Il cinema di Fabiomassimo Lozzi e le sfumature della comunità Lgbt+ in Italia

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di Rosina Musella

Presentato ai Queer Days 2020, svoltisi a Roma lo scorso ottobre, il documentario “Corpi Liberi” del regista e sceneggiatore Fabiomassimo Lozzi racconta le storie del collettivo universitario Prisma e dei suoi membri. Lozzi, cresciuto in provincia di Roma e oggi residente in Inghilterra, si forma negli studi di cinema tra Roma e Londra. Debutta come regista nel 2005 con il docudrama “Altromondo”, basato sulle interviste realizzate da Antonio Veneziani e Riccardo Reim nei volumi “Pornocuore” e “I Mignotti”. Negli anni i suoi lavori viaggiano a livello nazionale e internazionale, come il melodramma noir “Stare Fuori” del 2008, presentato al Festival del Cinema di Montréal.
Nel 2013, nuovamente in collaborazione con Antonio Veneziani, realizza “Nessuno è Perfetto!”, scorcio sul mondo trans in Italia prima della legge 164 che nel 1982 legalizzò il riconoscimento all’anagrafe del cambio sesso. Nel 2018, poco prima del primo Sapienza Pride, incontra il collettivo queer universitario “Prisma”, attivo presso l’Università la Sapienza dal 2017. Entrato a contatto con gli attivisti del gruppo, Lozzi decide di raccontarne gli ideali e le lotte in quello che è poi diventato “Corpi Liberi”, documentario attualmente in fase di post-produzione, ma di cui alcune scene sono state presentate in anteprima lo scorso ottobre ai Queer Days di Roma, quattro giornate dedicate all’esplorazione della produzione artistica queer della città.

Quando ha deciso di dedicarsi al cinema?

Ne sono sempre stato affascinato. Inizialmente ero indirizzato verso la scrittura, poi mi sono reso conto che il racconto per immagini riusciva a trasmettere molto più di mille parole e mi ci sono dedicato, approfondendo la fotografia. Terminati gli studi universitari incontrai il ragazzo che sarebbe diventato mio marito e, poiché da tempo valutavo di andarmene dall’Italia, mi trasferii in Inghilterra. Lì frequentai per due anni la scuola di cinema fondata da alcuni membri dei Monty Python, molto più pratica rispetto agli studi seguiti alla Sapienza, che mi fece approcciare al cinema da loro definito “da guerriglia”: fare il cinema che si vuole, con i mezzi che si hanno a disposizione, senza aspettare di avere la strumentazione ideale; questa è un po’ la filosofia che mi ha portato a realizzare i miei primi lavori.

Il cinema è anche un modo per fare attivismo, per lei?

Assolutamente. Anche se la mia non è stata inizialmente una scelta cosciente o razionale, cercavo semplicemente di raccontare le cose che più mi stavano a cuore. All’inizio dei duemila, però, entrai a far parte di Ring – Forum Registi Indipendenti: ci si confrontava sul cinema in generale e sui propri contenuti originali. In quel contesto un mio collega mi chiese perché tutti i registi omosessuali cercassero di realizzare film che affrontassero la tematica della sessualità. Nel dargli una risposta mi resi conto che ciò avveniva perché era un tema poco affrontato a livello mainstream, ma soprattutto perché esso veniva raccontato in maniera stereotipata, moralista, soprattutto in Italia. In quel momento ho strutturato in maniera più razionale la mia intenzione come regista e sceneggiatore: raccontare da un punto di vista non stereotipato un mondo poco conosciuto.

Come ha conosciuto Prisma?

Nel 2018, alcuni mesi prima del primo Sapienza Pride, tornai alla mia vecchia università per assistere alla proiezione del documentario di una mia collega. Mancando da tanto volevo capire cosa fosse cambiato e lì conobbi alcuni studenti, padri fondatori di Prisma, che mi raccontarono del primo Sapienza Pride e del loro lavoro. Già sapere che alla Sapienza ci fosse un collettivo LGBTQIA+ mi colpì: in quanto studente omosessuale, durante gli anni universitari ebbi i primi confronti con altre persone nella mia situazione ma, se ci fosse stato uno spazio strutturato e con un’approfondita analisi politica della realtà come è Prisma, sicuramente alcune istanze personali sarebbero maturate molto più velocemente.
Venuto a conoscenza della loro iniziativa decisi di mettermi a servizio della causa e, da un’idea iniziale che era quella di documentare il loro primo pride universitario, ascoltando i loro interventi durante la manifestazione sono arrivato alla conclusione che andasse realizzato un vero e proprio documentario per raccontare il collettivo, le idee dei suoi membri e tutta una generazione.

Cosa le ha lasciato “Corpi Liberi”?

Affronto ogni lavoro con la speranza che mi porti ad avere una maggiore conoscenza di una certa realtà e mi porti a cambiare il mio atteggiamento nei confronti della stessa. “Corpi Liberi” ha cambiato il mio modo di rapportarmi alle generazioni più giovani, ha sfatato un luogo comune che io stesso avevo preso per buono e quello è già qualcosa che mi è rimasto profondamente impresso. Come tanti miei coetanei avevo maturato l’idea che i ventenni di oggi fossero molto meno interessati al sociale, da un punto di vista politico. Invece, testimoniare questi eventi mi ha fatto completamente ricredere su una generazione che ha idee e ideali ben presenti. Credo che la lezione più grande sia quella dell’intersezionalità delle lotte: tutte le soggettività oppresse sono vittime dello stesso sistema capitalista etero-patriarcale. Esso non è diverse realtà, ma la stessa cultura che opera in diverse forme e questo mi ha aiutato a riscoprire alcuni degli studi che più hanno segnato la mia formazione, ovvero quelli di antropologia culturale con Ida Magli seguiti proprio mentre frequentavo la Sapienza, e a vedere come essi si riflettono sulla realtà attuale.