I concorsi universitari e il declino dell’Italia: contra Harari

di Claudio Quintano e Giorgio Tassinari (*)

Sul Corriere della Sera del 13 luglio è stato pubblicato un breve articolo a firma di Sergio Harari dal titolo La “patente” per i professori universitari”, assai elogiativo nei confronti della riforma del reclutamento dei professori universitari, approvata recentemente dal Parlamento, su un ddl di iniziativa governativa, ovvero della ministra per Università e Ricerca, Annamaria Bernini. Non possiamo trattenerci dall’esprimere il nostro disaccordo con le tesi di Harari, verso le quali la nostra posizione è ortogonale. La legge Bernini abolisce il sistema dell’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), che aveva come ben noto molti aspetti negativi, come ad esempio l’eccessiva importanza data ad aspetti meramente quantitativi della produzione scientifica. Ma su un punto il sistema ASN era formidabile, ovvero la casualità della formazione delle Commissioni. Tale casualità non era assoluta, ma condizionata a due elementi : il candidato Commissario doveva passare il vaglio di alcuni criteri (gli stessi per l’ammisssione dei candidati all’ASN per professore ordinario) e dallo stesso Dipartimento non poteva essere estratto più di un Commissario. L’estrazione causale (con queste condizioni) garantiva in linea di massima dalla formazioni di cordate di natura culturale o paternalistica. Ogni Commissione, nei limiti della sua competenza rispondeva solo alla legge, alla coscienza e all’opinione pubblica. Il numero di ricorsi (2500 in sedici anni secondo Hariri) corrisponde solo al 3,5% dei vincitori (71.000). Valutando in modo congetturale che solo uno su due dei candidati non abilitati abbia fatto ricorso, e che il numero dei candidati nelle diverse tornate sia stato circa il doppio degli abilitati, la percentuale è fisiologica. I Commissari dell’ASN non erano “i cavalieri del tempo antiquo” di Ariosto; ciò che ci preme sottolineare è che il sistema era sufficientemente corretto rispetto a criteri etici standard, pur nella deriva numerologica. Ma andiamo avanti nella contestazione delle affermazioni di Harari (invero assai apodittiche). Harari scrive anche che il principale merito della legge Berni è quello di aver introdotto la valutazione triennale per i professori e ricercatori. Forse Harari si è distratto, forse no. In verità la valutazione della produttività scientifica e dell’assolvimento del carico didattico è già contemplata dalla legge Gelmini (L. 240/2010). E pur vero che l’attuazione è delegata alle singole Università, per cui i parametri di valutazione sono diversi da sede a sede. Ma una valutazione c’è (binaria) e il giudizio positivo è indispensabile per gli scatti di anzianità dentro il ruolo. Né va trascurato che ‘Agenzia Nazionale per la valutazione dell’Università e della Ricerca compie numerose ed approfondite indagini sull’attività degli Atenei e dei singoli Dipartimenti, a cui sono collegati una buona parte dei finanziamenti che il MUR eroga annualmente. Il pezzo di Harari è populista e demagogico (Era ora che qualcuno mettese in riga questi poltroni da ZTL dei professori universitari, è il messaggio sottotraccia dell’articolino di Harari). Il tiro al bersaglio sulle Università pubbliche fu esercitata con grande intensità per preparare la legge 240/2010. In questo si distinsero oltre che giornalisti e pubblicisti vari, anche alcuni colleghi (Caina ancor li attende!), per lo più di estrazione o di ambiente bocconiano. Nonostante tutto occorre sottolineare con forza che ogni anno migliaia di laureati e dottori di ricerca nelle Università italiane trovano collocazione in Università straniere; quindi l’Università italiana nonostante i tagli e gli interventi governativi e legislativi è ancora in grado di licenziare laureati e dottori di ricerca di valore. (su questo punto e sulle motivazioni dell’emigrazione all’estero vedi ad esempio gli articoli di Sergio Longobardi coautorato con altri  del DISAQ, Dipartimento di Studi Aziendali e Quantitativi dell’Università degli Sudi di Napoli Parthenope). Va tutto bene? Neanche per un poco. Il sistema universitario è gravemente sottofinanziato, vi sono decine di migliaia di precari che costituiscono un ideale brodo di cultura per un neo-sansepolcrismo di cui Vannacci è l’epifenomeno. La struttura è segmentata, divisa, tra grandi e piccole università, e tra Nord e Sud. Rimettere in carreggiata l’autotreno dell’Università italiana richiede interventi profondi, strutturali, non il maquillage regressivo della legge Bernini. Per quanto riguarda il reclutamento, pensiamo che il ritorno ai concorsi nazionali sia uno dei capisaldi della rinascita, ma a ciò si oppongono per primi i Rettori, anch’essi irretiti/complici per la gran parte, del localismo. Sarebbe opportuno che, conservando i concorsi locali, l’estrazione dei Commissari prevista dalla legge Gelmini fosse effettuato su base nazionale e non locale (sarebbe poco, ma comunque pur sempre qualcosa), con norme che impediscano che un professore entri in troppe commissioni di concorso.

Il problema dell’Università va inquadrato nel contesto più ampio del declino italiano, declino che è in primo luogo morale e culturale, e poi sociale ed economico. Inutile farne un quadro qui, la situazione è tragica ed autoevidente. Un sistema universitario e più in generale dell’istruzione ricostruito su basi di equità ed efficacia è ovviamente fondamentale per tentare un percorso di rinascita, qualcosa che si colleghi alla visione e lo slancio degli anni Sessanta. L’aumento delle spese militari imposto da Tramp ai paesi europei rende inattuabile ogni percorso progressivo. Non è da escludere che il vero obiettivo di Trump sia quello di costringere gli europei a disinvestire dal sistema dell’educazione e della ricerca, pietra angolare dello sviluppo morale e materiale delle Nazioni.

*Giorgio Tassinari è stato professore ordinario di Statistica aziendale dal 1994. Attualmente è componente del Direttivo dell’Associazione della Statistica Applicata. Ha insegnato presso la Facoltà di Economia dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. E’ stato direttore del Dipartimento di Scienze Statistiche “Paolo Fortunati” dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna negli anni accademici dal 2000-2001 al 2005-2006. Dal 2002 al 2006 ha fatto parte del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Statistica. Dal 2005 al 2021 è stato Editor della Rivista Statistica. E’ stato Presidente del comitato scientifico della Biblioteca Walter Bigiavi. E’ autore di 157 pubblicazioni a stampa.