Il Complice. Capitolo 1

176

Cominciamo, da oggi, la pubblicazione (con cadenza settimanale) in 10 puntate de “Il Complice”, romanzo breve, pubblicato per la prima volta nel 2006, di Procolo Ascolese, opera vincitrice del “Concorso Letterario Autore di te stesso – Premio Nazionale Campi Flegrei nella categoria editi”. 
Avvocato cassazionista, (il suo studio legale presta attività di assistenza e consulenza in materia penale), giudice onorario del tribunale penale, Procolo Ascolese si è occupato di numerosi processi penali ed è autore di numerose pubblicazioni tra le quali ricordiamo: “I limiti dell’assunto accusatorio nell’applicazione della legge penale” (Aracne, 2014); “Dentro la giustizia. Breve viaggio nelle dinamiche del processo penale, dal delitto di Avetrana al caso ThyssenKrupp” (Il Papavero, 2021); “L’araba infelice nazifascista. Prunajo al Passo dell’Aprica” (Franco Mauro Editore, 2021).

in foto Procolo Ascolese

IL COMPLICE
di Procolo Ascolese

Primo episodio

Giovedì, 20 gennaio 2005. Sulla via lungo la quale Alberto Salvati si era incamminato, due alberate di olmi proiettavano la loro ombra, e un sole magnifico giungeva parcellizzato, ridotto in un tripudio di chiazze multiformi sull’asfalto. A dispetto del rigido clima di gennaio, la capitale respirava un’aria primaverile.
Alto, longilineo, imbacuccato dentro un lungo e pesante cappotto di lana, il cui colore blu scuro faceva risaltare il rosso sbiadito dei suoi capelli corti, Alberto percorse i marciapiedi di strade larghe e pianeggianti, procedendo quasi senza accorgersene.
Accanto al suo naso stretto e affilato si protendevano le palpebre inferiori di due grandi occhi obliqui, un po’ distratti, un po’ smarriti, attraversati da un fluire ininterrotto di pensieri, da cui nulla lo aveva distolto: non un’improvvisa baraonda di passanti; non il viavai forsennato delle auto; non le merci esposte nelle vetrine composite dei negozi. Scorgendo, però, la monumentale stazione di Termini, si ridestò. E fu assalito da una congerie di sentimenti, quasi travolto da un torrente d’inquietudine.
Questa carica emozionale fu subito canalizzata in un passo più deciso, più spedito. Tanto da consentirgli di giungere velocemente sotto l’ampio porticato della stazione. Roteò il polso sinistro, chinò la testa e sbirciò il quadrante dell’orologio: mancavano venti minuti alla partenza del primo intercity per Napoli. “Ho il tempo per un caffè”, pensò. Ma prima si diresse verso la biglietteria, dove, allineatosi davanti a uno sportello, si assicurò il biglietto, e lo vidimò. Poi s’introdusse nel bar più vicino, per sorseggiare un caffè caldo. Lasciatone quindi intriso lo zucchero sul fondo della tazzina, disse dentro di sé: “Ora devo proprio andare”. E qualche istante dopo, col suo asettico rimbombo, l’altoparlante annunciò l’arrivo del convoglio ferroviario.
Giunse sulla banchina che brulicava di persone in frettoloso movimento, mentre in lontananza già si profilava la motrice d’acciaio, che si ingigantiva progressivamente, con le altre carrozze, fino a fermarsi, poderosa, con un sibilo assordante. Le porte di accesso del primo vagone si spalancarono davanti ad Alberto, che salì sul treno per due predellini.
Cominciò a cercare un posto libero di seconda classe, che fosse il più possibile appartato, spostandosi velocemente lungo il corridoio esterno e scrutando fugacemente gli eventuali compagni di viaggio. “Finalmente”, poi disse, fra sé e sé, aprendo la porta di uno scompartimento vuoto, “ecco un posto tranquillo”.
Si sistemò accanto al finestrino, in linea con la direttrice di marcia del treno. E si guardò attorno, finché, nella penombra dello scompartimento, posò gli occhi su un quotidiano lasciato nell’intercapedine tra i due sedili accanto al suo. Non ne acquistava uno da anni. Né gli interessava tenersi informato mediante la radio o la televisione. Più che altro lo infastidiva lo spazio, ancorché moderato, offerto dai media alle insulsaggini di alcuni programmi televisivi, al mercimonio della dignità umana e a certe alchimie della politica, spudoratamente ingigantite da un battage elettorale continuo e martellante. Reclinò il capo sul sedile, mentre il rumore secco e meccanico prodotto dalle porte in chiusura e il successivo, quasi contestuale avvio del propulsore elettrico sembravano assicurargli un viaggio in perfetta solitudine. Almeno inizialmente.
Comunque, prima di vedere qualcun altro in quello scompartimento, trascorse quasi un’ora. E il primo intruso, il controllore, era destinato a interrompere solo momentaneamente il torpore al quale Alberto intanto stava tentando di abbandonarsi, cedendo al ripetitivo dondolio della vettura. Le vaste pianure, la campagna, gli alberi, le case, che fuori dal finestrino diversificavano velocemente il paesaggio, continuarono a fuggire sotto i suoi occhi. Ma poi, approssimandosi la stazione di Formia, il treno cominciò a traballare, a rallentare la sua corsa, che arrestò dopo pochi minuti.
