I racconti di un cane camorrista, la favola satirica di Pasquale Ferro

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di Fiorella Franchini

Con “I racconti di un cane camorrista”- edito da ilmondodisuk (2025) – Pasquale Ferro, scrittore, autore di teatro e noto attivista per i diritti LGBTQIA+, firma un’opera coraggiosa, grottesca e profondamente tragica che si inserisce in modo singolare nel filone della letteratura sulla criminalità organizzata napoletana. Lo fa scardinando i canoni tradizionali del genere e adottando un espediente narrativo originale.  

L’intera vicenda è filtrata dagli occhi, dalle orecchie e dall’olfatto di due cagnoline di razza Yorkshire, madre e figlia, che nate in contesti borghesi e apparentemente tranquilli, vengono poi catapultate in realtà difficili e degradate. 

Dal lusso di Posillipo dove imperversa il perbenismo e l’ipocrisia, e dove anche l’erudizione dei padroni è solo una facciata mondana per nascondere aridità e meschinità, la cagnolina, inizialmente chiamata Giovanna d’Arco, viene venduta a Don Gennaro, un boss della camorra in ascesa, come regalo per il compleanno della viziata e spietata figlioletta Natascia che la  ribattezza con il nome di Pacchiana

Lo sgabuzzino sotto le scale della sfarzosa quanto kitsch villa settecentesca restaurata del boss diventa l’osservatorio privilegiato della cagnolina che assiste alla tragicommedia e all’orrore del “sistema”: tradimenti coniugali incrociati, percosse, segreti inconfessabili e una violenza efferata. 

La struttura del libro si sviluppa in più parti, seguendo una sorta di “passaggio di testimone” o condanna generazionale. Nella seconda parte incontriamo Clarabella, figlia di Pacchiana e la sua giovane padrona Annie, figlia di un avvocato. Seguendo l’indagine di Annie per scoprire la verità sulla morte del padre, il testo si tinge di toni noir e polizieschi. Nell’ultima parte, la narrazione torna sui figli della camorra, tra cui ‘O Russulillo, giovani eredi dei clan che tentano una via di fuga rivoluzionaria dal destino familiare. 

L’autore insiste molto sull’estetica dei luoghi. La villa di Don Gennaro è descritta come un compendio di volgarità postmoderna: marmi rosa del Portogallo, fontane, statue dei sette nani accostate a riproduzioni greco-romane, una piscina di vetroresina il cui odore di cloro cancella il profumo delle rose, e l’assurda presenza di una tigre della Malesia in gabbia in giardino. Questa bruttezza estetica riflette direttamente la corruzione morale e lo “sfregio a Partenope”, richiamando le innumerevoli cronache giornalistiche in cui, accanto ai crimini camorristici, si narrano i simboli del potere criminale: gli animali esotici utilizzati come strumento di intimidazione e di autorità, la ricchezza eccessiva e ostentata.

L’autore evita con cura la trappola dell’epica mafiosa o del fascino del male, mettendo invece in risalto la profonda solitudine dei protagonisti. Non c’è nulla di affascinante in questi camorristi: sono cafoni, ridicoli, spietati e fondamentalmente disperati. 

Colpisce la figura di Natascia che, educata alla violenza, incita la minuscola Yorkshire ad azzannare la tigre in giardino e trasforma in “favola della buonanotte” una storia truculenta e camorristica fatta di maledizioni, decapitazioni e ricatti. Emerge la totale assenza di un’infanzia autentica nei contesti della malavita, dove l’innocenza è violata e il male diventa abitudine.

Don Gennaro appare come un uomo profondamente solo e paranoico. Significativa è la scena del “prevetariello muto” al quale il boss pretende di confessarsi in casa sua, trasformando il sacramento in un monologo delirante in cui elenca con freddezza disarmante omicidi commessi con la sega elettrica e torture sadiche inflitte alla sua amante. Una parodia della fede usata come autoassoluzione psicologica. 

Resta aperta la domanda: è possibile spezzare la catena del DNA del destino mafioso? Nonostante l’oscurità dei primi capitoli, la trama si apre progressivamente a un percorso di riscatto e speranza. 

Lo stile di Pasquale Ferro è crudo, visivo e fortemente teatrale. L’autore fa un uso sapiente e costante del dialetto, che irrompe nei dialoghi con tutta la sua carica espressiva, a tratti comica e a tratti selvaggia. Il contrasto tra i pensieri dotti e raffinati della cagnolina (che ragiona citando Oscar Wilde o André Gide) e la sguaiataggine verbale e comportamentale dei suoi padroni genera un cortocircuito ironico e disarmante.

La scelta del cane come narratore non è una trovata bizzarra, ma una precisa strategia di svelamento: proprio perché considerata un “oggetto animato” incapace di parlare, davanti alla cagnolina i personaggi si spogliano delle proprie maschere, ammettendo i segreti più atroci, le debolezze, i drammi d’amore e le paure. Il cane diventa testimone inconsapevole di orrori e inciuci. 

Dedicato significativamente “a tutte le mamme che piangono i loro figli morti in guerre di camorra”, il libro di Ferro usa il paradosso di uno sguardo animale per restituirci una verità profondamente umana e dolorosa su Napoli, lasciando però uno squarcio finale in cui l’arte e la giustizia provano a riprendersi la città. Un’opera grottesca che fa ridere amaro e, soprattutto, riflettere attraverso il disincanto della favola satirica.