Hotel Aurora, l’America finisce sulla Circumvallazione Esterna

di Francesco Bellofatto

Ci sono romanzi che raccontano un luogo e romanzi che, quasi senza dichiararlo, finiscono per restituirgli un’identità. “Hotel Aurora” di Francesco Di Domenico (Marlin editore) appartiene alla seconda categoria. È un libro di passaggi, di stanze, di corpi, di incontri e di vite provvisorie; ma soprattutto è un romanzo che riesce a trasformare una periferia spesso raccontata soltanto attraverso la cronaca in materia letteraria.

L’Hotel Aurora è un piccolo albergo di provincia, proprietà di un ex boss della camorra, luogo di incontri fugaci e insieme microcosmo di esistenze che si sfiorano, si urtano, si desiderano e qualche volta si perdono. Al centro c’è Vittorio Alessi, uomo del Sud che non emigra ma viaggia, che attraversa la Romagna per approdare infine nella periferia nord di Napoli. Il suo è un movimento geografico e sentimentale insieme, una traiettoria di allontanamento e ritorno, di apprendistato e riconquista. 

È qui che Di Domenico incrocia, per sensibilità più che per imitazione, una certa letteratura americana. C’è qualcosa di Philip Roth nella capacità di far passare la società attraverso le ossessioni, le contraddizioni e i desideri dei singoli; qualcosa di Charles Bukowski nella scelta di osservare l’umanità da luoghi marginali, camere d’albergo, vite sghembe, relazioni provvisorie, senza ripulirle né giudicarle; e qualcosa di Jack Kerouac nell’idea che il viaggio non coincida necessariamente con la distanza, ma con una trasformazione dello sguardo.
Solo che qui la strada non è la Route 66.
È la Circumvallazione Esterna.

La chiamano Strada degli Americani, oppure Doppio Senso. Una lingua d’asfalto che separa e insieme unisce Napoli, Giugliano e l’hinterland, la metropoli e ciò che la metropoli tende a lasciare fuori dalla propria rappresentazione. È una frontiera urbana e antropologica. E proprio su questa frontiera “Hotel Aurora” acquista una forza particolare: l’America evocata dalla tradizione del romanzo di strada viene ricondotta a una geografia molto più vicina, apparentemente meno epica, ma non meno carica di storie.

La strada, allora, non porta necessariamente verso Ovest. Può correre tra svincoli, centri commerciali, alberghi, palazzi, campagne residue, rotonde e territori senza una definizione amministrativa o sentimentale precisa. Può essere la strada che divide la città dal suo fuori e, nello stesso tempo, dimostrare che quel “fuori” possiede una propria lingua, una propria memoria e una propria umanità.

Di Domenico è uno dei pochi scrittori che hanno saputo interpretare con continuità questa complessità. Non usa il territorio come fondale e neppure come repertorio di stereotipi. Lo attraversa attraverso le persone. Napoli, la Romagna, la costa e la periferia non sono semplicemente paesaggi, ma “contenitori di umanità”: Di Domenico non assume lo sguardo del sociologo o del moralista, bensì quello del narratore capace di trasformare il frammento in destino. 

Ed è forse questo il valore più importante di “Hotel Aurora” per Giugliano e per l’intera area a nord di Napoli. In territori raccontati quasi sempre da altri – dalla cronaca, dalla politica, dall’emergenza, dalle statistiche – la letteratura può compiere un gesto diverso: restituire identità. Dare nomi, voci, desideri e contraddizioni a un paesaggio che troppo spesso viene percepito soltanto come margine.

Per questo Francesco Di Domenico è un riferimento letterario che questo territorio dovrebbe tenersi stretto. Non perché ne costruisca un’immagine consolatoria, ma perché riesce a riconoscerlo come luogo degno di narrazione. E non è poco. Significa sottrarre Giugliano e il suo vastissimo hinterland alla condanna di essere sempre periferia di qualcos’altro.

“Hotel Aurora” è anche, in questo senso, un romanzo di transizione. Lo è per Vittorio, che impara, cambia mestiere, attraversa relazioni e luoghi fino a trasformare una condizione apparentemente marginale in un laboratorio di vita. Lo è per i personaggi che entrano ed escono dalle stanze, lasciando dietro di sé desideri, segreti e ossessioni. Ma lo è soprattutto per il territorio che affiora sottotraccia: un luogo sospeso tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora diventare.

Il romanzo mescola comicità, eros, dramma e malinconia, affidandosi a una lingua viva e a dialoghi che conservano la forza dell’oralità. E proprio attraverso questa apparente leggerezza lascia emergere una questione più profonda: cosa significa appartenere a un luogo? Quanto territorio portiamo dentro di noi anche quando crediamo di attraversarlo soltanto?

Alla fine, le stanze dell’Aurora non sono più semplicemente camere d’albergo. Sono vite temporaneamente accostate. Sono memoria. Sono una comunità improbabile che riesce comunque a produrre appartenenza e dignità, fino a quella che è stata definita una forma di “sostenibilità umana”, fondata sulle relazioni. 

Roth aveva Newark. Bukowski Los Angeles. Kerouac aveva la strada americana.

Di Domenico ha trovato la sua materia narrativa lungo una strada che ha perfino l’America nel nome, ma corre tra Napoli e il suo sterminato hinterland.

La Strada degli Americani. Il Doppio Senso. La Circumvallazione Esterna.

E forse “Hotel Aurora” ci dice proprio questo: che per trovare una storia universale non serve andare molto lontano. A volte basta fermarsi in una camera d’albergo ai margini della città e imparare finalmente a guardare ciò che abbiamo sempre avuto davanti agli occhi.

in foto Francesco Di Domenico