Il Complice. Capitolo 10

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Pubblichiamo il decimo e ultimo capitolo de “Il Complice” di Procolo Ascolese, opera vincitrice del “Concorso Letterario Autore di te stesso – Premio Nazionale Campi Flegrei nella categoria editi”.   
Avvocato cassazionista, (il suo studio legale presta attività di assistenza e consulenza in materia penale), giudice onorario del tribunale penale, Procolo Ascolese si è occupato di numerosi processi penali ed è autore di innumerevoli pubblicazioni tra le quali ricordiamo: “I limiti dell’assunto accusatorio nell’applicazione della legge penale” (Aracne, 2014); “Dentro la giustizia. Breve viaggio nelle dinamiche del processo penale, dal delitto di Avetrana al caso ThyssenKrupp” (Il Papavero, 2021); “L’araba infelice nazifascista. Prunajo al Passo dell’Aprica” (Franco Mauro Editore, 2021).

in foto Procolo Ascolese

IL COMPLICE
di Procolo Ascolese

Decimo episodio

Lunedì, 24 gennaio. Alle 8.00 Alberto si trovava già ai piedi del palazzo di giustizia. Vi stazionò, finché dopo tre quarti d’ora udì la voce dell’avvocato Rongaldi dall’interno del grande edificio: «Signor Salvati, sono qui, alle sue spalle!».
Alberto si voltò e, avvicinatosi al legale che lo stava raggiungendo, lo salutò con una stretta di mano.
«Tutto bene, signor Salvati», affermò con sicurezza l’avvocato, «l’udienza di convalida del fermo disposto nei confronti del Massone si terrà nell’aula numero 412! Venga con me!».
Alberto lo seguì all’interno dell’edificio, salendo per le scale mobili fino al quarto piano. Quivi, percorso un breve tragitto a piedi, entrarono in un ascensore, da cui discesero al secondo piano, per raggiungere l’aula della corte di appello, la numero 318. Sebbene all’esterno il sole fosse già alto, in quell’aula senza magistrati ne giungeva così poco, che si rendeva necessaria un’illuminazione artificiale, proprio come succede in qualsiasi appartamento nelle ore più buie della sera.
Alberto notò i banchi degli imputati disposti l’uno dietro l’altro, in due file parallele.
L’avvocato Rongaldi lo fece accomodare su una panca marrone chiaro, posta lungo il lato sinistro dell’aula. Da lì Alberto poteva vedere tutto: sia le porte d’ingresso, alla sua destra; sia, in posizione diametralmente opposta alla panca su cui era seduto, la cella vuota riservata ai detenuti; sia, infine, collocato su una pedana alla sua sinistra, il banco semilunare dei magistrati, dietro il quale, affissa alla parte più alta della parete, una grande e nera tabella rettangolare sovraneggiava con la scritta, a caratteri cubitali bianchi, la legge è uguale per tutti.
Un’ora dopo, erano già sopraggiunti sei avvocati, oltre a numerose altre persone, sedute vicino alle porte d’ingresso, nello spazio riservato al pubblico, in attesa che i processi si iniziassero o di rivedere amici e parenti in stato di detenzione.
Dal retro dell’aula i tre anziani componenti il collegio entrarono in toga nera, e presero posto.
«Cominciamo col processo a carico di Salvati Alberto», affermò il presidente.
«Illustri signori», esclamò allora l’avvocato Rongaldi, impugnando il microfono, da uno dei due banchi posti immediatamente davanti alla corte, quello alla sinistra di quest’ultima. «In verità, quale difensore di fiducia dell’imputato, questa mattina ho depositato una richiesta motivata di assunzione di una prova nuova, mediante l’audizione del signor Massimiliano Massone, attualmente in stato di fermo per un duplice omicidio».
«La corte ha letto l’istanza, avvocato», replicò il presidente. «Vediamo cosa ne pensa il procuratore generale», poi soggiunse, protendendo l’istanza verso il procuratore generale seduto dietro l’altro banco posto davanti alla corte, quello alla destra di quest’ultima. Il procuratore generale si avvicinò al presidente e, visionata l’istanza, espresse parere favorevole.
