Il disegno del destino, Silvia Saporito racconta la trama del suo tempo

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di Fiorella Franchini

“I sentieri del destino sono lunghi e tortuosi. – scrive Fabrizio Caramagna – Si biforcano, si ramificano, a volte si ricongiungono. Si dice che nemmeno il destino sappia con certezza dove porti ogni sentiero, dove conduca ogni svolta e ogni curva. Si dice che alcuni suoi sentieri portino oltre l’universo, oltre la morte, fin dove c’è Dio, ma nessuno può sapere”. L’ultimo romanzo di Silvia Saporito racconta un percorso di vita ricco di vicende e di situazioni emozionali, trascina il lettore in un incessante avvicendamento di situazioni, viaggi di studio in Italia e all’estero, esperienze di lavoro, incontri d’amicizia e d’amore, che forgiano una personalità di donna indomita e, tuttavia, ricca di contraddizioni. E’ un romanzo di formazione, genere letterario d’origine tedesca, la cui nascita si fa risalire a Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister del 1796 di Johann Wolfgang Goethe, che narra proprio l’evoluzione del protagonista verso la maturazione e l’età adulta tramite prove, errori, incontri. Originariamente nato con lo scopo di promuovere l’integrazione sociale del personaggio principale, è divenuto nel tempo uno strumento per raccontarne emozioni, sentimenti, progetti, azioni viste nel loro nascere dall’interno. Un testo autobiografico in cui, a differenza degli altri generi, che devono preoccuparsi di costrutti grammaticali, di trama e sviluppo narrativo, si racconta la vita così come l’ha vissuta l’autrice, osservandola e raccontandola con la verità dei fatti. Non si tratta di un’operazione semplice perché presuppone un grande rigore interiore, una consapevolezza profonda che sa tenere a bada l’onda delle emozioni, il passato con tutte le sue pieghe, a volte anche i risentimenti e gli antichi rancori, insieme a un severo governo della scrittura, che rimane chiara e scorrevole. E’ vero, la narratrice non deve costruire niente, perché esistono già l’ordito, l’incipit, i colpi di scena, il finale, ma non è una stesura facile perché in realtà bisogna mettere in ordine avvenimenti, turbamenti, ricordi, fare un approfondimento di sé e del costrutto narrativo. Un romanzo autobiografico che, sebbene rievochi momenti dolorosi come la relazione problematica con il marito, o gli attimi indimenticabili e lirici del suo grande amore per Carlo, non è mai abbandono psicologico bensì un’espressione letteraria strutturata. Il ricordo è un modo d’incontrarsi” ha scritto Kahlil Gibran. Lo scopo dell’autrice è di lasciare memoria di sé e delle proprie emozioni a chi viene dopo, non un racconto intimistico, ma una narrazione di ambiente e costume, fertile di suggestioni e di speranza nel futuro. In questo senso il libro diventa un vero e proprio luogo della memoria, uno spazio fisico e mentale costituito da un elemento materiale, la scrittura, e da tanti elementi immateriali e simbolici, reminiscenze, riferimenti, pensieri in cui una generazione e un’intera società possono riconoscersi e ritrovarsi. Silvia, infatti, fa riferimento a eventi che sono parte della nostra storia culturale e sociale recente: le proteste studentesche degli anni Sessanta, il Femminismo, le calamità naturali che hanno colpito il nostro paese, come l’alluvione di Firenze. Una grande attenzione è riservata a Napoli, la sua città d’origine, il luogo da cui Silvia parte e dove ritorna sempre. Aleggiano tra le pagine le atmosfere dei tempi andati, le istanze giovanili che fiorivano negli atenei, i vari movimenti antagonisti che anche nel capoluogo partenopeo fecero sentire la propria voce per proporre un cambiamento e gridare contro i problemi atavici del Meridione, il dramma della casa, del lavoro, degli strati sociali più deboli. Ci racconta la fondazione a Napoli del gruppo femminista delle Nemesiache per opera di Lina Mangiacapre, ricorda la poetessa Maitè e la scrittrice Silvia Saporito, l’amicizia con Gianni Amelio, l’ansia di cambiamento e di rottura con il passato che si esprimeva nel rifiuto del teatro borghese e nell’idea di immaginarne un altro, fondato sulla partecipazione attiva di artisti, registi, spettatori, che portarono alla nascita di tante sperimentazioni, spesso germinate nella penombra di cantine e garage, pensiamo al Teatro Esse, al Teatro Instabile, al teatro Contro. Nel percorso narrativo di Silvia Saporito si sovrappongono storia e memoria, ricordo individuale e collettivo e quest’operazione ci può fornire tanti dati interessanti e la storia minima va a integrare la grande Storia. Certo, è un rapporto contraddittorio: “Il ricordo è di chi ha vissuto l’evento, la memoria è sia di chi ha vissuto l’evento sia di chi l’ha sentito raccontare”; la storia è indagine e interpretazione del passato di cui entrambi possono far parte. La storiografia tradizionale ha spesso mostrato una certa diffidenza verso le esperienze memorialistiche e autobiografiche, perché nel ricordo prevale la dimensione affettiva e soggettiva, eppure oggi, che di memoria si parla assai più che di storia, il recupero e l’analisi della prima appare come un passaggio obbligato verso la conoscenza della seconda, ed è considerata come un qualsiasi “documento”, e quindi legittimato a essere usato e consumato e anche verificato. La scrittura delle storie di vita consente di trasformare il ricordo personale in memoria collettiva, il libro diventa una sorta di monumento per testimoniare nel tempo l’orditura del destino nel tessuto delle società.