Il glamour assoluto di Valentino. Addio Maestro!

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Il glamour, quello più assoluto e autentico, porta e porterà per sempre il nome dello stilista Valentino Garavani che, ieri, ci ha lasciati. Si spegne Valentino e, con lui, non muore un uomo, ma un’idea assoluta di bellezza e di stile: il primo, in senso assoluto, creatore di abiti d’Alta Moda. Roma contro Parigi, nella disputa dell’Haute Couture degli anni ’50, ’60 e ’70 del secolo scorso, non aveva eguali e portava -solo ed esclusivamente- la firma di Valentino Garavani.
Genio indimenticabile. Parole non eccessive, ma profondamente descrittive della sua grandezza creativa e sartoriale. Immenso. Eterno. La notizia della sua morte ha attraversato il mondo come un sussurro vestito di seta, scivolando tra i saloni dell’alta società (tanto amata dal couturier romano) e posandosi sulle spalle delle dive che per decenni hanno indossato i suoi sogni. Portare un Valentino significava: lusso, allure, raffinatezza. Lo chiamavano l’Imperatore della Moda, e non per iperbole. Come ogni imperatore autentico, non governava con il rumore, ma con la misura. Il suo regno non era fatto di stagioni, ma di eternità. Mentre la moda correva, cambiava, si frantumava in tendenze effimere, Valentino restava fermo nel punto più difficile: la perfezione. Da lì osservava il mondo e lo vestiva. Roma fu la sua capitale. Non Parigi, non New York, ma quella città che porta nel marmo la solennità del tempo. Le sue collezioni avevano il passo lento dei fori imperiali, la grazia delle statue antiche, la consapevolezza che l’eleganza non chiede permesso: esiste. Accanto a lui, come in ogni corte che si rispetti, c’erano le Dive. Elizabeth Taylor, con i suoi occhi violenti e vulnerabili, trovò in Valentino l’unico capace di contenerne la grandezza. Sophia Loren, corpo e anima d’Italia, vestì le sue creazioni come si indossa una seconda pelle, fiera e sensuale. Jackie Kennedy, dopo il lutto più osservato del Novecento, scelse Valentino per rinascere: in quei tailleur e in quegli abiti sobri e impeccabili c’era il silenzio composto di una donna che non aveva più bisogno di spiegarsi. E poi Maria Callas, Farrah Fawcett, Audrey, regine reali e regine dell’immaginario: tutte unite da un filo invisibile di stoffa e rispetto. E come non parlare del Rosso Valentino?! Non un colore, ma una dichiarazione. Un rosso che non gridava, ma imponeva. Un rosso studiato per accendere la pelle, per scolpire la luce, per dire “sono qui” senza alzare la voce. In quel rosso c’era l’amore, il potere, la passione e la disciplina. C’era Valentino stesso. Dietro ogni abito, però, non c’era solo il mito. C’era il lavoro. Mani invisibili che cucivano tessuti preziosi, che ricamavano pazientemente perline, pietre preziose, paillettes, una ad una, come si compone un rosario laico dedicato alla bellezza. Nulla era lasciato al caso. Ogni piega aveva una ragione, ogni scollo un equilibrio, ogni ricamo un peso specifico. L’alta sartoria, per Valentino, non era un lusso: era una responsabilità. Nel suo universo non esisteva la sciatteria. Esisteva la grazia. La donna Valentino non doveva provocare: doveva dominare. Non sedurre: incantare. Non seguire la moda: superarla. Abiti da mille una notte -oggi, capi da collezione e pezzi da museo- che, come vere e proprie opere d’arte hanno segnato un’epoca. L’epoca d’oro dell’Italia e dell’Alta Moda italiana che senza di lui non sarà più la stessa. Per la verità, come ogni grande impero che attraversa il tempo, anche quello di Valentino ha già conosciuto un passaggio di testimone, silenzioso ma carico di significato. La sua eredità non è rimasta sospesa nel vuoto, ma si è incarnata in nuove visioni capaci di raccoglierne il senso più profondo. Dapprima, Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, cresciuti all’ombra del maestro, hanno saputo custodire il vocabolario Valentino traducendolo nel linguaggio di una nuova epoca. Con loro, l’alta sartoria ha dialogato con il presente senza tradire il passato: la grazia è diventata consapevolezza, la bellezza si è fatta anche messaggio, il rosso ha continuato a pulsare, pur cambiando accento. In Piccioli, in particolare, l’eredità si è trasformata in poesia contemporanea: volumi scultorei, monocromi assoluti, una couture che resta sacra ma profondamente umana. E poi Alessandro Michele, erede spirituale più che diretto, che di Valentino ha raccolto l’idea forse più rivoluzionaria: la libertà. Libertà di citare, di mescolare, di sovvertire le regole senza distruggerle. Nella sua visione barocca e colta, l’eco di Valentino riaffiora come memoria nobile: il rispetto per l’artigianato, l’amore per l’eccesso controllato, la convinzione che la moda sia racconto, identità, teatro. Così l’Imperatore non abdica davvero.
Si moltiplica. Vive nei gesti di chi ha imparato che l’eleganza non si copia, si eredita.
E ogni volta che un abito torna a essere sogno, disciplina e meraviglia, lì -invisibile ma presente- c’è ancora Valentino. Ora che simbolicamente se ne va, Valentino lascia un vuoto che nessuna tendenza potrà colmare. Ma lascia anche un insegnamento raro: l’eleganza non è nostalgia, è rigore. È saper dire no. È credere che la bellezza meriti tempo, silenzio, dedizione assoluta. Le luci delle passerelle si spengono, i saloni restano immobili. Da qualche parte, in un ideale atelier eterno, un ultimo abito rosso attende di essere indossato. Perché Valentino non è morto.
È semplicemente entrato nella leggenda.