I fratelli De Filippo e Qui Rido io. Il teatro va in scena

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di Erika Basile

Sipario! È il 25 dicembre 1931, al teatro Kursaal di Napoli, la Compagnia “Teatro Umoristico i De Filippo” mette in scena Natale in casa Cupiello. Peppino si allontana e abbandona le quinte. Si parte dalla fine per ritornare laddove tutto ha inizio, in un viaggio indietro nel tempo. Quando arde il fuoco sacro del talento, nulla può impedire che le fiamme divampino. Un talento incontenibile viene rappresentato nel film di Sergio Rubini I fratelli De Filippo, che, raccontando essenzialmente sei anni, dal 1925 al 1931, dalla morte di Scarpetta, quindi, alla formazione del “trio”, vuole condensare gli avvenimenti cruciali della loro giovinezza e mettere in luce anche gli elementi, che, con il tempo, li hanno portati a separarsi. La pellicola è il punto di arrivo di un periodo lungo di gestazione e di studio, ma anche il primo tassello di un disegno più ampio, che il regista vorrebbe realizzare, di una serie dedicata a tre protagonisti eccellenti del teatro italiano. L’impianto complessivo, in effetti, rivela questa intenzione. Rubini ha portato sullo schermo la storia dei tre fratelli “come se fossero i Beatles”, perché Eduardo è stato realmente una delle prime star del Novecento, con la sua voglia di sperimentare e innovare, di osservare il mondo senza filtri, per poterlo raccontare nella sua poetica malinconia. Gli eventi sono ricostruiti ricorrendo ai flashback, con salti nel passato che aggiungono via via tessere al puzzle della storia. Il filo conduttore è costituito dal desiderio di riscattare, attraverso il teatro, la vergogna e il dolore per un riconoscimento mai avvenuto da parte del padre naturale – che li priva anche dell’eredità –, dalla volontà di superare l’umiliazione e convogliarla in un progetto artistico che diventa progetto di vita. Ai giovani, e poco noti, Mario Autore (Eduardo), Domenico Pinelli (Peppino) e Anna Ferraioli Ravel (Titina), si affiancano Giancarlo Giannini, Biagio Izzo, Maurizio Casagrande, Maurisa Laurito, Maurizio Micheli, Vincenzo Salemme, Marianna Fontana e Nicola Di Pinto. La regia si pone al servizio della narrazione, senza sovrastarla, mentre la Napoli di inizio ‘900 viene celebrata dalla fotografia di Fabio Cianchetti, dalle scenografie di Paola Comencini, dalla musica di Nicola Piovani e dai costumi di Maurizio Millenotti. Prevale l’immediatezza del racconto, priva di stratificazioni intellettuali, ed emerge l’obiettivo di trasmettere l’entusiasmo, l’orgoglio, la spregiudicatezza giovanile e il desiderio di indipendenza dei De Filippo. Ma anche il forte legame con Luisa, la mamma, il ruolo di mediatrice assunto da Titina e le differenze caratteriali che affiorano progressivamente. Peppino trascorre lontano dalla famiglia i suoi primi 5 anni di vita, nella campagna di Caivano, lontano dai fratelli, inconsapevole, convinto di essere figlio della balia che l’ha cresciuto. Scarpetta, pur non volendo riconoscere i tre figli illegittimi, li fa studiare, li mantiene, fa in modo che ogni giorno ricevano il pranzo per mano di un cameriere che arriva direttamente dal palazzo paterno, ma, soprattutto, trasmette loro la passione per il palcoscenico. “Tu si’ ‘a punizione mia – dice a Eduardo –. Io nun t’aggio dato ‘o nomm’, ma tu ti si’ arrubbat’ l’arte, povero Vincenzino mio”. Ben consapevole che Vincenzo, suo erede e figlio legittimo, è condannato a vivere all’ombra del suo talento. Nel 1921, in un “palco lateralissimo di quarta fila” del Teatro Mercadante, Eduardo assiste a Sei personaggi in cerca di autore di Luigi Pirandello e ne rimane scombussolato: “Serata indimenticabile! Ricordo ancora lo sgomento, la profonda emozione che provai assistendo a quella recita. […] Mi pareva quasi impossibile continuare a far ridere la gente coi quadri delle riviste, quando, in altra sede, l’arte drammatica raggiungeva