Il governo dell’antisistema

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1. A prescindere dalle mie costanti posizioni di socialista antico, lontane anni luce, per quanto possa interessare, dal “credo” del Movimento Cinque Stelle, devo dire che Luigi Di Maio ha “ragione” a non volere avere a che fare con Silvio Berlusconi e Forza Italia. Meraviglia come illustri opinionisti, salvo Paolo Franchi del Corriere della Sera del 10 aprile, valutino le posizioni come se ci trovassimo a vivere il sistema proporzionale al tempo della Prima Repubblica. Allora, a prescindere dalla conventio ad escludendum – “consenziente” lo stesso PCI “escluso” – la “trattativa” avveniva, sempre, o quasi, fra gli stessi partiti e verteva su punti programmatici e “spartizioni” dei ministeri.
Ma tutti i partiti accettavano quel sistema politico e se ne sentivano parte integrante. Qui ci troviamo in una situazione totalmente diversa: il Movimento Cinque Stelle è dichiaratamente anti-
sistema e contro la “casta” che lo impersona-va. Se Di Maio accettasse, pur garantendosi la Presidenza del Consiglio, di portare il suo Movimento a far parte di una maggioranza organica che
comprendesse tutto il Centro Destra – Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia – contraddirebbe la ragione stessa della nascita e dell’esistenza del Movimento Cinque Stelle. Non si tratta di porre veti, quanto di interpretare correttamente le ragioni stesse di un Movimento, nato per mandare a casa la “Casta” di cui il Cavaliere, ed il suo partito, sono parte integrante dal 1994. Certo, poi ci sono le “varianti” tattiche come quella della proposta, sempre di Di Maio, di una offerta “indifferente”, di maggioranza, alla Lega ed al PD, e via con queste amenità, che sortiscono anche qualche effetto in un partito, come il PD, allo sbando totale. A prescindere da come andrà a finire, continuo a pensare che gli elettori abbiano affidato una maggioranza, alla fine anche “omogenea”, alle due forze dichiaratamente “antisistema”: il Movimento Cinque Stelle e la Lega. Anche se alcuni fatti recenti, registrati in Sicilia ed in Calabria, la dicono lunga sul successo della Lega anche nel Mezzogiorno, determinato dal ricorso di Salvini a molti esponenti della “vecchia politica”. Dicono in molti che forse l’accordo fra Di Maio e Salvini ci sia già e che aspettino le elezioni regionali, in Friuli ed in Molise, per esplicitarlo. Anche se i drammatici fatti di Siria non ammettono dilazioni nella formazione del Governo. Continuo solo a ritenere che sia legittimo, politicamente, un accordo del genere e che i “nostri” due, se avessero il coraggio di andare avanti, fino ad “accordarsi” su una riforma elettorale che assegni il premio di maggioranza al partito, non alla coalizione, che abbia preso maggiori suffragi, farebbero cosa corretta. E poi, anche a breve, “quei due” si giochino la partita del Governo, precisando le proprie posizioni in nuove elezioni. Con il PD ed il popolo del Centro Sinistra a fare da spettatore ed a meditare seduto sulle proprie macerie. A meno che Matteo Renzi, novella araba fenice, non risorga dalle sue ceneri e rincorra… Macron. Con qualche anno di ritardo. Sotto questo cielo di Primavera tutto può succedere. Anche che “tutto cambi perché nulla cambi”. Il Gattopardo è sempre di attualità, anche se Tomasi di Lampedusa, e poi Visconti, Lancaster, Delon e la splendida Claudia Cardinale, 80 anni appena compiuti, erano un’altra cosa.

2. Lunedì 16 aprile, nella natìa Forlì, con il Presidente della Repubblica, sarà ricordato il sacrificio di Roberto Ruffilli barbaramente ucciso dalle Brigate Rosse. Un evento doveroso, nel trentesimo anniversario, voluto dalla Fondazione che porta il suo nome. Roberto Ruffilli si era laureato all’Università Cattolica. Era stato ospite del Collegio Augustinianum di cui era stato vice direttore (Direttore era il prof. Umberto Pototshnig, scomparso da qualche anno), proprio negli anni in cui ebbi la fortuna di stare in quel Collegio tra il 1960 ed il 1964. La sua, lo ricordo nitidamente, era una figura riservata ma non meno cordiale. Nel tempo sarebbe diventato uno studioso importante – Storia delle istituzioni la sua cattedra – che aveva pensato come dalla educazione che proprio l’esperienza del Collegio ci dava, di aiutare l’Italia a diventare una democrazia più moderna e più vicina ai bisogni della gente. Per questo aveva “meritato” il sacrificio per mano delle Brigate Rosse, i cui protagonisti, come è accaduto durante le trasmissioni per il 40mo anniversario del rapimento di Aldo Moro, impazzano, i libri, sui media, quasi fossero delle star e non dei brutali assassini. Mi auguro che questo triste anniversario sia anche l’occasione per trasmettere alle giovani generazioni la figura di Roberto Ruffilli mite testimone di Valori le cui tracce si vanno perdendo. E però Roberto riesce ancora a brillare di luce sicura almeno per quelli della nostra generazione, lunedì 16 saremo in molti a Forlì per un omaggio commosso alla sua figura, alla sua testimonianza, al suo valore, umano e civile.