Hotel Caruso di Ravello, Mirella Riccardi racconta il coraggio degli operatori di Medici Senza Frontiere

di Emilia Filocamo
Mirella Riccardi indossa un abito lungo e leggero e un paio di orecchini dalla forma vistosa che sanno di Paesi lontani, forse di  Africa, o forse chissà. È lei l’operatrice umanitaria che porta la testimonianza che zittisce la platea per diversi minuti. Caruso, a Belmond Hotel di Ravello, sabato 5 settembre, ore 19:00,  charity cocktail con l’organizzazione medico-umanitaria Medici Senza Frontiere. La sala è gremita, molti seduti, altri in piedi. La sera è già arrivata, in fondo siamo a settembre. Tutta questa gente potrebbe essere altrove, potrebbe fare altro: è un sabato, è la coda dell’estate appena andata, si potrebbe fare davvero qualsiasi altra cosa. Eppure sono qui ad ascoltare, a guardare il video che mostra gli operatori umanitari che intervengono dove il mondo ha dimenticato il mondo, dove la sofferenza è l’unico alfabeto possibile, dove  arrivare a domani, diventare adulti, sono un regalo, un’ipotesi. Un miracolo. Mirella racconta dello Yemen, della sua casa e del suo lavoro al quarto piano dell’ospedale. Non esiste un altro posto  dove andare, dove trascorrere la notte,  per sicurezza si vive e lavora lì dentro. Nei primi tre piani i malati, i degenti, il reparto neonatale. Le operazioni chirurgiche sono tantissime, spesso avvengono senza anestesia, spesso, altrove,  se si muore, e magari per Ebola, non si comprende il motivo e si imputa tutto alla stregoneria. Allora parlare, comunicare, spiegare,  diventano quasi verbi inutili perché quella gente non crede, non si fida, ed è stanca. Altre volte è una donna disperata, vittima di stupro, che si aggrappa al suo braccio e cerca conforto, pietà, che preme la testa accanto alla sua. E’ una Pietà di Michelangelo fatta di carne, forse più di ossa, di stenti, di disperazione. Mirella è una donna minuta ma mi appare gigante: la voce ferma, diretta, forte. Tiene tutti con il fiato sospeso. Ringrazia i presenti, ringrazia chi ha donato perché sono quelle donazioni ad armare di amore e di aiuti le loro mani. Poco prima di intervenire, ha inviato messaggi ai  suoi colleghi sparsi in Congo, in Palestina, dove  è il coraggio a farti restare perché si sfida la morte ogni giorno. Mirella racconta cosa vuol dire essere un medico, lei è una psicoterapeuta e i medici in sala sono tanti. Essere medico non è leggere un referto, compilare una scheda: è esserci, è presenza nella paura, parola nel silenzio.
Ecco, potrei scrivere tante cose sulla serata del 5 settembre: gli interventi sono stati molteplici, dai saluti di apertura della General Manager del Caruso, Iolanda Mansi, che ha evidenziato l’importanza, per chi è più fortunato, di aiutare, di esserci e di supportare, a quelli di Lina Coppola, volontaria MSF Antenna Salerno, di Stefania Masala e   Ilaria Novellino, responsabili   filantropia e  donazioni. Accanto a Lina Coppola, un parterre di volontarie MSF Antenna Salerno davvero instancabili:  Elena Giovannetti, Valentina Aristarco, Giovanna Ammaturo. Loro volevano questo evento, lo volevamo tutti e l’evento c’è stato. Potrei scrivere dello splendido cocktail che ha chiuso la serata tra i Giardini Wagner appunto, dove la felicità è quasi obbligatoria per bellezza, eleganza, atmosfera, dove i sapori sono quelli dell’Executive Chef della struttura, Armando Aristarco ,e la passione è quella di un team che conosce la bellezza e conosce anche l’altra faccia del mondo reale, quella che rima con sofferenza e solitudine.  Ma l’intervento di Mirella Riccardi è il vero senso di  una serata che ha segnato tutti, fino all’ultimo istante. È il modo in cui dire grazie  per quel coraggio che non si ferma davanti ai cataclismi, alle bombe, alla fame, alla morte, alle epidemie.