Il girotondo a vuoto dei politici, incapaci di offrire soluzioni mentre il Paese è a un passo del baratro

Gli italiani, le domeniche pomeriggio di autunno e di inverno, da anni sono tenuti incollati agli schermi televisivi da programmi di gusto discutibile. Essi ricordano, vagamente ma di sicuro in una versione più scadente, le riunioni goliardiche in casa di chi è stato giovane all’ inizio degli anni ’60. Questi stessi, oramai in età di pensione, si saranno avviliti domenica pomeriggio nel seguire in TV una specie di ammucchiata del tipo pubblico accorso per il tiro alla fune in piazza, di cui è stato difficile, se non impossibile, individuare quale fosse il filo conduttore. In effetti il Manifesto del Futurismo, che già nel 1910 faceva riferimento alle “parole in libertà”, appare al confronto simile a un compito a casa per gli scolari delle elementari. Come si può pretendere che gli italiani, già frastornati dalle traversie che stanno attraversando ormai da tre anni, non finiscano per buttare la tessera elettorale alle ortiche dopo aver subito quella forma di vera e propria vessazione via etere? Il trionfo del kitsch intellettuale e delle sit-com trash dilaga, a partire dalla TV di stato, aggiungendo inesattezze marchiane alla confusione che è già padrona della scena. Ciò che lascia veramente attoniti gli elettori a meno di un mese dall’appuntamento con le urne, è che il Paese è a un passo dal baratro e proposte e iniziative concrete per impedire che ciò accada, oltre a quelle che a fatica continua a cercare di attuare il governo dimissionario, non riescono a venire alla luce. Più precisamente, nel momento in cui occorrono manovre efficaci da ieri, se fosse possibile, si continuano a fare osservazioni di principio. Le stesse che, oltre a non dare soluzioni ai problemi, ostacolano la formulazione di esse. In tal modo queste continuano a amplificarsi a dismisura. In effetti la sola sensazione che traspare, condivisa pressoché totalmente, è quella che, scappati i buoi, se ne cerchino le corna. Questa espressione è usata in campagna per descrivere l’atteggiamento di chi, dopo aver causato un grave danno, si affanna a prendere in considerazione solo gli effetti collaterali, certamente molto meno rilevanti di quello principale. Più precisamente, quei politici che hanno messo Draghi in condizione di dimettersi, pur non ammettendolo esplicitamente, si sono accorti dello scivolone preso ma sono lontani dal farne ammenda. Non avendo minimamente, almeno la maggioranza degli aspiranti al seggio, la forza di prendere in mano il testimone della maratona governativa, girano in tondo. Ignorando come argomentare i loro deliri fantasiosi e irrealizzabili, si comportano rispondendo con un comizio, come si dice a Napoli, a una domanda articolata in poche parole. Vale a dire che azzardano solo patetici tentativi di rispondere, non disponendo degli argomenti necessari allo scopo. Non è piacevole ribadirlo ma, dallo scioglimento delle camere, le luci che illuminano la sgradevole scena della mancata ripartenza del settore produttivo, in stallo da oltre un anno, si sono affievolite. Se il sistema economico italiano non viene messo in condizioni di muoversi sulle proprie gambe, ogni provvedimento del governo finirà con il rivelarsi effimero. Al momento quel tipo di impostazione dell’approccio alla situazione non trova terreno fertile in nessuno degli schieramenti politici. Ancora una volta vengono in soccorso l’osservazione e la sagacia di coloro che lavorano i campi. Sostengono gli stessi che quando un asino si rifiuta di abbeverarsi, è inutile che chi lo conduce si affanni a fischiare. Aggiungendo che, in condizioni normali, quell’espediente sortisce il risultato voluto. Sia perdonato il paragone equino, ma la situazione attuale sta proprio in questi termini.