Il bambino nascosto di Roberto Andò. Il racconto di un incontro e di un viaggio

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di Erika Basile

Napoli resta sullo sfondo, svelandosi a tratti, in un’atmosfera quasi rarefatta, mentre lo spazio in cui si svolge la storia è apparentemente ristretto: una casa, un cortile, una stanza segreta. Tre luoghi che sembrano rappresentare tre livelli interni ed esterni ai personaggi principali.
Nel cortile hanno piena espressione gli istinti, il caos delle pulsioni, l’assenza di moralità, l’egoismo che prevale su ogni cosa, anche sull’amore paterno. La casa è il luogo dell’equilibrio, una terra di mezzo, in cui c’è una sorta di calma apparente, dove ogni cosa segue un ordine preciso, dove la musica e i libri costituiscono una sorta di anestetico e attraverso lo spioncino della porta o una finestra si può osservare (di nascosto) la realtà esterna, senza esserne travolti. Ma nella casa c’è anche una stanza segreta, uno spazio nascosto, e in quello spazio è come se fossero relegate la coscienza, i sensi di colpa, gli obblighi e i divieti sociali: il censore morale che giudica ogni comportamento.
La vita abitudinaria e tranquilla di Gabriele Santoro si svolge tra il Conservatorio e il suo appartamento, a Forcella, in una solitudine che ha il sapore di un esilio fortemente voluto, anche rispetto alla famiglia d’origine, chiaramente benestante. Fino al momento in cui si trova coinvolto, suo malgrado, dalla vicenda del figlio di un malavitoso che abita nel suo stesso palazzo, l’esistenza del professore si dipana in una sorta di monologo interiore attraverso il quale ha costruito un guscio che lo separa dal mondo esterno. Un uomo rigido, innanzitutto con se stesso, che ha abbandonato le sue ambizioni e ogni possibilità di autoaffermazione.
L’incontro con Ciro, che si rifugia in casa sua per sottrarsi alla violenza del padre, rivoluziona completamente la sua vita: i tre livelli, che fino a quel momento avevano mantenuto confini precisi, entrano in contatto, si mescolano, cambiando nel profondo le vite dei due protagonisti. Quindi, anche la stanza segreta (dove fa nascondere il bambino nei momenti di pericolo) viene idealmente aperta, e Gabriele comincia a guardare con occhi nuovi la sua vita. Illuminante anche il breve dialogo con il padre, magistrato in pensione a lungo trascurato, che gli confessa: «La vita è piena di zone d’ombra. Dovessi scegliere tra la legge e l’amore, sceglierei l’amore». E Gabriele Santoro sceglie l’amore.
Il viaggio che intraprendono i due protagonisti è innanzitutto interiore: entrambi esplorano parti nascoste e intime della propria anima e lasciano cadere progressivamente ogni barriera, sviluppando un sentimento puro fatto di cura, protezione e affidamento, al di là di ogni vincolo parentale. Due mondi agli antipodi si scoprono incredibilmente vicini nel bisogno di liberarsi da condizionamenti sociali e familiari. Così, “Itaca”, la poesia di Konstantinos Kavafis che in una scena iniziale Gabriele Santoro ripete meccanicamente, come esercizio per combattere il declino mentale esercitando la memoria, diventa un presagio: «Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze. […] Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio metta piede sull’isola, tu, ricco dei tesori accumulati per strada senza aspettarti ricchezze da Itaca…».
La recitazione di Silvio Orlando colpisce per la sua intensità emotiva, misurata ma densa di pathos, con alcuni silenzi magistralmente eloquenti; il giovanissimo Giuseppe Pirozzi lo accompagna con una strabordante espressività e una tenerezza mai leziosa. La regia di Roberto Andò sembra trasportare lo spettatore in una pièce teatrale, mostrando, in fugaci apparizioni, una città malinconica e inquieta. I ritmi sono lenti per buona parte del film, c’è poi, inaspettatamente, un’accelerazione finale, che lascia solo intuire la possibile evoluzione della storia, in un dolcissimo abbraccio liberatorio.