolare i privati all’ulteriore investimento in questo settore.
Solitamente poco appetibile per i capitalisti Usa.
200 miliardi solamente sarebbero diretto denaro federale, mentre i rimanenti 1,3 sarebbero, appunto, di privati o di Stati dell’Unione.
L’obiettivo è quello, quanto mai necessario, dell’ammodernamento della rete ferroviaria, delle autostrade, degli aeroporti e dei porti marittimi, degli acquedotti e delle dighe idroelettriche.
50 miliardi ulteriori saranno destinati alle infrastrutture agricole e alla irrigazione.
Saranno responsabili per tutta l’operazione infrastrutturale gli Stati della Federazione, ma non si vede come possa arrivare il necessario investimento esterno agli Usa, che sarà inevitabile, date le cifre in gioco.
Quindi, in sostanza, gli Usa tenderanno a diventare, con la presidenza di Donald J. Trump, una organizzazione economica virtualmente invulnerabile agli shock esterni, faranno ritornare nel perimetro della Federazione tutte quelle imprese che sono essenziali per la sicurezza nazionale, sia essa militare o economica, espanderanno infine il settore manifatturiero a scapito del terziario e della finanza.
Insieme a queste prospettive geoeconomiche, la Presidenza Trump cercherà di favorire le tensioni periferiche e marginali nello scacchiere mondiale, soprattutto per vendere armi e, poi, per creare quel flusso di investimenti in alta tecnologia che, come sempre, inizia dal settore militare e poi ricade nel civile.
Sul piano dei risultati, la trumponomics, per ora, ha lavorato bene.
La domanda interna, nel 2017, è salita del 4,6%, la crescita più rapida degli ultimi tre anni.
La spesa per i consumi, che vale i due terzi di tutti gli scambi interni agli Usa, è cresciuta del 3,8% nell’ultima fase del 2017, ma le famiglie hanno poi beneficiato dell’aumento costante degli indici di borsa, dell’aumento dei prezzi degli immobili e, cosa non trascurabile, dell’aumento dei salari.
Gran parte della crescita nei consumi è stata diretta, però, verso le importazioni, che sono cresciute del 13,8% nell’ultimo quarto del 2017; il che va a compensazione, in termini di bilancia dei pagamenti, per l’aumento dell’export USA derivante dalla debolezza relativa del dollaro.
La diversificazione dell’economia nordamericana è aumentata del 19% e gli Usa sono, collettivamente, meno dipendenti dai risultati dei vari settori produttivi.
La disoccupazione cala anche tra i “latinos” e i neri, con il punto più basso dell’unemployment degli ultimi 40 anni, con il rientro negli Usa, per esempio, della Chrysler-FIAT tramite un nuovo stabilimento da 2500 operai in Michigan, mentre i polls della pubblica opinione indicano che la gente, negli Usa, ritiene che l’economia sia “eccellente” o buona” per il 70%.
I lavori a tempo si trasformano in stabili nel 35% dei casi. Senza particolari differenziazioni razziali.
Ogni anno, da quattro anni, secondo Moody’s l’economia statunitense produce oltre 2 milioni di nuovi lavori l’anno, mentre la disoccupazione dovrebbe arrivare oggi a meno del 4%.
Ma le importazioni continuano ad essere, naturalmente, il tallone d’Achille del progetto trumpiano.
Tanto aumenta l’economia americana, quanto più cresce la quota delle importazioni.
Nel 2017, gli Usa hanno importato 2,89 miliardi di Usd di beni e servizi con una conseguente esportazione di soli 2,32 miliardi, con un conseguente deficit commerciale di 566 miliardi.
Il dislivello tra importazioni e esportazioni vale sempre e comunque una diminuzione dell’1,13% del PIL.
I settori che contribuiscono maggiormente allo squilibrio sono quello automobilistico e dei beni di consumo.
Nel 2017, gli Usa hanno importato medicine, automobili, abiti ed altro per 602 miliardi, mentre hanno esportato 198 miliardi di Usd, sempre di soli beni di consumo.
Gli Stati Uniti hanno poi importato 359 miliardi di automobili ma hanno esportato solo 158 miliardi di eguali prodotti.
In questo campo, il vero rivale degli Usa è sempre la Cina; ma Washington ha, alla fine del 2017, un deficit con Pechino, da bilancia dei pagamenti, di 375 miliardi di Usd, con il Messico c’è un deficit di 71 miliardi, con il Giappone di 69 e con la Germania siamo a 65 miliardi di dollari.
Ma le guerre commerciali che, come dice Trump, sono “easy to win”, non lo sono poi così tanto.
L’introduzione di una tariffa unica sui beni importati dalla Cina e di una tassa del 45%; e per i beni messicani del 35%, aumenterebbe i costi di tutte le importazioni, da qualunque Paese, del 15%, con un aumento medio dei prezzi del 3% e una conseguente caduta delle esportazioni americane di 85 miliardi rispetto al dato iniziale.
L’UE potrebbe, peraltro, aumentare facilmente i propri dazi entro due mesi.
La Cina potrebbe infine rispondere aumentando le tasse e i diritti doganali su ben 128 tipologie di importazioni dagli Usa; oltre che a imporre una ulteriore tassa del 25% su auto, aerei, petroli e alimentari provenienti dagli Usa.
Insomma, la prospettiva del protezionismo, per un presidente molto attento all’economia come Donald J. Trump, sarà meno probabile di quanto prevediamo oggi e, comunque, continuerà la lenta ricostruzione del manifatturiero e del mercato interno Usa, obiettivi elettorali e geopolitici dell’attuale uomo alla Casa Bianca.

Giancarlo Elia Valori