Il Governo, la Banca d’Italia e quei pericolosi pomi della discordia

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in foto la sede della Banca d'Italia a Roma

L’inizio della settimana si è presentato pieno di spunti operativi di ogni genere per la politica, proprio come il momento storico richiede. Da parte del Governo sembra, a parole, esprimersi una decisa volontà di centrare, entro la fine dell’anno, almeno alcuni degli obiettivi del suo faraonico programma. In esso, per l’appunto, è prevista anche la ripresa dei lavori per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina. Quegli stessi che, al suo insediamento, aveva dichiarato essere di necessità vitale al fine di accelerare la strategja di ripresa del Paese. Sembrerebbe così che la Premier Meloni abbia voluto inviare, a chiunque possa interessare, un preciso messaggio. In effetti, lei stessa e la sua squadra di governo devono essersi accorti che sarebbe stato estremamente difficile mantenere fede a molte di quelle promesse. A quanto pare, stanno cercando di convincere i loro naturali interlocutori, soprattutto gli elettori, che se l’esecutivo non dovesse fare in tempo a approvare il bilancio dello Stato entro la fine dell’anno, buona parte della responsabilità andrebbe addebitata alla Eu. L’argomentazione lascia seriamente turbati non solo per l’ importanza dell’argomento, quanto per le motivazioni addotte per sostenere la validità di quel tipo di “ravvedimento operoso”. Sì, perché chi governa il Paese ha messo a fuoco solo ora che l’ intero importo del Pnrr deve essere adeguato, cioè il suo limite finanziario deve essere parametrato all’inflazione, quindi deflazionato e tener conto della anomala dilatazione dei prezzi. Tanto perché dalla concezione di quel piano si sono verificati tanti cambiamenti di impostazione del Paese che potrebbero sminuirne l’effetto atteso. Aggiungendo che, al momento della compilazione del Pnrr, non era ancora iniziata la tendenza dell’inflazione a crescere a velocità non comune. Un modo di agire di tal fatta non farà fare salti di gioia alla Commissione Economica presso la Eu, né metterà in buona luce l’Italia con i suoi interlocutori di ogni genere e in ogni angolo del mondo. Intanto, nello stesso tempo, la Banca d’Italia ha presenziato all’audizione dell’esposizione del bilancio, facendo intervenire alti funzionari che hanno chiosato con estrema puntualità ciascuno dei punti della manovra. Si sono soffermati con maggiore attenzione sugli argomenti che stanno interessando in maniera più marcata l’intero comparto produttivo e le famiglie. Ciò che vorrebbero commentare queste righe è qualcosa che riguarda il rapporto storico tra quello che fu l’Istituto di emissione e il Ministero del Tesoro. Fin quando Palazzo Koch continuò a essere materialmente il gestore originale della lira, per fare un paragone molto alla lontana agendo con una modalità che ricordava da lontano la Fed, il suo inquilino n°1 era, con l’ufficio studi di quella banca, il mentore dei ministri competenti per il funzionamento dell’economia del Paese. In effetti quell’insieme funzionava da Eminenza Grigia. Molti anni addietro, l’Ufficio Studi dell’Istituto Centrale, insieme a quello della Banca Commerciale Italiana, forgiò quelli che sarebbero stati gli economisti italiani di maggior spessore nell’immediato dopo guerra e che tennero per mano l’ Italia per tutto il periodo della ricostruzione, qualcuno di loro anche dopo.
La collaborazione dei governi che si sono succeduti nel tempo con la Banca centrale cominciò a perdere di consistenza con l’ adesione, già nella prima fase di creazione dell’ Eurozona, al nuovo sistema di circolazione di una moneta unica, adottando la valuta europea da subito. Fu in quel periodo che la Banca d’Italia cominciò a perdere peso e influenza su Palazzo Chigi. Con il senno di poi, rivisitando il percorso fatto in tandem tra i due protagonisti e quello percorso da singoli, la differenza si nota. Le rilevazioni fatte ieri da quella Banca, peraltro negative e di peso, sulla manovra di bilancio, se fatte in fase istruttoria, quindi prima della stesura finale, sarebbero state più che utili. Governo permettendo, con molta probabilità avrebbero evitato così la spiacevole condizione che, ora come ora, qualsiasi tentativo di giustificazione adduca l’esecutivo, non lo fa brillare per efficienza.
Questioni come la quantità di contante che sarà possibile usare con il nuovo anno come lo stop pressoché immediato alla corresponsione del reddito di cittadinanza non sarebbero state un casus belli, ma una suonata a quattro mani più armoniosa dell’assolo, solenne ma sgradito, che si sta suonando ora a Palazzo Chigi. Così invece finirà per diventare un pomo della discordia, in grado solo di portare il Paese a sperdere, ovvero da nessuna parte. Al momento la situazione è all’impasse, pertanto estremamente pericolosa. Gli italiani intanto stanno assistendo a una forma di scaricabarile del tipo di quello che fanno gi alunni della scuola elementare. È quello che l’ Italia e altri paesi stanno vivendo, un periodo dove la fa da padrona l’incertezza espressa al massimo livello. Essa è il deterrente che sta creando la maggior parte di quelle scelte del governo che definire avventate sarebbe ancora un complimento. Al momento calza bene il confronto con un paradosso rustico per definire un comportamento assurdo: “Il bue è scappato dalla stalla e se ne cercano le corna”. Più volte, nell’ultimo periodo, i partiti, sia di maggioranza che di opposizione, hanno in qualche modo espresso slogan cari al sindacalismo da sempre, cioè che uniti si vince. A parte il fatto che per gli Italiani la frase può essere assimilabile alla storia del becco bastonato, è ancora più grave che il governo possa in tal modo avviarsi a tagliarsi le gambe lui stesso. A pro di che è difficile da capire. Non così che, di conseguenza, a rimetterci più di quanto hanno già fatto, saranno gli italiani. Tutti e nessuno escluso.