I grandi leader hanno visione e competenza

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La motivazione guida l’apprendimento
Un uomo beve una bottiglia di whisky ogni giorno per anni e anni. Sua moglie a un certo punto riempie due bicchieri uno di acqua e uno di whisky e li mette di fronte al marito. Poi prende una scatola, ne estrae un verme, lo mette nel bicchiere con l’acqua e il verme nuota. Poi prende un nuovo verme, lo mette nel bicchiere con il whisky e il verme muore immediatamente. La donna punta l’indice verso il marito e gli fa: “Che cosa t’insegna questo?”. “Che se bevo whisky, non avrò i vermi!”.

Nicolò scala emozionato la parete della montagna.
Ha la visione della vetta e una grande motivazione a raggiungerla, insieme alla consapevolezza di riuscirci, perché si è preparato a questo.
Sente i piccoli ma forti muscoli che rispondono alle sollecitazioni della sua mente e vede, guardando in basso, il cammino percorso che sta diventando esperienza e ricordo.
Ogni passo, ogni varco, ogni sperone delle rocce, ogni avanzamento e ogni problema da risolvere sono una conquista, motivante in se e strumentale per lo scopo finale: quello della vetta ma nello stesso del cammino che sta facendo.
Arrivato in cima, si rilassa, fiero di se, felice del risultato, beve un poco di birra in un grande boccale e si sente bene.
Ride con il viso rivolto al sole e ride alla vita e alla energia che l’alimenta.
Nicolò è felice, quest’avventura sta diventando memoria e alimenterà narrazioni e progetti futuri di altre vette.
Nicolò si sta allenando ad affrontare la vita mentre la vive e si muove andandole incontro come protagonista.
Prendo spunto da questa storia di mio nipote per fare qualche riflessione metaforica.
Vivere avendo motivi per vivere e viaggiare nel tempo, spaziando tra ricordi e immaginazione del futuro costruendo scene interiori avvincenti e narrandole a se e ad altri: ecco cosa crea benessere.
Partiamo da un punto fondamentale per muoverci e non annaspare occorre avere una visione, un’ambizione, uno stimolo o un’attrazione verso qualcosa (almeno pensabile) che considera la realtà da dove si parte, per capire il percorso da fare per andare dove vogliamo-possiamo.
La visione costringe a vedere la differenza tra là e allora e qui e ora e il desiderio definisce lo slancio e il cambiamento che potremo attuare.
Certo che la rappresentazione della visione non esiste, perché è una fantasia della mente, ma solo con questa fantasia il mondo reale emerge con chiarezza e chiama l’azione, smascherando i desideri deboli e mettendo alla prova la schiettezza di quelli forti.
In pratica la visione costringe alla verità e quindi fa capire se l’impegno si esaurisce nelle dichiarazioni o continua nell’azione: La visione smaschera gli alibi.
Chi desidera davvero non si trastulla con il sogno o il lamento del sogno vietato, ma diventa un esperto di ricerca e trasformazione delle potenzialità in risorse, è un esperto di cambiamento.
Nella complessità, il cambiamento e il potenziamento passano sempre di più nell’allargamento delle relazioni e quindi nello sviluppo di logiche plurali, in altri mondi, nel mondo degli altri.
Concretamente significa allargare i confini, intrecciando componenti comuni e facendo in modo che la massa critica di ciò che avvicina renda compatibile ciò che allontana, cercando anche di trasformare ciò che allontana (molto spesso è solo il silenzio o il non ascolto).
Ci sono differenze ineliminabili, ma anche potenziali somiglianze sommatorie e ci sono nuove dimensioni che possono nascere dall’incontro.
Il punto complesso degli incontri è dato dai confini (e dalle frontiere) che non sono ovviamente solo geografici.
I confini generano ambivalenza che è simultaneamente limite e possibilità.
La progettazione della gestione dei confini può aver successo soltanto smascherando e accettando le proprie e altrui ambivalenze che potrebbero trovare punti di equilibrio in un livello superiore: quello della visione comune.
Concretamente questo significa fare cose insieme: elaborare e condividere la visione, decidere la strada, progettare il cammino e le azioni, decidere cosa conservare, cosa generare, cosa scartare.
Nel processo di sviluppo ci sono per forza degli scarti.
Quello che è cattivo diventa scarto, questo punto va accettato: dove si progetta e si agisce per il miglioramento, ci sono scarti.
Che succede quando gli scarti necessari per il miglioramento sono alcuni comportamenti umani?
Questi forse in molti casi si possono cambiare.
E che succede se non possono cambiare?
Allora in questi casi lo scarto è proprio un essere umano.
Lo scarto è escluso, non può partecipare a nessun gioco e alle leggi che lo governano e l’escluso è spesso autoescluso, non come scelta ma come condizione inevitabile. L’escluso è profondamente incluso patologicamente (di fatto) quando i sistemi sociali devono progettare se stessi per difendersi, perché la paura aumenta. E aumenta la sfiducia e quindi la vulnerabilità e l’incertezza sostanziano la paura ufficiale dei sistemi sociali che producono gli scarti, i reietti.
Una volta avevamo paura della morte, ora abbiamo la paura della vita. Ci si militarizza per difendersi dagli scarti, che pretendono di non esserlo, e urlano il loro bisogno di appartenenza. Occorrerebbero soggetti di potere che avessero davvero visioni ampie e responsabilità morali. Ma, i leader mondiali sono pensatori limitati e l’imbarbarimento sta progredendo insieme allo sviluppo tecnologico e il malessere di molti. E allora? Come diceva Orson Welles il modo migliore di aiutare un miserabile è di non diventare come lui.
Credo che nonostante tutto, siccome non possiamo non comportarci, ognuno, deve tentare di coltivare un sogno di miglioramento e se non ci sono guide, progettare la speranza che la sommatoria di tanti singoli soggetti di valore, diventi massa critica che possa compensare l’assenza di grandi leader.
Il tema dell’etica e della responsabilità è prima di tutto un fatto individuale e si dovrebbe far parlare la voce della coscienza. Sperando che ci sia.