quella potenza e quella originalità di idee e di espressione”. Si confronta con modi nuovi di concepire il teatro, con la frammentazione dell’architettura drammatica, con l’annullamento della “quarta parete” – di quella parete immaginaria che separa gli attori dagli spettatori – e con il relativismo conoscitivo. L’ammirazione lo spinge a leggere anche tutti i suoi romanzi e le sue novelle. Un decennio dopo, sarà lo stesso drammaturgo e scrittore siciliano a recarsi al Sannazzaro per assistere alla commedia Sik-Sik, l’artefice magico e per conoscere il trio De Filippo. L’incontro con questo nuovo modo di fare teatro genera una scintilla che gli permette di guardare sotto una luce nuova il bagaglio del teatro scarpettiano e di pensare a un nuovo repertorio, che possa rompere gli schemi e rivoluzionarli. L’evoluzione passa anche attraverso il “tradimento”: Eduardo, decide di lasciare il teatro dialettale, i fratelli e Napoli per andare a Milano. Quando Rubini lo trasporta tra la nebbia fitta fitta che avvolge strade e persone, viene da pensare inevitabilmente a tutti gli stereotipi sulla città lombarda, quelli su cui Totò ha costruito tante scene. In generale, l’ambiente non è dei più accoglienti, tant’è che l’inquieto giovane De Filippo chiude presto questa parentesi e rientra nella città “baciata dal sole” e anche nella compagnia di Vincenzo Scarpetta, danneggiando Peppino che, intanto, ha preso il suo posto. I rapporti con gli Scarpetta si tendono sempre di più e il distacco appare inevitabile: per crescere è necessario uccidere virtualmente il padre naturale che, in questo caso, coincide con il padre artistico. La struttura circolare del racconto scelta dal regista arriva a compimento e il finale sembra far prevedere un seguito.
Durante tutti i 142 minuti del film, l’accento è posto sul vulnus generato dal marchio di essere “figli di NN”: la ferita viene elaborata in modo diverso ma accompagna Eduardo, Peppino e Titina per tutta la vita. Peppino, più tardi, a metà degli anni ‘70, sente il bisogno di raccontare e rendere pubblico il suo tormento per l’emarginazione, le vessazioni subite e le umiliazioni che hanno segnato la sua adolescenza, e non solo. Nella sua autobiografia, Una famiglia difficile, percorre le varie fasi della sua vita: l’infanzia con un padre anaffettivo e severo, gli esordi teatrali in Miseria e Nobiltà dello stesso Scarpetta, la nascita della compagnia “Teatro Umoristico i De Filippo”, fino alla rottura del rapporto con il fratello e al loro ultimo incontro avvenuto nel giorno della morte di Titina. Esternazioni che Eduardo, dal carattere riservato e spigoloso, non apprezza, preferendo incanalare la sua sofferenza nell’arte e nella scrittura. Tutta la sua produzione artistica, infatti, ricorda quel dolore e quando Filumena Marturano dice “I figli so’ tutti uguali ” è la voce di Eduardo bambino che pare di sentire. Scarpetta-Giannini appare, nella finzione cinematografica di Sergio Rubini, severo e tormentato, distante dall’istrionico ed esuberante personaggio rappresentato da Toni Servillo in Qui Rido io di Mario Martone. Il “viaggio” sentimentale” del regista napoletano nella vita del commediografo comincia mostrando immagini girate dai fratelli Lumière nel 1895, che ritraggono il lungomare di Napoli e il passeggio all’ombra del Vesuvio, come a voler ricordare l’incanto intatto della città in un periodo di grande vivacità culturale, con i café chantant, i suoi teatri, i circoli letterari e le case editrici. Eduardo Scarpetta è il re, “genio del teatro e patriarca amorale, spinto da una fame incredibile di riscatto sociale”. Nel suo mondo, teatro e vita si intrecciano continuamente, in una giostra di debutti e di invidie, di figli nati da madri diverse, alcuni condannati da una paternità negata, che condividono spazi e affetti. Su tutto giganteggia Scarpetta-Servillo, pater familias e padrone di casa, che governa ogni cosa, che non esita