Il Complice. Capitolo 9

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Pubblichiamo il nono capitolo de “Il Complice” di Procolo Ascolese, opera vincitrice del “Concorso Letterario Autore di te stesso – Premio Nazionale Campi Flegrei nella categoria editi”.   
Avvocato cassazionista, (il suo studio legale presta attività di assistenza e consulenza in materia penale), giudice onorario del tribunale penale, Procolo Ascolese si è occupato di numerosi processi penali ed è autore di innumerevoli pubblicazioni tra le quali ricordiamo: “I limiti dell’assunto accusatorio nell’applicazione della legge penale” (Aracne, 2014); “Dentro la giustizia. Breve viaggio nelle dinamiche del processo penale, dal delitto di Avetrana al caso ThyssenKrupp” (Il Papavero, 2021); “L’araba infelice nazifascista. Prunajo al Passo dell’Aprica” (Franco Mauro Editore, 2021).

in foto Procolo Ascolese

IL COMPLICE
di Procolo Ascolese

Nono episodio

Domenica, 23 gennaio 2005.
Approssimandosi l’udienza a suo carico, Alberto non riusciva a non farsi avvelenare dall’ansia. Non riusciva a non ripensare ai quattro anni di reclusione a cui era stato condannato dai primi giudici. Non riusciva a non ricordare a se stesso che, nel caso in cui la corte di appello ne avesse confermato la sentenza, da quella pesante condanna andavano detratti solo sei mesi, corrispondenti alla durata della carcerazione preventiva già sofferta. Non riusciva a non farsi risuonare nella mente confusa e avvilita le angoscianti parole con le quali il suo difensore, nello sforzo di tranquillizzarlo senza illuderlo, gli aveva assicurato, nella peggiore delle ipotesi, la detenzione domiciliare.
Così, per un po’ di tempo rimase rannicchiato sul divano in cucina, con la testa e i capelli fra le mani. Poi si alzò, accese il televisore e cominciò un rapido screening con il telecomando. Ma nessun programma riusciva a distrarlo.
Lasciando, quindi, il televisore acceso, si diresse verso la toilette, per sbarbarsi. «Ormai non ci sono più dubbi!», vibrò dopo qualche minuto la voce di un telecronista, «è proprio Massimiliano Massone l’autore dell’omicidio».
Alberto si precipitò in cucina, davanti al televisore.
«Ieri sera», proseguì il conduttore del telegiornale, «è stata ritrovata dai carabinieri di Pozzuoli la ventiquattrore del frate ucciso giovedì scorso, al cui interno erano contenuti oggetti destinati a confermare definitivamente la confessione dell’arrestato. Stando alla versione di quest’ultimo, infatti, il complice scomparso, al quale lo stesso aveva attribuito il nome di Alessandro Fiore, chiese a don Eligio Clementi di assolverlo dai peccati per i gravi reati che aveva commesso contro il patrimonio, sebbene avesse incominciato a delinquere solo dopo il fallimento di ogni precedente ricerca di sbocchi occupazionali. Massimiliano Massone ha inoltre dichiarato che il complice, all’interno del confessionale, compì un gesto encomiabile, dettato da un reale ravvedimento, e dal desiderio di voler quasi bilanciare il rimorso per i crimini di cui si era reso colpevole: decise cioè di devolvere a favore della chiesa una cospicua somma di denaro. Ebbene, all’interno della ventiquattrore di don Eligio è stato rinvenuto un assegno dell’importo di 15.000 euro, emesso a favore del frate proprio da Alessandro Fiore, proprio dall’asserito complice… Le dichiarazioni autoaccusatorie di Massimiliano Massone, a questo punto, si accreditano seriamente. Ma v’è qualcosa di più: nella ventiquattrore di don Eligio, infatti, è stato rinvenuto un altro oggetto, che rappresenta un’ulteriore conferma della responsabilità di Massimiliano Massone per l’omicidio del frate: una collanina d’oro, infilata in una pietra cruciforme». Alberto fu scosso da un brivido. «Massimiliano Massone, infatti, nel corso della sua confessione, aveva dichiarato che Alessandro Fiore consegnò al frate, oltre a una somma di denaro, anche una collanina, asportata per strada dal Fiore stesso, nel corso di una delle numerose rapine alla cui commissione era dedito il sodalizio…».
