I calcinacci di Napoli tra legalismo ed eticità

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A cura di Maria Elena Viscardi La morte del quattordicenne Salvatore G. a causa dell’improvviso cedimento di un cornicione della Galleria Umberto I ha scosso le coscienze e ha riportato l’attenzione sullo A cura di Maria Elena Viscardi La morte del quattordicenne Salvatore G. a causa dell’improvviso cedimento di un cornicione della Galleria Umberto I ha scosso le coscienze e ha riportato l’attenzione sullo stato di semiabbandono della città. Anziché un esercizio di cura per evitare di perdere il poco che resta, il sindaco sembra lasciare Napoli nella più totale incuria. Non si vuole intavolare un discorso politico ma etico- culturale come quello di Gerardo Marotta che è riuscito con fatica a salvare i tomi dell’Istituto per gli Studi filosofici presso il Leonardo Bianchi. La nostra città ha una vocazione turistica, ma se dei calcinacci precipitano sul capo di un giovanissimo sino a ucciderlo, il danno non è solo d’immagine ma lede l’identificazione che ciascuno di noi ha con Napoli. A via Toledo sorge la magnifica Galleria Umberto che ricorda lo splendore d’Italia del primo Novecento e la piena adesione della città a quella che fu definita la belle époque; poco più avanti la pizzeria Brandi celebra l’amata moglie regina Margherita. Storia e ancora storia d’Italia di cui è ricca la nostra Napoli. Oggi lo splendore delle antiche vestigia storiche si è tramutato nell’agonia dei moribondi, la nefasta noncuranza che uccide le nuove generazioni. Ecco una breve carrellata: la tragedia della donna di via Aniello Falcone schiacciata da un albero da segare, la preannunciata morte di via Toledo, le pericolose enormi buche delle strade teatro d’infortuni, le intensissime vibrazioni del metrò che sollecitano i palazzi indebolendone le strutture. Napoli ai tempi di Alfonso d’Aragona fu un grande scalo portuale ma non lo è oggi per la negligenza dei governanti. de Magistris di certo non si è distinto come l’antico sovrano per la sua magnanimità verso i napoletani, anzi sembra regnare come un sovrano straniero che nulla concede al popolo se non indifferenza e disincanto, come se i cittadini e gli intellettuali l’avessero tradito ancor prima d’iniziare la sua reggenza. La sua afflizione per la giovane vita scomparsa ricorda quella del Conte Ugolino che, stretto nella morsa di quattro mura, giunge a fagocitare i suoi figli “La bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator”. E poi in conferenza stampa comincia: “Tu vuo’ch’io rinovelli disperato dolor che ‘l cor mi preme”. Come insegna il Divino, de Magistris sembra essersi arenato nel secche del legalismo Kantiano dimenticando l’eticità concreta.