«Cominciamo a verbalizzare», ordinò allora il presidente. «È presente l’imputato?».
«Sì, presidente, è lì!», rispose il legale puntando l’indice della mano sinistra verso Alberto.
«Bene: il Salvati è presente, come, del resto, lo stesso avvocato Gustavo Rongaldi, da cui è difeso di fiducia, che ha depositato in cancelleria poche ore fa una richiesta di assunzione di nuova testimonianza. La corte, ritenutane la indispensabilità ai fini del giudizio, letto l’articolo 603 del codice di procedura penale, dispone rinnovarsi l’istruzione dibattimentale e procedersi all’audizione di Massone Massimiliano, di cui ordina la traduzione immediata, trovandosi lo stesso in stato di fermo nell’aula numero 412».
Il consigliere seduto alla destra del presidente cominciò a fare la relazione della causa: «Il Salvati è stato condannato, con sentenza del tribunale di Napoli, alla pena di anni quattro di reclusione, perché ritenuto responsabile, in concorso con persone non identificate, del reato di sequestro di persona in danno della minore De Lucias Milena. Contro la sentenza ha proposto appello il difensore, chiedendo, innanzitutto, l’assoluzione dell’imputato. La difesa, in particolare, lamenta l’erronea applicazione dei criteri di valutazione della prova, costituita, nel caso in esame, dalla testimonianza del padre della vittima, De Lucias Giacomo. Il difensore, infatti, sostiene che la relazione extraconiugale della ex moglie dell’accusatore con l’imputato imponeva di annoverare il De Lucias fra gli accusatori sospetti. In subordine, comunque, la difesa chiede la concessione di ogni beneficio di legge e la riduzione della pena».
Intanto, dietro la cella era comparso, con le manette ai polsi e tra due agenti di polizia penitenziaria, Massimiliano Massone, al quale il presidente intimò di rispondere alle domande dell’avvocato.
«Senta, signor Massone», cominciò il legale, «secondo quanto riferito recentemente dagli organi di stampa, lei avrebbe confessato di avere commesso, in concorso con tale Alessandro Fiore, una serie di rapine, in una delle quali vi sareste impossessati di una collanina d’oro infilata in una pietra cruciforme. È vero?».
Prima che il detenuto rispondesse, il procuratore generale intervenne: «Ma questo che c’entra col processo!? Questo non mi interessa!».
«Signor presidente», esclamò, di rimando, l’avvocato, «questo potrà non interessare al procuratore generale, ma senz’altro interessa alla giustizia!».
Il presidente allora ordinò al teste di rispondere. «Sì, avvocato , è vero, verissimo!».
«Bene. ricorda il giorno in cui fu compiuta questa rapina?».
«No, il giorno no».
«Neanche il mese?».
«Avvocato, senta, il mese non me lo ricordo. Però mi ricordo che era agli inizi del 2003».
«Cosa intende dire per inizi del 2003?».
«Cioè, tra gennaio e marzo. Me lo ricordo bene, perché quella fu l’ultima rapina compiuta insieme ad Alessandro Fiore. Poi, ad aprile, litigammo, perché lui non voleva più saperne di quella vita…».
«Ne è proprio sicuro?», domandò il legale.
Ma di fronte a questa domanda il Massone rimase in silenzio.
Fu un silenzio terrificante per Alberto, che fino a quel momento si era rincuorato per le risposte del detenuto.
«Stiamo aspettando una risposta!», esclamò dopo un minuto il presidente, rivolgendosi al detenuto. Ma questi continuava a tacere, e a guardare, imbambolato, verso le porte d’ingresso dell’aula. «Massone! Massone! Non si sottragga alla risposta, per favore!», gridò allora il presidente, il quale, rivolgendosi poi al pubblico in fondo all’aula, esclamò: «Cortesemente, i parenti del detenuto ci facciano lavorare!».
Improvvisamente, con un filo di voce, il detenuto, continuando a guardare nella stessa direzione, disse: «Tra gennaio e marzo. Ne sono sicuro, sì. Se non ci credete, chiedetelo a loro!…».
