I Sentieri Poetici della cultura

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di Rosina Musella

Il mondo della cultura è stato messo a dura prova dalle restrizioni imposte dagli ultimi decreti ministeriali per il contenimento della diffusione del Covid-19: luoghi dell’arte chiusi implicano cittadine e cittadini privati della possibilità di accedere all’arte. O forse no? “Sentieri Poetici”, collettivo formatosi nelle scorse settimane a Napoli e costituito da Achille Pignatelli, Rosa Mancini, Nunzio Di Bernardo e Marco Izzolino, cerca di ricreare un contatto tra arte e pubblico, mostrando che è possibile diffondere cultura anche con le attuali limitazioni. Nelle settimane precedenti alle chiusure imposte dal passaggio della Campania da zona gialla a zona rossa, il collettivo ha già organizzato due flashmob: si arriva e si legge una poesia e, insieme, si continua a fare cultura.
Per parlare delle conseguenze delle ultime restrizioni e del ruolo sociale dell’artista in questo periodo storico abbiamo intervistato i membri del collettivo.

Com’è nato “Sentieri Poetici”?

Il collettivo è nato per organizzare il primo flashmob del 31 ottobre scorso. Percepita da subito la nostra assonanza di intenti abbiamo deciso di organizzare forme di protesta contro le ultime restrizioni che hanno interessato il mondo dell’arte. La nostra idea è quella di coinvolgere tutte le forme di espressione, partendo dalla poesia per sottolineare il ruolo sociale del poeta, per poi diventare un megafono per tutte le forme artistiche. Infatti “Sentieri Poetici” rappresenta il movimento, l’azione, ma anche i “sentieri della poetica”, quelli di ogni declinazione artistica.

Qual è stata la risposta del pubblico?

C’è stata una bella risposta. Questa dimensione della piazza, dell’incontro casuale con la poesia è anche una rivendicazione, un modo per dire: “Gli artisti non vivono in luoghi distanti. Siamo qui, in mezzo alla folla, ascoltaci!”. I luoghi della cultura sono spazi in cui si coltiva la propria interiorità, ma sono stati chiusi. C’è stata una vittoria perché durante questa seconda ondata il governo ha stabilito che i libri sono beni di prima necessità, quindi le librerie rimarranno sempre aperte anche nelle zone rosse. Ciò significa che una riflessione si è mossa, ma non è abbastanza.

Quali saranno le ripercussioni di questo periodo?

È nell’emergenza che ci sono cambiamenti epocali o, perlomeno, emergono contraddizioni all’interno della società civile. Questa pandemia ha fatto emergere il tema dei lavoratori dell’arte, che non vengono considerati lavoratori a tutti gli effetti e ciò ha radici profonde. L’arte non è un passatempo, alle sue spalle c’è un percorso di studio, di ricerca e nel mondo artistico il contatto tra singolo ed arte è fondante, perché fruendo dell’arte incontro il gusto dell’altro, quindi essa crea uno spazio di relazione. Chiudere i luoghi dove avviene questo scambio, questo confronto, significa minare la dignità del singolo cittadino, ma soprattutto l’identità di un popolo e quindi la possibilità dell’umanità di crescere e di arricchirsi.

Cosa può e deve fare l’artista in questo momento?

L’artista, in ogni declinazione, è un interprete della realtà, quindi può fornire un punto di vista riguardo la fase storica che sta vivendo. Lo si è sempre fatto, d’altronde; prendiamo Dante: lui nella sua opera Divina non racconta solo la sua emotività, la sua fantasia, ma fornisce un affresco storico preciso. Dunque l’artista dovrebbe fornire una testimonianza di ciò che avviene, perché l’uomo ha la tendenza a dimenticare il negativo. La seconda cosa è mobilitarsi, far sentire la propria voce e rendersi conto che, se si pretendono delle forme di tutela, se si vuole che le cose cambino, bisogna mettersi in gioco, soprattutto perché il lavoro dell’arte non è assolutamente accessorio. Ad esempio, quando c’è stata la prima ondata e non si poteva neanche uscire di casa abbiamo fruito delle forme artistiche cui avevamo accesso in quel momento: abbiamo letto libri, visto serie tv, seguito movimenti artistici che facevano performance live da remoto, abbiamo cercato la fruizione artistica. Se questo mondo non esistesse, avremmo avuto un lockdown senza libri, senza film, senza arte. Ci saremmo ammazzati, letteralmente.

Cosa può fare, invece, il fruitore?

Riteniamo che i fruitori, oggi, siano più preparati per far fronte all’impossibilità di accedere fisicamente a quello spazio di relazione. Anche il mondo culturale si sta attrezzando per il remoto, però a questo punto il pericolo è un altro e il fruitore deve combattere affinché non si concretizzi: che il remoto diventi la regola. Hanno chiuso i luoghi della cultura e ce lo facciamo andare bene, ma quando il virus verrà sconfitto o la situazione sarà maggiormente sotto controllo, non ci si dovrà affidare al remoto, questa deve essere una soluzione emergenziale. Il remoto funziona se il proprio lavoro può essere svolto anche da casa, ma per il lavoro artistico questa non può assolutamente essere la regola, perché per sua natura l’arte ha bisogno di luoghi di espressione. In questo bisogna convergere sia come attori che come spettatori, perché il mondo della relazione ha degli spazi precisi e, comprimerli, delimitando lo spazio d’azione del singolo, è estremamente pericoloso. È una minaccia all’interiorità delle persone e alla democrazia.