Il cuore nero di Mare Nostrum. A Salerno di scatti della “reporter-migrante”

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In mezzo c’è il mare, nel bel mezzo di quel margine più o meno preciso che, piazzato tra l’Italia e il continente africano, divide l’Occidente dal Sud del mondo, dalla polvere, dalla fame. Questa marea indistinta che da terra sembra linea d’orizzonte e quando ti ci trovi in mezzo orizzonte non è, ma ha una consistenza, una forza, un odore tutto suo. Emanuela Braghin in mezzo al mare c’è stata 560 giorni. 560 giorni significano un anno, sei mesi e due settimane, trascorsi tra Lampedusa e le navi San Marco, Scirocco e Foscari della Marina Militare, a fotografare coperte isotermiche, gommoni gravidi di gente, stanchezze.  

Da quell’esperienza è nato un libro fotografico, Mare Nostrum – 560 giorni a largo del Canale di Sicilia, e una mostra che sarà presentata Sabato 21 Maggio 2016 presso l’Associazione Culturale Art.Tre di Salerno per restare in esposizione sino al 27 dello stesso mese. Il titolo è emblematico, tanto per l’allestimento che per quella missione di soccorso attuata dalla Marina e dall’Aeronautica Militare Italiana tra il 2013 e il 2014. Nelle sue foto Emanuela Braghin, reporter che si è fatta le ossa in Kosovo, cattura il Mediterraneo in un bianco e nero che spezza il respiro tanto appare minaccioso, anche quando luccica sotto il sole, che te lo immagini placido e azzurrissimo. Quel nostro mare, Mare Nostrum come lo chiamavano i Romani, la Braghin lo dipinge di nero, lo trasforma in petrolio viscoso da cui è difficile liberarsi. Se il gommone ha un guasto, se si fora o se scoppia una rissa, se la benzina non basta o la sete ha il sopravvento, è molto probabile che in quel petrolio ci cadi dentro. 

foto di BRAGHIN

E  interessante è anche il punto di vista scelto, ovvero quello dei soccorritori, uomini che pensano in fretta o passano 48 filate senza dormire. Bisogna avere il pelo sullo stomaco per farlo e non lasciarsi intenerire perché la tenerezza qui distrae e la messa in gioco è troppo alta. Le persone che arrivano stremate e assetate sullo Stretto costituiscono del resto un’emergenza: ci sono tantissimi bambini e donne incinte, spesso vittime di abusi  subiti durante la permanenza in Libia, punto di partenza di tutti i viaggi verso l’Italia. 

Ormai sono anni che il Mediterraneo è diventato una zona calda delle migrazioni: è lo snodo delle periferie del mondo, la legge del contrappasso ultima dei disperati. Ormai sono anni che vediamo in tv corpi stipati sulle navi, facce esauste e le accumuliamo in quella grande massa urgente che preme su Lampedusa prima e Sicilia poi. Emanuela Braghin, però, crea un confine, nomizza, descrive una precisa situazione, quell’emergenza in particolare piuttosto che un’altra, creando foto da un impatto emotivo disarmante. Del resto, quando il 3 Ottobre del 2013  trecentosessanta persone annegarono a largo dello Stretto, quando l’Italia finalmente capì che bisognava agire, Emanuela era lì, a Lampedusa. Decise, allora, di raccontare e raccontare quello che stava vedendo assieme agli uomini della Marina Militare in quei 560 giorni. Tra lei e la Libia solo il mare, una linea d’orizzonte precisa che, dietro il suo obiettivo, si trasforma in petrolio.