«A loro chi?», gli domandò il presidente, mentre il procuratore generale, l’avvocato Rongaldi e tutti gli altri avvocati si erano voltati, quasi contemporaneamente, verso il pubblico in fondo all’aula.
«A loro!», ribatté il detenuto, sollevando tra le manette entrambi gli indici, e puntandoli verso una parte del pubblico. Solo in quel momento, Alberto si accorse della presenza in aula di Giacomo e Milena De Lucias…
Il presidente fece avvicinare entrambi e chiese all’uomo di declinare le proprie generalità. Si trattava proprio dell’accusatore di Alberto. «Chi è la bambina al suo fianco?», gli domandò. «È Milena, mia figlia», rispose l’uomo. «E come mai vi trovate qui, oggi?».
«Perché… così… semplicemente per assistere…l’udienza è pubblica e quindi…».
«Senta!», riprese il presidente rivolgendosi al detenuto, «perché lei dice che quest’uomo e questa bambina dovrebbero sapere che la rapina di cui stiamo parlando sarebbe avvenuta tra il gennaio e il marzo del 2003?».
«Perché sono loro due le vittime della rapina?».
“Cosa?!”, disse dentro di sé l’avvocato Rongaldi, il quale, afferrato il microfono, chiese alla corte di poter rivolgere una domanda al detenuto.
«Prego, avvocato, faccia pure!», esclamò il presidente.
«Lei è proprio sicuro che tra il gennaio e il marzo del 2003, la bambina era in compagnia di quest’uomo?», gli chiese il legale indicando Giacomo De Lucias, il quale, improvvisamente, si voltò infastidito, esclamando: «Ma a che gioco stiamo giocando, avvocato!?».
«Stia zitto lei!», gridò il presidente. «Lei adesso deve tacere, ha capito, deve tacere! Prego Massone, risponda alla domanda dell’avvocato».
«Sono sicurissimo! Altrimenti non avrei potuto avere la carta d’identità di questo signore, quella che hanno trovato accanto al cadavere del frate. La fotografia nella carta d’identità è la mia, ma il documento no, è di questo signore. Ecco perché lui fu arrestato al mio posto… Quando io e Alessandro Fiore rapinammo per strada la bambina e suo padre, a lei strappammo di dosso la collanina d’oro consegnata poi al frate cappuccino, mentre a lui portammo via il portafogli, con i soldi e la carta d’identità. Su questa, poi, applicammo una mia fotografia, per cambiare una serie di assegni rubati, senza esporre il mio nome al rischio di un’incriminazione. Così, intestai gli assegni rubati al signore qui presente, Giacomo De Lucias, convinto che, al limite, sarebbe stato incriminato solo lui del furto dei titoli…».
«Capisco», disse il presidente, il quale, dopo un attimo di silenzio, dispose che il detenuto fosse riportato nell’aula numero 412, e invitò Giacomo De Lucias a tornare al suo posto insieme con la bambina.
«La pubblica accusa?», poi domandò rivolgendosi al procuratore generale, la cui risposta fu: «Conferma della sentenza e condanna del Salvati al pagamento delle ulteriori spese processuali».
Poi diede la parola all’avvocato Rongaldi, che si alzò.
E dopo qualche istante, cominciò a parlare, pacatamente: «Signor presidente, signori giudici della corte. Non esiterei a definire sconvolgenti gli ultimi sviluppi della vicenda di cui ci stiamo occupando. Si tratta, invero, di sviluppi che, nella loro assoluta imprevedibilità, mi impongono un intervento del tutto estemporaneo». L’esordio, con il quale il legale aveva tentato di guadagnare l’attenzione dei giudici, fu simile a un sussurrare, e provocò un silenzio surreale. Il difensore appariva tranquillo, convinto delle proprie asserzioni. E mentre continuava a discutere, rivolgeva lo sguardo ora al presidente, ora ai giudici a latere, ora al procuratore generale, ruotando leggermente il busto durante le brevissime pause fra una proposizione, che lo vedeva rivolto verso un ascoltatore, e quella successiva, che lo vedeva rivolto verso un altro ascoltatore. La parola sincopata era accompagnata da un gesto contenuto ma deciso, con cui scandiva ora un concetto, ora una parola.
