Il linguaggio dei segni, al Pan il diario dipinto di Joan Mirò

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di Fiorella Franchini

In fondo, “la pittura è solo un altro modo di tenere un diario” e le notazioni pittoriche del catalano Joan Mirò si sfogliano in una mostra suggestiva al PAN. Ben ottanta opere tra quadri, disegni, sculture, collage, arazzi, tutte provenienti dalla straordinaria collezione di proprietà dello Stato portoghese in deposito alla Fondazione Serralves di Porto che resteranno esposte fino al 23 febbraio. L’esposizione Joan Miró. Il linguaggio dei segni è curata da Robert Lubar Messeri, professore di storia dell’arte all’Institute of Fine Arts della New York University e direttore della Càtedra Miró presso l’Open University of Catalunya, e allestita assieme a Francesca Villanti, direttore scientifico di C.O.R. Nelle sale che accolgono le nove sezioni, si sviluppa un racconto sull’evoluzione dello stile dell’artista, dal 1924 al 1981, e sul linguaggio utilizzato, in uno scambio tra immagini e parole coniugate secondo una grammatica e una sintassi ben precisa. “La pittura di Miró è una scrittura che bisogna saper decifrare”, affermava Queneau, sottolineando che un dipinto dell’artista poteva essere letto come una poesia. Li chiamò Miroglifici, segni di un linguaggio universale per figure, visibile e decifrabile, una lingua rivoluzionaria ed emozionante fatta di linee, di forme, di colori. Se le prime opere presentano una certa influenza dadaista, in seguito Mirò cominciò ad elaborare uno stile personale e originale, in cui l’influsso del surrealismo e dell’astrattismo diventò molto forte. Iniziò gradualmente a ridurre gli oggetti a semplici sagome, a elementi essenziali, evidenziando, tuttavia, il carattere semiologico delle sue opere, sottintendendo che i segni impressi sulle sue tele rimandassero sempre a forme concrete, come elementi di un codice verbale: “Per me una forma non è mai qualcosa di astratto; è sempre il segno di qualcosa. Per me la pittura non è mai la forma per la forma”. La sua arte è fondata non tanto sull’immagine, quanto sull’emozione: i colori sono brillanti e i contrasti forti, le linee sottili e i soggetti sembrano avere poco hanno a che vedere con la realtà. Le tele si susseguono ed è uno scorrere di figure, stelle, uccelli, di scene apparentemente semplici ma ricche di humour fantasioso, di allusioni liriche e raffinate. Miró disfa le associazioni ordinarie fra espressioni e contenuti, scarta i rinvii automatici di somiglianza con il reale, scompone la materia per ricomporla con le linee, convinto che per un quadro conti quello che “emana, che trasmette”. Ci riavvicina all'”infanzia del mondo” che André Breton scambiò per un’arte “infantile”, non gradendo la sua ricerca di un “al di qua” della cultura anziché di un “al di là” surrealista”, come ha rilevato Ilaria Baratta. Tele, cartoni, pezzi di ferro: tutto può diventare opera d’arte. La sua creatività non si esprimeva solo attraverso la tecnica del dipinto ma anche per mezzo di collage, sculture, monumenti, litografie, ceramiche, scenografie e arazzi. I colori acquistano un significato e partecipano alla resa grafica della materia, rafforzando l’impatto visivo. Colori che si cercano, si congiungono, costruiscono ponti, scale e passaggi segreti con triangoli, cerchi, rombi, quadrati che divengono facce o altre parti di un corpo, animali, elementi naturali, oggetti, secondo una logica colorata e intima. “Amo i colori, tempi di un anelito inquieto, irrisolvibile, vitale, spiegazione umilissima e sovrana dei cosmici “perché” del mio respiro” avrebbe detto Alda Merini. Le immagini nascono dalla sua mente, ma soprattutto dal suo inconscio, e fuoriescono attraverso la sua capacità creativa in un alfabeto giocoso, in una pittura-scrittura mai negativa, sempre alla ricerca di simboli e metafore che rappresentino adeguatamente la propria visione del mondo. Difficile non incantarsi tra i suoi collage, tra le pitture ideografiche che fanno pensare a un’alleanza di popoli, geografie e culture, o davanti ai dipinti selvaggi, espressione della sua rabbia verso una società in cui predominano la follia e l’odio che portano alla guerra, come i Dipinti su Masonite del 1936. Occhi, lune, stelle, globi, forme geometriche, ricordi dell’infanzia e del suo vissuto, ma anche emblemi della sua appartenenza catalana incastonati negli arazzi di feltro e corda o nei sacchi di juta, fino alle Tele bruciate create con il tessitore Royo, nel dicembre 1973. Un video mostra la sua tecnica: Mirò taglia prima la superficie, poi applica delle masse di pigmento su varie zone e allarga l’area con una torcia. In questo modo, rende visibile la struttura carbonizzata del telaio e aggiunge altra vernice, ricominciando il processo, rappresentazione di una sperimentazione estrema della morte del segno. Non sparisce, tuttavia, lo stupore che pervade il visitatore e la sensazione di una musicalità variopinta, fantastica in cui la vera magia è il riaffiorare nell’anima di un’armonia primigenia, di una gentilezza smarrita nel frastuono del mondo.