Il giuslavorista: “Serve ‘Jobs App’, nuovo contratto per lavoratori ibridi”

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Roma, 15 feb. (Labitalia) – Lavoratori autonomi e freelance, ma con alcune caratteristiche del lavoro dipendente. Questa è l’identità del lavoro mediato da un app: una nuova forma di impiego che non è riconducibile né al lavoro dipendente né al lavoro autonomo. Non solo: il cosiddetto ‘lavoro ibrido’ è una realtà crescente anche nei settori tradizionali che sono in fase di trasformazione come le banche, per fare un esempio, in cui si stanno sperimentando nuove forme di regolazione del lavoro. Una nuova modalità lavorativa presso le aziende della ‘app economy’, dunque, che presuppone anche l’individuazione di un nuovo contratto di lavoro: il ‘Jobs App’.

A lanciare la proposta è Francesco Rotondi, giuslavorista e Founding partener di LabLaw, che avverte: “Nei programmi sul lavoro delle forze politiche di questo aspetto non c’è tracica. Tutti parlano di nuovi investimenti per rilanciare l’occupazione, soprattutto nei nuovi settori produttivi, ma per far questo bisogna ripensare anche le regole del lavoro”.

“L”app economy’ – spiega Rotondi – è un modello economico che non si basa su un rapporto di lavoro continuativo e subordinato, ma su un rapporto discontinuo basato sulla richiesta (‘on demand’), cioè determinato nel momento in cui il mercato richiede i propri servizi o prodotti attraverso piattaforme digitali e app dedicate. Se applicassimo le regole del lavoro dipendente alle aziende della ‘app economy’ otterremmo un unico risultato: la sua scomparsa. Inoltre, regolamenteremmo con un contratto da dipendente un lavoro che ha caratteristiche molto più vicine al lavoro autonomo: una forzatura suicida”.

“In generale, non possiamo ritenere – prosegue il giuslavorista – che le prestazioni rese all’interno e a valle di questi processi organizzativi e produttivi siano inquadrabili nelle attuali fattispecie di lavoro subordinato, autonomo o di collaborazione coordinata e continuativa. Serve un contratto di lavoro ibrido, in cui le tutele non sono garantite dal posto di lavoro ma nel mercato del lavoro. Questo vuol dire capovolgere il paradigma del lavoro così come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi”.

“Le attività economiche che ruotano attorno a una app sviluppata ad hoc producono una semplificazione dei processi produttivi e organizzativi, una digitalizzazione delle attività che prima erano svolte dai collaboratori e che oggi sono automatizzate. Lo stesso ragionamento, in parte, riguarda anche i settori tradizionali in fase di profonda ristrutturazione come le banche”, aggiunge.

Sono numerose, infatti, le aziende della ‘app economy’ che si stanno imponendo in modo repentino sul mercato. “Un mondo economico e lavorativo completamente nuovo – ribadisce – che non è regolabile e non potrebbe esserlo, dai vecchi schemi del lavoro. Qui non c’è un orario di lavoro prestabilito, i collaboratori decidono liberamente se e quando dare la propria disponibilità: sono padroni di se stessi e della gestione del loro tempo. Non c’è un luogo di lavoro fisso. Queste aziende sostengono, in sostanza, di essere degli intermediari tra consumatori e collaboratori autonomi. In questo caso, si paga la prestazione a cottimo”.

“Il tema, quindi, è trovare una forma di regolazione del lavoro – precisa Francesco Rotondi – che non sia dipendente, ma neanche totalmente autonomo. Tentare di far rientrare la regolazione del lavoro della ‘app economy’ negli istituti contrattuali oggi presenti nel nostro ordinamento è illogico e dannoso per tutti: aziende e collaboratori. Serve, quindi, un nuovo patto sul lavoro che preveda e vada oltre entrambi gli istituti contratto standard”.

“Se da un lato i collaboratori della ‘app economy’ non possono pretendere il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato, allo stesso tempo – sottolinea – le aziende del sistema non possono inquadrare queste collaborazioni totalmente nel lavoro indipendente, soprattutto quando richiedono alcune condizioni come: indossare la pettorina aziendale, il rispetto di precisi regolamenti, il controllo delle prestazioni”.

“Lancio un appello a tutte le forze politiche impegnate in campagna elettorale: facciamo sistema e creiamo il contratto di lavoro 4.0, il ‘Jobs App’. Non ha più senso la strategia dello struzzo a far decidere alla magistratura del lavoro, in assenza di regole e autoregolamentazione, come regolamentare uno dei settori emergenti della nuova economica. Se veramente vogliamo imparare qualcosa da esempi più virtuosi come quello appena rappresentato dalla Germania, dobbiamo capire che ci sono temi, come il lavoro, che non possono avere divisioni. Occorre una strategia comune, un nuovo patto sociale”, avverte Rotondi.

Ma cosa prevede il ‘Jobs App’? “Partendo dall’assunto che il lavoro mediato da una app non è riconducibile al lavoro dipendente ma, al contempo, prevede alcune caratteristiche del lavoro subordinato, il ‘Jobs App’ – chiarisce Rotondi – dovrebbe prevedere alcuni punti fermi validi per tutte le aziende della ‘app economy'”. Ecco, quindi, i primi 3 articoli del ‘Jobs App’ elaborati dal giuslavorista.

1. La retribuzione variabile. Prevede una retribuzione fondamentalmente variabile legata alle consegne e non una paga oraria che poco si addice a un modello in cui si lavora sulla base delle disponibilità offerta dal collaboratore.

2. Minimo contrattuale. Stabilire salario minimo a consegna o servizio valido per tutte le aziende del settore che applicano il ‘Jobs App’, evitano così, una competizione sulle retribuzioni. Regole retributive e del lavoro uguali per tutti.

3. Welfare di settore e tutele. Prevede una percentuale fissa, obbligatoria e aggiuntiva su ogni retribuzione (0.30 centesimi) per finanziare un fondo di categoria che servirà a finanziare una serie di prestazioni sociali e un sistema di welfare per il settore: malattia, assicurazione sanitaria, assicurazione per infortunio, manutenzione straordinaria dei mezzi, e così via.