«È davvero singolare che il procuratore generale non abbia provato, in quest’aula, il sapore amaro della calunnia, nell’ascoltare le dichiarazioni del Massone. Perché? perché il racconto di quest’uomo, signor presidente, signori giudici della corte, irraggia di luce sinistra la parola del De Lucias; dimostra che quest’ultimo mentiva spudoratamente quando, tra il gennaio e il marzo del 2003, diceva di non avere notizie della piccola Milena; in altri termini, mette a nudo, in modo direi lapalissiano, la natura calunniosa di un’accusa tanto pesante e infamante, quanto del tutto priva di reale fondamento. Voi, giudici, vi trovate di fronte a un’accusa che le risultanze processuali vi chiedono di inquadrare nel più ampio contesto di forti tensioni familiari, destinate a generare e alimentare un forte sentimento di vendetta nell’animo profondamente turbato del De Lucias. Vi trovate di fronte a un’accusa della quale il rancore e l’odio costituiscono, evidentemente, la chiave di volta. La mente del De Lucias è ottenebrata da pensieri fissi: l’osceno legame tra Edvige e Alberto, l’indegno tradimento da parte della moglie, che lo ha definitivamente abbandonato per seguire l’imputato; tutto questo gli fa disgustare l’amore, e produce in lui il desiderio di una vendetta adeguata alla mostruosità dell’offesa recata alla fede coniugale. Uccidere Edvige, o Alberto Salvati, o addirittura entrambi gli amanti infami, non lo può appagare. Non certo come insinuare nella mente di Edvige il sospetto che proprio l’uomo nelle cui braccia si è voluta abbandonare, finisce col tradirla, col ferirla, e, per di più, in quanto di più caro possa avere: la figlia Milena. E per rendere più atroce la sua vendetta, deve anche trovare il sistema per separare Edvige da Alberto. Deve trovare il sistema per trascinare il suo rivale nel fango del discredito più assoluto, senza consentirgli di riparlare con Edvige per giustificarsi. Solo così l’ombra nera del pentimento per l’insana passione della donna ne potrà scuotere la coscienza. È l’idea di una vendetta partorita e nutrita nella silenziosa sofferenza della solitudine. Ed è un’idea che lo trasformerà ben presto in un pericolosissimo calunniatore, callido, attento, che, pur di attuare il disegno elaborato per estromettere il Salvati dalla vita di Edvige e della piccola Milena, arriva addirittura a munire la sua accusa di un falso riscontro oggettivo; arriva addirittura a comporre col cellulare della propria figlia il numero del proprio telefonino; arriva, cioè, a potenziare il suo racconto, a dargli una parvenza di verità, simulando una telefonata in realtà mai avvenuta per mano della bambina; arriva, in altri termini, a ordire un vero e proprio inganno processuale, che finirà col fuorviare i vostri colleghi, determinando un processo e una sentenza infarciti di pesanti suggestioni nei confronti dell’imputato. Carpire in modo definitivo la fiducia dell’autorità giudiziaria: ecco a cosa gli è servito contrabbandare, con l’arma subdola dell’inganno, una telefonata partita dallo stesso De Lucias come una telefonata fatta dalla bambina. Ma oggi, giudici, il destino ha finalmente cancellato la fitta coltre che ci impediva di vedere la verità. Anche se non potrà mai cancellare la sofferenza di quest’uomo, assolutamente innocente. Un innocente che io affido alla vostra coscienza, giudici, augurandomi che vorrete restituirgli la fiducia che ogni cittadino ha diritto di riporre nei valori della giustizia».
La corte di appello si ritirò in camera di consiglio. Ma, questa volta, la sentenza fu letta dopo appena cinque minuti: «…in riforma della sentenza impugnata, assolve Salvati Alberto dal delitto di sequestro di persona, perché il fatto non sussiste. Dispone che si proceda nei confronti di Giacomo De Lucias, per il reato di calunnia…».
Si chiudeva, così, tra l’incredulità generale e le lacrime di Alberto, un capitolo della sua vita, che non sarebbe stata mai più la stessa.

 Fine