Il danno e la beffa

36

La fretta, la fretta, la fretta. La fretta è sempre stata una cattiva consigliera. Non per niente quando esisteva il giornalismo s’insegnava ai giovani aspiranti che ogni notizia andava verificata prima che fosse pubblicata e che in ogni circostanza occorreva sentire almeno due campane. Questo, in particolare, quando il mestiere s’identificava con la carta stampata e certe regole facevano parte di un bagaglio professionale condiviso. Con la radio e la tv cambiano i mezzi ma la logica resta la stessa: controllare prima di coinvolgere gli ascoltatori. Con l’avvento di Internet le regole saltano. Tutti giornalisti, nessun giornalista. L’importante è immettere per primi qualcosa in rete. Non fa niente se sia aria fritta, menzogna o chiacchiericcio. L’obiettivo non è più fare informazione ma suscitare sensazione. Fretta e malcostume, allora. Capita così, tanto per tornare al caso che mi riguarda (a pagina 5 del giornale le puntate precedenti), che un comunicato della Procura raggiunga la maggiore agenzia di stampa e che questa la rigiri al sistema dei media senza sforzarsi di leggerlo bene, capirlo e magari approfondire. Non si tratta di un comportamento comune, per fortuna, perché l’Ansa conserva colleghi coscienziosi che consapevoli del loro ruolo qualche domanda se la fanno. Nel mio caso, questa volta per sfortuna, a ricevere l’impulso e ad amplificarlo è qualcuno che si sigla DM. Il web si nutre con voracità di cibo spazzatura ed ecco che in meno che non si dica fa indigestione di una polpetta avvelenata: il sequestro cautelativo compiuto sui miei beni dalla Guardia di Finanza per un valore di 16 milioni di euro (il che autorizza a pensare che il marcio ci dev’essere per forza). La Procura, a una lettura scrupolosa della sua esposizione, non dice questo: 16 sono i milioni ricercati, non quelli trovati. Ma l’Agenzia fa propria e certifica, senza alcun contraddittorio, la versione più sfavorevole (e la meno probabile) facendola passare per vera. Qui si scatena il putiferio. Sedici milioni sequestrati a un giornalista che ha amministrato una cooperativa ammessa ai contributi pubblici per gestire Il Denaro sono argomenti troppo ghiotti per non essere ingoiati e sputati ripetutamente creando una poltiglia infetta e indigeribile. Il Fatto Quotidiano non si lascia sfuggire l’occasione e titola: Editoria: “il direttore del Denaro ha truffato lo Stato per ottenere contributi”, utilizzando le virgolette per dare ufficialità e autorevolezza alle parole che invece sono dell’articolista che si sigla FG. Il quale non contento, schiaffando la testata in bella mostra, prosegue sicuro: La Guardia di Finanza ha sequestrato 16 milioni ad Alfonso Ruffo… A ogni passaggio aumenta la certezza della colpa. Nessuno si chiede a quanto davvero ammonti l’accertamento. Lo dico io: 150mila euro, qualcosa in più a voler essere generosi (una stima precisa dovrà esser fatta). A grandi caratteri le tesi dell’accusa, forzate e amplificate, diventano realtà. Siti di terz’ordine si accodano felici montando falsità. Il mostro può essere consegnato all’opinione pubblica che, snervata da una crisi senza fine, non aspetta altro che sfogare il proprio rancore. Devo anche aggiungere a onor del vero che i direttori dei giornali campani, di vecchia scuola, qualche perplessità devono averla avuta perché più di un collega mi ha chiamato per chiedere lumi e il Mattino ha pubblicato una mia lettera di spiegazioni. Non tutto è perduto. Comunque si concluderà, questa vicenda è cominciata male. I danni personali, professionali, editoriali –d’immagine e di reddito – ricevuti si uniscono alla beffa che ad averli prodotti è l’incoscienza e forse la cattiveria di un sistema mediatico che si erge a difensore della moralità senza averne un briciolo. Nelle condizioni date è molto difficile portare il Denaro nelle edicole e per questo ad agosto sospenderemo le pubblicazioni con l’intenzione di tornarvi a settembre. Saremo però presenti con la versione online. Che cercheremo di migliorare, naturalmente.