“Henri Cartier-Bresson e il mondo delle immagini”

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Roma, 23 mag. (askanews) – Invisibile, eppure così riconoscibile. Henri Cartier-Bresson è una sagoma in controluce mentre parla a Romeo Martinez, direttore della rivista Camera dal 1954 al 1964 e storico della fotografia. Immagini e parole più uniche che rare che riprendono vita nel documentario Rai con testi di Giorgio Bocca e regia di Nelo Risi “Primo piano. Henri Cartier-Bresson e il mondo delle immagini”, andato in onda una sola volta, nel 1964, e riscoperto da Rai Teche e Rai Cultura che lo ripropongono lunedì 27 maggio alle 19.20 su Rai 5 per la serie “Dorian”.

Per tutta l’intervista, Cartier-Bresson – scomparso vent’anni fa – si copre il volto con le mani, rimane nell’ombra, sfugge. Un continuo gioco tra lo scomparire e l’apparire: “Il pubblico – dice – mi vorrà scusare se non lo guardo in faccia, ma il lavoro di cui mi occupo mi costringe a conservare l’anonimato. È un mestiere che si esercita a bruciapelo, prendendo la gente alla sprovvista e dove non è consentito a mettersi in mostra”.

Nel dialogo con Martinez, Cartier Bresson – che si definisce un memorialista, più che un reporter – parla del ruolo della fotografia, della responsabilità di chi si occupa di immagini, di rispetto per il soggetto fotografato, di falsificazione e di pubblicità in quella che, sessant’anni fa, definiva – “un’epoca che violenta la natura e disintegra l’immagine”.

Emerge, così, il ritratto di un viaggiatore e di un incredibile narratore del mondo, tra gli anni ’30 e gli anni ’60: ha fotografato la Cina nel 1948 all’arrivo di Mao Zedong e successivamente nel 1958, ed è stato uno degli ultimi reporter ad incontrare e fotografare Gandhi. E poi il Messico, Cuba, ma anche la provincia italiana del primo dopoguerra, di cui sono celebri le sue foto di Scanno che hanno aperto la strada ad un pellegrinaggio di molti fotografi successivi sugli stessi luoghi. E a differenza dell’amico Robert Capa, con cui fonda l’agenzia Magnum, evoca più che documentare, con uno stile che ricorda gli impressionisti e la tradizione pittorica di Cezanne, Degas e Manet. Perché per lui la fotografia è un mezzo per disegnare. Ma c’è anche l’influenza del regista francese Jean Renoir, secondogenito del pittore Pierre-Auguste, per il quale lavora agli inizi come aiuto regista e dal quale apprende come cercare “l’essenza dell’uomo”. Ed è così attuale che già nel 1964 si pone il problema della deontologia e dello svilimento della figura del fotografo nelle riviste da parte di “sfruttatori di immagini avidi e malevoli”.

Alla fine, affida infine alla macchina da presa la sua ricetta per la fotografia: “Per me occorre rigore, un certo controllo, una disciplina, dello spirito, una cultura, infine intuizione e sensibilità. Ci vuole anche un certo rispetto per l’apparecchio e per i suoi limiti. Ci vuole occhio, cuore e cervello”.