Il convitato di pietra, Patrizia Milone interroga gli scrittori sul futuro della letteratura

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di Fiorella Franchini

Un libro come un salotto, un luogo in cui incontrarsi. Con Il convitato di pietra edito da Guida, Patrizia Milone, ricrea tra le pagine stampate un angolo in cui i narratori si ritrovano per esprimere liberamente opinioni. Si erano già incontrati nel “Salotto di Patty”, accogliente cornice di letture condivise, dove autori e lettori si sono scambiati le diverse emozioni di una passione comune.  Una formula antica riproposta con gran successo per colmare le distanze che, spesso, neppure il web era riuscito a superare. In sei anni di attività, la padrona di casa ha ospitato scrittori affermati ed emergenti, napoletani e non, che hanno portato molteplici storie e percorsi di scrittura. L’antologia chiama a raccolta molti degli invitati, questa volta per riflettere sulla salute e sul futuro della Cultura e della Letteratura, quell’ospite ricercato e sfuggente, difficile da definire e, a volte, da riconoscere.  Una lunga intervista a più voci che richiama il valore della parola nella nostra società, risponde a domande, agita bisogni, propone nuovi quesiti. Dove va la letteratura italiana? Se lo domandava Leonardo Sciascia, se lo chiedono critici, giornalisti, intellettuali e, gli invitati da Patrizia Milone.  L’antologia offre uno spaccato del dibattito mai interrotto,  raccoglie considerazioni e impressioni frutto delle diverse esperienze. La letteratura ha ancora il suo ruolo sociale di formazione e di conoscenza? Davvero il libro, come afferma Luca Sofri, non è più l’elemento centrale della costruzione della cultura contemporanea?  Scorrendo le pagine si avverte la sensazione che la letteratura, come la conosciamo, stia cambiando, così il suo compito e le sue forme. Nel passato si poteva vedere o percepire in modo esplicito sia per lo spazio che occupava in libreria, sulle pagine dei giornali, nelle recensioni, sia per i momenti che erano dedicati alla lettura quotidiana. La diffusione sempre più ampia e invadente degli strumenti di comunicazione digitale ha cambiato il modo di gestire il proprio tempo e di viverlo, ha modificato ciò che la letteratura significava nell’immaginario collettivo. Sorge il dubbio che siano venute meno altre cose: per esempio una precisa distinzione della qualità della letteratura, per cui tutto ciò che viene pubblicato sembra avere lo stesso valore. Un problema d’informazione, di trasmissione di valori, che investe gli autori e l’editoria. Proprio gli scrittori, tuttavia, non negano i lati positivi di questa trasformazione che li mette al centro di numerose iniziative per la promozione della lettura, nelle quali s’impegnano anche le case editrici e le istituzioni pubbliche, pensiamo alle settimane del libro, alle fiere, feste, convegni, saloni, festival, mostre, premi. Eppure, tutti si lamentano del fatto che si pubblichi molto, forse troppo, e che delle nuove uscite si parli per un tempo ridotto, perché l’avvicendamento sugli scaffali dei librai è incalzante, continuo. Tutta questa produzione ha un valore letterario? Come s’individua, come si riconosce? Tutto è diventato letteratura perché niente è più letteratura, come sostiene Romano Luperini? E’ finita la sua autonomia, la sua separatezza, la sua sacralità, è definitivamente scomparso il ruolo pubblico dell’intellettuale umanista? Il compito prima svolto dalla critica pare essere stato delegato a un esercito di blogger e opinionisti, sembra venuto meno quel “lavoro  intellettuale collettivo interno ed esterno alle case editrici, anche conflittuale ma fecondo, che poteva contribuire alla formazione di un autore, alla sua stessa crescita”. L’indagine di Patrizia Milone è un’operazione culturale coraggiosa, un’interrogazione severa, una presa di coscienza, un’assunzione di responsabilità.  Il valore di un testo è qualcosa che si costruisce, è il risultato di un’attività alla quale partecipano, a diverso titolo, il pubblico dei lettori, le diverse categorie di esperti, gli agenti, gli editori, i critici, gli accademici, gli insegnanti e gli stessi scrittori.  Il convitato di pietra assume, intanto, un aspetto meno cupo, i lineamenti del suo volto si sfumano, e non perché abbia rinunciato all’impegno politico, intellettuale, al gusto elitario. I mutamenti tecnologici, economici e sociali in corso ne hanno dissolto i tratti, ed è giusto, è necessario trovare un’altra identità nelle nuove forme, nelle contaminazioni. Il processo è in corso e i suoi risultati sono tutt’altro che scontati; siamo tutti chiamati a partecipare, a dare un contributo.  La qualità della nuova letteratura dipende da tutti noi, facciamocene una ragione.