I Googlers e il cattivo esempio bolognese

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Il Bazar delle Follie è un grande magazzino presente in tutta la Penisola. Nella sua sede bolognese si cominciano a vendere i buoni “F.i.c.o. – Fabbrica Italiana Contadina”. Si legge nel sito del F.i.c.o. “Obiettivo è quello di creare a Bologna, all’interno dell’edificio del Caab Mercato Ortofrutticolo, il più grande centro al mondo per la celebrazione della bellezza dell’agroalimentare italiano. 80.000 metri quadri che hanno l’obiettivo di diventare punto di riferimento museale, gustativo, un centro per la spesa e un centro didattico di un pubblico molto vasto”. Il sogno è grande, ma il diavolo, che sempre si cela nei dettagli, non è da meno. Il suo nome inizia con la lettera G che sta per “gentifricazione”, termine derivato da “gentry” che indica la piccola nobiltà inglese dei tempi andati. Oggi, la nuova nobiltà è formata dagli emergenti imprenditori della conoscenza e delle tecnologie digitali, congiuntamente agli immigrati di élite attratti dal loro richiamo. Anche questa nobiltà porta per iniziale la lettera G che sta per “Googlers”. Sono loro l’élite dell’immigrazione benestante che, attratta da Google e dagli altri titani dell’economia digitale, è accusata dagli abitanti di San Francisco, nativi o da lungo tempo lì residenti, di sconvolgere stili di vita consolidati e far lievitare i prezzi degli immobili. Se la gentrificazione s’ingrossa e mette radice, cambiano demografia, mercato immobiliare, uso del territorio, cultura e carattere della città. Quante più coppie di “S” (startup innovative) e “G” (Googlers) si formeranno a Bologna, tanto più crescerà il reddito mediano mentre diminuirà la dimensione delle abitazioni essendo tra i “G” numeroso il gruppo dei singoli. Costoro preferiscono risiedere in loft dove tempo libero e lavoro si fondono insieme. I più benestanti cercano abitazioni di fascia alta in prossimità di negozi e ristoranti. Col centro storico in forte domanda da parte loro, tenderebbero a portarsi in alto affitti e acquisti. Oggi si abbassano le serrande degli artigiani e dei commercianti al dettaglio. Domani, con il centro popolato dai “G” si alzerebbero nuovamente all’insegna del logo ‘S’. La “sindrome di San Francisco” potrebbe essere scongiurata con l’allargamento del centro storico verso quelle che oggi sono zone periferiche. Ne dovrà tenere conto il disegno dei nuovi paesaggi del F.i.c.o. Con i “Googlers” cambia non solo il carattere delle città, ma anche la cultura del lavoro e della mobilità. Essi sono lavoratori imprenditoriali, codificati come “intraprenditori”, per i quali “il lavoro non è un posto dove si va, è ciò che tu fai, è ciò che tu sei”. Ecco perché ai piani urbanistici si chiede di dare risalto alle autostrade del web con corsie veloci per dare respiro allo smartwork, tracciare le piste ciclabili e progettare tutte le forme di mobilità che rendono gradevole (meno rumore e meno inquinamento) e spedito il muoversi da un punto all’altro della città. Nell’alfabeto economico del F.i.c.o., la “s” delle startup innovative è una lettera minuscola e la “G” dei googlers ancora assente. Eppure, non si può rinunciare alle “S” e ai “G”. Non considerarle, renderebbe zoppa la narrazione del centro storico e delle periferie bolognesi. Le imprese delle tecnologie digitali e delle scienze della vita, i due segmenti portanti della grande “S”, procedono con salti e strappi. Le loro discontinuità le tengono fuori dalle righe dei piani urbanistici e delle politiche industriali. Non tenerne conto vorrebbe dure condannare al fallimento gli uni e le altre. piero.formica@gmail.com