Il declino di Angela

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Berlino, 29 ott. (AdnKronos) – Dalla crisi migratoria del 2015 al passo indietro. La cancelliera , dopo il crollo della Cdu nelle elezioni in Assia, ha annunciato che l’8 dicembre non si ricandiderà alla presidenza del partito. E, alla scadenza del suo mandato nel 2021, non cercherà una nuova elezione. Le decisioni formalizzate oggi sono il risultato di un percorso complesso e l’epilogo di un’era che, come evidenzia Le Figaro, si articola in 9 diverse fasi a cominciare dal 2015.

Primo atto – Nel 2015, a 10 anni dall’arrivo al potere, Merkel è il cardine dell’Europa chiamata a confrontarsi con la più grave crisi migratoria del Secondo Dopoguerra. La cancelliera decide di aprire le porte della Germania a 900.000 richiedenti asilo. La scelta le vale la copertina che Time dedica alla personalità dell’anno. Der Spiegel definisce Merkel ”Madre Teresa” in un contesto politico scosso dalla svolta della cancelliera, come dimostrano i sondaggi dell’epoca: il gradimento per la leader della Cdu comincia a vacillare.

Secondo atto – A settembre 2016 la Cdu incassa un risultato negativo proprio nel Land della cancelliera, il Mecklemburgo-Pomerania. Il partito non va oltre il terzo posto, alle spalle della Spd e soprattutto della destra rappresentata dall’AfD, Alternative für Deutschland.

Terzo atto – Dicembre 2016 è un mese cruciale. Il 19 dicembre, Berlino è scossa dall’attentato terroristico che provoca 12 morti e 56 feriti in un mercatino di Natale. “Questi sono morti della Merkel”, twitta un dirigente dell’AfD. A Capodanno, il Paese assiste alle violenze e alle aggressioni compiute da alcuni richiedenti asilo a Colonia. “Dobbiamo porci domande sui rischi che comporta l’arrivo di un gran numero di rifugiati”, dice il ministro dell’Interno della Baviera, Joachim Herrmann, accendendo i riflettori sul tema destinato a dominare il dibattito non solo all’interno dei confini tedeschi.

Quarto atto – La Cdu conferma Merkel alla guida del partito, ma il sostegno alla leader non è unanime e per la prima volta si intravede una divisione, ancorché limitata. I consensi si fermano all’89,5%. Mai, dal 2005, i voti favorevoli erano stati così pochi.

Quinto atto – Le elezioni del settembre 2017 consegnano alla Cdu il 32,7% dei voti e alla Merkel un altro mandato da cancelliera, in un quadro politico in cui spicca l’exploit della AfD, che conquista il 12,6% ed è il terzo partito del Paese. Il governo si regge sulla Grosse Koalition tra Cdu, Csu e Spd. Merkel deve concordare con la Csu un limite annuale per l’accoglienza di rifugiati: l’apertura straordinaria del 2015 è un lontano ricordo.

Sesto atto – Il rapporto con la Csu è destinato a diventare sempre più complicato. L’alter ego della cancelliera è il ministro dell’Interno, Horst Seehofer, che inizia la marcia d’avvicinamento alle elezioni nella ‘sua’ Baviera con una linea sempre più dura in materia di immigrazione. Merkel è costretta ad un compromesso al termine di settimane ad altissima tensione.

Settimo atto – A settembre 2018 suona l’ennesimo campanello d’allarme. Volker Kauder, figura vicina alla cancelliera, dopo 12 anni non viene confermato come presidente del gruppo Cdu/Csu al Bundestag. A Merkel viene a mancare un sostegno fondamentale.

Ottavo atto – Il resto è attualità. Il voto in Baviera consegna ai conservatori il 37%, il peggior risultato dal 1950. In Assia arriva un altro risultato negativo. La Cdu scende dal 38% al 27%.

Nono atto – Il verdetto che esce dalle urne è inequivocabile. Angela Merkel trae le proprie conclusioni: decide che nel congresso di dicembre non si ricandiderà al vertice della Cdu, che guida da 18 anni.