Alberto spense il televisore e, in piedi, restò fermo a riflettere: “A quella pietra Milena era così morbosamente legata, che non poteva averla regalata a qualcuno… Questo significa che la rapina a cui ha fatto riferimento l’assassino, nella quale il complice di quest’ultimo ha acquisito il possesso della collanina e della pietra, deve essere stata perpetrata proprio contro la piccola Milena De Lucias… Ma quando? Certamente non prima che la madre me la facesse conoscere, giacché ricordo perfettamente il giorno in cui Milena trovò la pietra sulla battigia… A questo punto, delle due l’una: la rapina deve essere avvenuta o dopo che il De Lucias dichiarò di avere ritrovato la piccola Milena, della cui scomparsa mi aveva accusato, oppure nel lasso di tempo in cui la bambina era creduta rapita… Ma se così fosse, e allora diventerebbe poco credibile l’accusa formulata nei miei confronti dal De Lucias. La figlia, infatti, gli aveva riferito di trovarsi chiusa all’interno di un appartamento: il che non avrebbe consentito a nessuno di poterla incontrare per strada, dove, secondo quel Massimiliano Massone, il suo complice avrebbe commesso la rapina impossessandosi della collanina e della pietra della bambina… Se solo si potesse dimostrare una cosa del genere!”.
Alberto allora tentò più volte, ma invano, di telefonare all’avvocato Rongaldi, il cui cellulare risultava spento, e al cui studio, essendo domenica, non rispondeva nessuno. Così, finì di sbarbarsi. Poi si lavò, si vestì e uscì di casa.
Fuori, lungo la strada assolata, transitavano persone di ogni età, che procedevano lentamente e in ogni direzione, qualcuno con le mani in tasca, una donna con un porte-enfant, dei ragazzi riuniti in gruppetti sparsi e coppie di fidanzati.
Nel titanico sforzo di evitare di ringolfarsi nei suoi pensieri, Alberto si assicurò che nulla sfuggisse alla sua percezione: non i metallici rintocchi della campana; non il festoso tinnito di un lento sciame di biciclette; non le ville e le palazzine dai colori pastello, incarnato e albicocca chiaro, disseminate lungo i margini della strada; non il sovrastante cavalcavia, su cui correvano, parallelamente a un viale che si dipartiva dalla strada principale, le rotaie della metropolitana; non un bambino abbrancato dal padre proprio nel momento in cui, sceso dal marciapiede, aveva fatto l’atto di attraversare la carreggiata; non un’anziana smilza, occhialuta e sbilenca, che si ravvoltolava in uno scialle liso color crema; non una frotta di adolescenti che, additata una fiammeggiante Ferrari, le si assiepava intorno; non una ragazza dai grandi occhi glauchi, incastonati nell’ovale di un volto olivastro, che la capigliatura corvina e scomposta incorniciava fino ai lobi delle orecchie.
La strada diritta e dal fondo a schiena d’asino scendeva slargandosi leggermente in prossimità di un bivio.
Alberto si incamminò verso il bar non lontano, di cui vedeva la grande insegna colorata. Quivi ordinò al banco un saltimbocca e un succo di frutta, che consumò a tavolino. “Oggi ho finalmente capito come la collanina di Milena è finita nella borsa di quel frate”, disse fra sé e sé. “E io credevo che don Eligio conoscesse personalmente la bambina o, per lo meno, avesse avuto modo di vederla qualche volta. E invece no. A incontrarla è stato un criminale, un pentito che ne ha consegnato la collanina al frate cappuccino. Se quel tipo non avesse confessato i suoi peccati, probabilmente l’udienza in corte di appello si sarebbe celebrata giovedì scorso. E forse oggi non mi troverei qui, seduto in questo bar, a nutrire ancora qualche briciolo di speranza sugli esiti del processo. Avrei bisogno di una legge che consentisse alla corte di appello di sapere domani il giorno o il mese o anche solo l’anno in cui a Milena è stata asportata la collanina con la pietra. Una legge che forse non esiste. O forse sì. Comunque non posso aspettare domani. Devo riuscire a parlare al più presto con l’avvocato”.
