Il burraco è anche un test

268

“Dovrei lamentarmi che le carte sono mischiate male fino a che non avrò una buona mano”
Jonathan Swift

di Ugo Righi
Come giocatore di carte credo, di essere veramente irritante per gli avversari. Durante questo periodo di quarantena, ho giocato spesso a burraco. L’etimologia del nome “Burraco” proviene dal portoghese e significa “setaccio”. Il significato si ricollega, infatti, all’azione di filtro che si fa trattenendo le carte utili ad aprire i giochi e scartando quelle che non servono. Ho giocato con alcuni oramai ex amici a causa del significato rivelatore che ha il gioco come consistenza delle relazioni e anche dell’autocontrollo. I giochi sociali spesso sono un burraco, si scartano le “carte” che non servono o non hanno valore. Non in assoluto ma nella relazione ovviamente.
Giocando ci si rivela, si mettono in mostra parti che non devono seguire le regole del “dover essere”, ma si è come ci va. Ci si può arrabbiare, con la sorte o con l’avversario ma anche con il compagno.
Infatti, una di loro, una giocatrice con basso profilo stilistico, ha rotto con me, semplicemente, perché non si divertiva più, incolpandomi di avere troppa fortuna. Probabilmente aveva ragione, anche se è finita nel grottesco (grottesco come patologia del ludico).
Ho riflettuto su questo episodio e sul gioco in generale. E forse aveva ragione lei: non si può giocare per forza e non ci si riesce a divertire per forza. Si dovrebbe giocare per piacere ma questo dipende molto, appunto, dallo stile e ognuno si diverte a modo suo. Se ci si diverte solo se si vince o se aderiamo al processo, al divenire, all’alea e all’agon, come dirò subito avanti. Lo sappiamo: il gioco delle carte, come qualsiasi gioco contiene due ingredienti, variabili secondo il tipo di gioco, questi sono l’abilità e la fortuna. Il Burraco è un gioco dove probabilmente il mix vede una prevalenza della fortuna rispetto all’abilità, nella misura del 60 per cento.
Io sono un giocatore irritante, perché punto all’80 per cento sulla mia fortuna e solo il 20 per cento sulla mia abilità. Forse potrei essere più bravo se m’impegnassi, ma mi toglierei il gusto del vento, luogo nel quale si trova la fortuna. Sono fortunato. Questo fa arrabbiare chi non lo è e magari è bravo, o presume di esserlo.

Vorrei utilizzare, per continuare la riflessione, le classiche categorie di Roger Callois partendo dalla considerazione di cosa il gioco è per essere gioco: 1. è non obbligatorio 2. è separato dalla routine della vita 3. è incerto, i risultati non possono essere predeterminati e l’iniziativa del giocatore è coinvolta 4. è improduttivo perché non crea ricchezza e termina quando inizia, economicamente 5. è governato da regole.
Il burraco, come ogni gioco deve avere queste condizioni.
Caillois ha distinto quattro categorie di giochi:
Agon o competizione. È la forma di gioco in cui alcune abilità sono messe alla prova tra i giocatori (forza, intelligenza, memoria). Il vincitore è chi dimostra di avere maggiore padronanza di tale abilità durante il gioco, ad esempio un gioco a quiz è una competizione d’intelligenza. Ad esempio, gli scacchi ma anche molti giochi di carte, come il bridge.
Alea, o caso, l’opposto di Agon, Caillois descrive Alea come “le dimissioni della volontà, un abbandono al destino”. Se Agon ha usato le abilità dei giocatori per determinare un vincitore, Alea lo lascia per fortuna, un agente esterno decide chi è il vincitore. Ad esempio, giocare a una slot machine ma anche i dadi.
Mimetismo, mimesi o recitazione Caillois lo definisce come “quando l’individuo gioca per credere, per far credere a se stesso o agli altri di essere diverso da se stesso”. Ad esempio, un gioco di ruolo online.
Ilinx o vertigine, nel senso di alterare la percezione sperimentando una forte emozione (panico, paura, estasi) più forte è l’emozione, più forte diventa il senso di divertimento. Ad esempio negli sport estremi.
Proviamo a considerare lo stile come un mix di queste quattro elementi (agon, alea, mimetismo, ilinx) fatto 100.

Nel gioco delle carte e quindi del burraco consideriamo i primi due.
Proviamo a considerare quindi queste due propensioni come quelle fondamentali per provare il piacere del gioco, e quindi giocare volendo giocare, dove il risultato fa parte del processo.
Io mi valuto, e (mi) dico che sono un giocatore che, nel burraco o gioco di carte in genere, ha 30 di agon 70 di alea. Mi diverto così.
Se mi trovo con un compagno che ha 70 di agon 30 di alea sicuramente ci saranno problemi di funzionamento e comunicazione. Lui si diverte in un altro modo e forse vorrebbe che anche io mi divertissi come si diverte lui. Io non posso volere questo da lui perché io sono nell’alea e mi smentirei se chiedessi questo a lui. Ma difficile capirsi. Probabilmente litigheremo.
Litigheremo a meno di tentare invece la sinergia.
Anche qui è un problema di linguaggio, d’integrazione, di ascolto, di accettazione. Anche giocare, è impegnativo e soprattutto impossibile se non ci si diverte. La patologia del ludico è il grottesco.