Il cibo? E’ cultura e va tutelato. Ma non per il nostro Governo: nessun ministro a Eruzioni del Gusto

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Crapulone, mangione, golosone. Tutti appellativi usati, non proprio come un complimento, per indicare chi ama mangiare e bere anche in maniera eccessiva. Una volta. Oggi chi si dedica alle gioie della tavola può essere classificato anche persona di cultura. Accidenti. Ogni forchettata di spaghetti un boccone di cultura. Lo dice la Costituzione quando esplicita il concetto di cultura al quale è possibile ricondurre l’alimentazione. Oh. Stupore. Se gli antropologi utilizzano l’espressione “cultura materiale” per indicare “l’insieme delle conoscenze e delle pratiche relative ai bisogni e ai comportamenti materiali dell’uomo”, il cibo può essere inserito all’interno di una tale definizione, in quanto “tutti i cibi sono il risultato della selezione e della manipolazione creativa operata sulla natura da parte di una comunità insediata in un territorio” In ogni epoca e luogo gli alimenti non hanno avuto solo la funzione di soddisfare la necessità fisiologica per la sopravvivenza, ma servivano, ed ancora oggi servono, alla formazione delle identità collettive costituendo la memoria storica, la testimonianza di stili di vita, di riti e credenze, di tecnologie di un popolo. Ed ogni popolo, ogni comunità ha la propria. Ogni cibo, infatti, è espressione della varietà della natura e del paesaggio che costituiscono, a loro volta, la base sulla quale si sviluppano usi, costumi, credenze. L’Unesco ha iscritto i beni materiali meritevoli di tutela in una Lista mondiale, in cui, tra i 400 beni che ne fanno parte, ci sono tanti prodotti alimentari: “beni e pratiche riconducibili all’agricoltura e alla gastronomia.” Beni alimentari tra i beni culturali. Ecco l’idea. Una chiave interpretativa perfetta. Da proteggere, promuovere e tutelare in quanto testimonianza della identità dei popoli, delle loro differenze del loro carattere. Un unico Ministero, magari dotato di portafoglio.
Eruzioni del Gusto. A Pietrarsa l’esposizione di prodotti di pregio dei territori vulcanici è stata, nei giorni scorsi, l’esempio tangibile di come le tematiche legate agli alimenti di qualità, al loro legame con i territori e al ciclo delle stagioni, alle modalità di produzione, costituiscano un settore della cultura. Col medesimo peso di ogni altro elemento che concorra a definire l’identità di un territorio, del suo popolo, della sua storia. Il vecchio adagio “siamo quel che mangiamo” può quindi traslare dalla figura del cicciotto di turno che si rimpinza prendendo strane forme simili a ciò che ingurgita, a al più emozionante segno di qualcosa che viene da lontano. E che siamo noi. Il pane che si mangiava a Pompei, una delle particolarità oggetto di degustazione nelle giornate d’esposizione, è proprio questo: il pane, l’alimento base che non manca mai su ogni tavola italiana, ha radici lontane che sono le stesse delle statue, degli affreschi e di ogni pietra di quella Pompei che fu sommersa dalla lava e dai lapilli del Vesuvio. I prodotti esposti a Pietrarsa erano tutti provenienti da terre di natura vulcanica e questa caratteristica era proprio la matrice comune che li ha fatti nascere ognuno però con le proprie peculiarità. Non solo assaggi e degustazioni, ma anche dibattiti e workshop con la partecipazione di rappresentanti dei principali centri di ricerca scientifica d’Italia, chef ed esperti, giornalisti e food blogger. Avere anche qualche alto rappresentante di governo a legittimare politicamente l’espressione culturale di ciò che si offriva, avrebbe potuto aprire la strada ad una cura del settore, indirizzata per termini e modi, come parte dei beni culturali. Non è stato così. La prossima manifestazione, la terza, potrebbe essere quella giusta. Tutti in attesa.