Così, pagato il conto, Alberto uscì dal bar e si avviò verso casa.
Dopo numerosi tentativi, finalmente riuscì a far squillare, in serata, il cellulare dell’avvocato Rongaldi, la cui voce rassicurante non tardò a farsi udire: «pronto!».
«Pronto, avvocato, sono Salvati!».
«Signor Salvati, buonasera!».
«Buona sera avvocato! Mi scusi se le telefono di domenica. Ma non l’avrei fatto se non per comunicarle una cosa che potrebbe interessarci per il processo di domani».
«Non le nascondo che mi aspettavo questa telefonata».
«Avvocato, ha seguito anche lei allora gli ultimi sviluppi del caso Clementi?».
«Sì. E credo di sapere cosa vuole chiedermi. Quella pietra cruciforme che mi ha mostrato ieri allo studio era annessa a una collanina d’oro, finita nelle mani di un rapinatore. E lei sta morendo dalla curiosità di sapere se la rapina sia avvenuta durante il periodo in cui la bambina era rinchiusa in un appartamento per mano sua. O mi sbaglio?».
«No, avvocato, non si sbaglia affatto!».
«Mi ascolti, signor Salvati. Sono seriamente compreso dell’estrema importanza di questo nuovo elemento. Un elemento che non può essere negletto, perché potrebbe avere una portata dirompente rispetto alla linea difensiva che abbiamo finora adottata, arricchendola e rendendola più efficace. Un elemento il cui valore potrebbe essere addirittura assorbente rispetto alla prova della falsità dell’accusa, apportando un contributo preziosissimo all’accertamento della verità».
«Non mi tenga sulle spine, avvocato, mi dica: cosa possiamo e cosa dobbiamo fare secondo lei?», domandò con impazienza Alberto, il cui sconforto stava progressivamente cedendo il passo alla speranza.
«Mi stia bene a sentire. Massimiliano Massone è in stato di fermo, perché gravemente indiziato di duplice omicidio. La legge prevede in questi casi che il giudice per le indagini preliminari valuti la legittimità dell’arresto, fissando un’udienza entro quarantotto ore dalla richiesta di convalida avanzata dal pubblico ministero. Ora, noi sappiamo che il fermo nei confronti del Massone è stato disposto ieri mattina. Ed è verosimile ritenere che la richiesta di convalida sia stata avanzata pressoché contestualmente. Stando così le cose, la relativa udienza si terrà quasi certamente domani mattina e, quel che più conta, a Napoli, trattandosi di reato commesso in provincia di Napoli. Perché le dico questo? Perché, conseguentemente, domani mattina, all’interno del medesimo palazzo di giustizia, verranno celebrati, ancorché in due aule diverse, sia il nostro processo, dinanzi alla corte di appello, sia l’udienza di convalida del fermo per l’omicidio di don Eligio. E che cosa significa questo? Significa che, ponendoci la legge in condizione di chiedere l’assunzione di prove scoperte dopo il giudizio di primo grado, noi potremo chiedere alla corte di appello di esaminare il Massone, e senza che il processo subisca un ulteriore rinvio».
«E come facciamo a sapere in quale aula si terrà l’udienza per il fermo del Massone?».
«Di questo non si deve preoccupare. Domani sarò in tribunale a prima mattina, di modo che avrò la possibilità di informarmi. Noi ci incontreremo intorno alle nove, all’ingresso del palazzo di giustizia».
«D’accordo, avvocato, buona sera!».
«Buona sera, signor Salvati».
Alberto si sentiva così sollevato che quasi non pensava di essere sveglio.
Fino a quel momento, infatti, travolto da quell’incubo giudiziario, solo il sonno era riuscito a sottrarlo alla devastazione dell’ansia.

9. Continua
(il decimo capitolo sarà in rete lunedì 20 maggio, dalle ore 8)