Il caso Uber, le ragioni (e i torti) del cambiamento

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Vetture incendiate a Parigi, la Whitehall di Londra invasa da ottomila auto che bloccano ogni accesso al Parlamento, sei aggressioni nel centro di Milano ai danni di autisti a lavoro. Le premesse per un bollettino di guerra ci sono tutte, eppure è solo la cronaca delle reazioni riservate negli ultimi mesi a Uber dalle corporazioni del Vecchio continente.

In Italia come in Francia e persino in Inghilterra, i tassisti hanno fatto sentire la loro voce (e non solo) a difesa di un mercato chiuso, basato su licenze, contro ogni ipotesi di mercato libero centrato sull’autoregolamentazione. Dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, l’innovativo servizio di auto a noleggio gestito con un’app da smartphone è invece diventata un fenomeno assoluto. Lì dove il liberismo economico è alla base della democrazia, la startup fondata da Garrett Camp e Travis Kalanick è arrivata a quotarsi in borsa con una valutazione di circa 20 miliardi di dollari. In poco più di 5 anni Uber è diventata un fenomeno di successo planetario.

I cambiamenti implicano reazioni, e questo è fisiologico. Eppure le proteste anti-Uber cui stiamo assistendo sembrano suggerire che qualcosa non va. In Italia più che altrove si confondono diritti acquisiti con immobilismo e ciò in nome dello spirito di conservazione di corporazioni e mestieri. Negli Usa, invece, si gioisce e ci si rallegra per i vantaggi offerti da un servizio che ha offerto ai consumatori una nuova opzione di scelta. In questo caso un trasporto più immediato, più libero e alla portata di tutti.

Ogni cambiamento, lo abbiamo detto, provoca una reazione e le nuove tecnologie comportano cambiamenti velocissimi in settori che fino a pochi anni prima se ne ritenevano immuni. È difficile e probabilmente ingiusto mettere all’indice i tassisti come fossero delle streghe antimoderne, addossando unicamente sulle loro spalle la responsabilità e il peso di una trasformazione epocale dei servizi di trasporto. Una trasformazione innescata, ancora una volta, da una startup americana. Ma è altrettanto difficile e ingiusto pensare di poter voltare le spalle a un mondo che cambia senza chiederci il permesso di farlo.