Durante la breve sosta, barcamenandosi nella pastoia di quanti si erano avviati verso l’uscita della carrozza, sopraggiunse un frate cappuccino, dai capelli grigi e increspati, che si introdusse velocemente nello scompartimento occupato da Alberto. Non incuteva soggezione. Nondimeno, lo sguardo diritto e fermo, sovrastato da una fronte spaziosa e solcata orizzontalmente da rughe sparse, la barba brizzolata e il volto bronzeo, infossato sotto gli zigomi e centrato da un naso lievemente adunco, gli conferivano una strana e indefinibile autorevolezza.
Benché piuttosto razionalista, don Eligio Clementi era immerso in una sua straripante spiritualità. Si era sovente prodigato in contesti di miseria, sofferenza ed emarginazione. Verso temi di giustizia sociale nutriva, però, un interesse che travalicava l’ambito religioso. Al punto da renderlo capace di scelte anche poco ortodosse, dovute a una particolare osmosi tra fede cristiana e spirito filantropico; come la lunga e sofferta militanza politica, intrapresa proprio mentre coltivava l’idea di abbracciare il sacerdozio. Ripiegando sotto le gambe l’ingombrante saio marrone, prese posto sul sedile davanti ad Alberto, e adagiò sulle ginocchia una consunta ventiquattrore nera, per estrarvi un libro.
Aprendola, però, gli guizzò via dalle mani un foglio. «Non si preoccupi, faccio io!», esclamò, chinandosi con gesto fulmineo, Alberto. Il cui sguardo fu subito attratto dal disegno, un po’ infantile, raffiguratovi su una facciata, e la sua attenzione calamitata dalla scritta, posta accanto al disegno, non desiderare la donna d’altri.
«Se brutta», disse allora nel porgergli il foglio appena raccattato, «sarebbe un vero peccato desiderarla…».
«Ma cosa dici figliuolo?! », replicò con voce cavernosa il frate, trattenendo un sorriso incipiente. «Dobbiamo sempre operare sull’esempio di Cristo, per imparare a riconoscere il male, e perché la nostra vita non sia vuota, o, peggio ancora, tribolata dai rimorsi!».
«Certo, sicuro…per questo certamente…» rispose Alberto, indicando con una mano e un cenno della testa la scritta sulla quale aveva appena polarizzato l’attenzione. Poi, dopo un attimo di silenzio, soggiunse: «Anche se, in verità, l’amore, sia pure verso una donna già impegnata, è pur sempre amore…».
«Di buone intenzioni, dice il proverbio, è lastricato l’inferno… Quanti amori, nati come pure e belle emozioni, hanno poi raccolto la tentazione della pulsione erotica? I bisogni umani cambiano, si evolvono… Amore, del resto, è anche evitare che qualcuno soffra. Rimuovere il pilastro del nono comandamento dalla nostra vita genera spesso, quasi sempre, la disperazione e la solitudine di almeno una persona, quando non anche dei suoi figlioli, spesso bambini, i più deboli, i più esposti, i più bisognosi di punti di riferimento stabili all’interno della famiglia. Senza contare poi che al male si risponde, prima o poi, alimentandone la spirale…».
«Sarei d’accordo con Lei, ma credo che questo genere di precetti trascenda, per certi versi, le possibilità umane…».
«Il primo passo per vincere la seduzione del male è riconoscerla come tale, e non esclusivamente come il frutto del nostro libero arbitrio…».
Queste poche battute erano state così pungenti, da cancellare d’un sol colpo l’iniziale ritrosia di Alberto, nel cui animo le asserzioni del singolare interlocutore si erano fatte strada come un sottile raggio di sole, che avesse squarciato un lembo di notte illune.
«Spero, comunque, che non ti sia spinto mai oltre il desiderio!», esclamò don Eligio.
«Vana speranza, reverendo», ribatté Alberto dopo un istante di silenzio, «Vana speranza». Poi, abbozzando un sorriso che tradiva il suo imbarazzo, soggiunse: «Immagino cosa stia pensando di me». E, scuotendo il capo: «Che persona dissoluta questo giovane!».
«Queste parole… denunciano una concezione distorta… dell’atteggiamento che dovrebbe contraddistinguere un credente… Ti assicuro che le mie convinzioni, i miei parametri di valutazione sono diversi da quelli a cui stai pensando… Vedi, nel decidere di consacrare la mia vita agli altri, ho dovuto imparare innanzitutto ad astenermi dal giudicare in modo avventato, da una sola angolazione. E del resto, quante volte il tunnel buio del peccato ci consente di riscoprire poi, più luminosa, la luce del sommo bene? Spesso il male ci mostra il suo vero volto solo alla fine, dopo averlo conosciuto, e il bene… dopo averlo perduto…». Poi, anche per temperare la pesantezza del discorso, soggiunse: «Comunque, stai tranquillo, non ti chiederò più nulla. Ma, vedi, se volessi dirmi qualcos’altro, e allora… sì, ti direi: “fallo pure!”», esclamò risoluto il frate, che avendo colto in Alberto un malcelato desiderio di confidarsi, richiuse la ventiquattrore e la depose sul sedile accanto al suo.

  1. Continua
    (il secondo capitolo in rete lunedì 25 marzo)