neppure a rubare la scena al figlio Vincenzo. Il rigore filologico e l’eleganza formale impreziosiscono lo sviluppo della vicenda raccontata, con immagini che ricostruiscono il senso di un’epoca di trasformazioni e grande fermento, con la scenografia di Giancarlo Muselli e Carlo Rescigno, i costumi di Ursula Patzak e la fotografia di Renato Berta. Una vicenda che si svolge tra il 1906 e il 1908, anni che vedono contrapporsi Scarpetta e D’Annunzio, che esige i diritti di autore per la parodia della tragedia La figlia di Iorio, stravolta e trasformata in “Il figlio di Iorio” dal commediografo napoletano. Da una parte c’è Scarpetta, ricco e acclamato, all’apice del successo con il personaggio di Felice Sciosciammocca, che ha soppiantato, sul palcoscenico, quello di Pulcinella. Dall’altra, gli intellettuali, tra cui Ernesto Murolo e Salvatore di Giacomo, che, prendendo le parti di D’Annunzio, si fanno sostenitori di una battaglia culturale per riportare il teatro napoletano alla sua purezza popolare, fatta non solo di comicità bonaria. A difendere Scarpetta è Benedetto Croce, che dimostra l’assenza di plagio e di contraffazione, in quanto le due opere sono animate da uno spirito diverso e tendono a ottenere effetti artistici opposti, “la parodia è nell’arte, perché è nella vita: accanto all’infinitamente grande, vi è l’infinitamente piccolo”. Ma quel processo segna anche il punto di non ritorno per il “capocomico”, che si rende conto del cambiamento in atto nella società e, quindi, nel teatro; un cambiamento che coinvolge i suoi stessi figli. La messinscena di Qui rido io ha la raffinatezza dell’impianto teatrale e la leggerezza di una commedia corale, girata quasi completamente in interni, in un continuo intreccio tra teatro e casa. Scritta da Mario Martone e Ippolita di Majo, è rappresentata da un cast in cui si ricordano, oltre a Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Cristiana Dell’Anna, Maria Nazionale, Eduardo Scarpetta (pronipote del “protagonista”), Roberto De Francesco, Lino Musella, Iaia Forte e Paolo Pierobon. La musica accompagna tutto lo svolgersi della narrazione, partecipando alla sceneggiatura, “è la Napoli rievocata attraverso il canto, una città al fondo dolente che fa del teatro maschera per gettarsi nella vita”, dice Martone. L’umanità, con il suo carico di miseria e nobiltà, è illuminata dall’occhio del regista che scava tra le pieghe delle debolezze umane senza giudicarle. Lo spessore e la forza dei personaggi femminili si riconoscono nel legame di sorellanza che li accomuna, nella capacità di adattarsi a condizioni difficili, di accantonare le proprie rivendicazioni a favore del benessere familiare. Con delicatezza si coglie il dolore, generato dall’egoismo di Scarpetta, si segue l’iniziazione al palcoscenico dei fratelli De Filippo e l’emergere della consapevolezza in Eduardo, che, per convincere Peppino a recitare, gli dice: “Tu cosa vuoi fare, Vuoi scappare? Ti vuoi liberare? E allora vai, la nostra libertà è là sopra”. In queste battute è condensato il senso profondo dell’arte, intesa dal drammaturgo come strumento di emancipazione e di affermazione della propria personalità, ma anche come un demone che lo abita. Molti anni dopo, nel 1984, in un discorso tenuto durante la sua ultima apparizione pubblica, Eduardo testimonia, senza rimpianti, una vita spesa per il teatro: “Voi sapete che io ho la nomina che sono un orso, ho un carattere spinoso, che sfuggo, sono sfuggente. Non è vero. Se io non fossi stato sfuggente, se non fossi stato un orso, se non fossi stato uno che si mette da parte, non avrei potuto scrivere 55 commedie. […] Fare teatro sul serio significa sacrificare una vita! […] È stata tutta una vita di sacrifici e di gelo! Così si fa il fa il teatro, così ho fatto! Ma il cuore ha tremato sempre tutte le sere, tutte le prime rappresentazioni e l’ho pagato! Anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato”.