Il magico Illuminismo del Cristo (s)velato l’antica modernità del principe esoterico

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Per capire Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, occorre pensare in modo diverso l’Illuminismo, il Settecento e, per alcuni versi, l’origine della Massoneria. Studia al collegio romano dei Gesuiti e questo non è solo un dato biografico. La compagnia di Gesù viene soppressa dal papato nel 1773 e poi riammessa nella comunione della chiesa cattolica nel 1814, dopo che tutto, nell’Europa ormai laicizzata, è cambiato. Ma cambiato in che modo? La rivoluzione laicista distrugge chiese e uccide i sacerdoti “refrattari”, ma intanto trasforma il ruolo della chiesa di Cristo da potenza terrena a, ben più piccola, ma imbattibile, potenza dello spirito. E se la rivoluzione francese del 1789 fosse in fondo una rivolta gnostica contro la tradizione della chiesa di Roma, contro quindi l’apparenza del regno per raggiungere, con la paradossalità della gnosi, il regno invisibile? Ma torniamo a Raimondo che studia a Roma, dai Gesuiti, quando nel colleggio si trovano figure come Athanasius Kircher, un membro dell’ordine di Sant’Ignazio che studia la musica, arte esoterica e profonda, e si occupa di tradizioni egizie. Il sacerdote austriaco tradurrà gran parte degli obelischi presenti, in un tessuto che appare come tracciato mistico e fu sepolto alla Mentorella, in una Chiesa dedicata alla Madonna con il suo solo cuore, non con il resto del corpo. Il culto della Madonna è il tracciato di un Cristo sapiente, e la Santa Vergine indica la strada per dedurre dal testo evangelico le leggi che mandano via i dèmoni e curano i corpi. Molti papi sono andati a pregare in quella chiesa dopo essere stati eletti, e dalla Mentorella, sui monti Lattari, si vede il punto esatto in cui attraccò la nave romana che portava la statua di Iside nella capitale dell’impero. Tutti indizi, come quello che mette in correlazione la presenza al collegio di Raimondo con l’insegnamento, in quegli stessi anni, di Giuseppe Francesco Borri, l’alchimista che inventò la ben nota porta magica che si trova nell’area di piazza Vittorio, a Roma. Il “giustiniano bono”, Borri, quindi, delle famiglie patrizie romane, per le quali scrisse e attuò esperimenti magici e preparò, ricordandosi di Athanasius Kircher, preparati terapeutici. Gli indizi continuano, ma vorrei anticipare la mia tesi di fondo, ovvero che l’Illuminismo è il fenotipo di un particolare genotipo, ovvero esso è la manifestazione profana di una tradizione magica che, poi, nel turbine della politica d’abord, come diceva Pietro Nenni, si trasforma in altro. Detto ancora più esplicitamente, noi non abbiamo ancora capito l’Illuminismo, e quindi il nostro mondo, perché non ne abbiamo ancora compreso le radici esoteriche e magiche. Frances Yates ha parlato, in un contesto in gran parte anglofono di “Illuminismo rosacruciano”. Ma, pur senza negare i risultati analitici della Yates, io penso che l’Illuminismo magico, ovvero tutto l’illuminismo prima della sua elaborazione politica e propagandistica, sia molto più grande della stessa tradizione Rosacroce. Ovvero, in termini politici, e quindi secondari, l’esoterismo illuminista è il nucleo della rivelazione sapienziale, mentre la politica non segue, o non ha seguito, tutto il meccanismo della sua tradizione. Raimondo di Sangro inventa un turbinìo di strumenti e di tecniche: possiamo ancora osservare le “macchine anatomiche” ottenute mediante una ancor oscura “metallizzazione” delle vene e delle arterie, il palco pieghevole, il cannoncino da campagna, testimone della esperienza e della passione di Raimondo per l’arte della guerra, simbolo terreno di ben altre guerre, l’archibugio a retrocarica, altra testimonianza della passione per la teoria della guerra, quella che allora si chiamava “strategia” e che era, classicamente, tattica, una macchina idraulica capace di spingere l’acqua a qualsivoglia altezza, la “Carrozza Marittima” che spaventa Posillipo in una estate del 1770, che entra in mare con i cavalli, che erano di sughero, i tanti marmi alchemici, e io ho dato nel mio testo la “ricetta” del velo di marmo del Cristo nella cappella Sansevero, di cui parleremo, il lume eterno, che proviene, l’ho scritto, da una tradizione ebraica del medioevo tedesco, le tante medicine dell’epoca, e anche le polveri, da buon napoletano, per i giochi pirotecnici. Ecco, a parte l’indubbio genio personale del personaggio, che è testimoniato proprio dalla sua multiformità, la chiave del suo progetto simbolico (non oso dire politico) ovvero la trasformazione del tempo presente sulla base della tradizione sconosciuta, quella stessa che la Massoneria, da poco costituitasi ufficialmente, proponeva ai suoi adepti. La tradizione sconosciuta di Raimondo di Sangro è quella della alchimia e della magia sapienziale che si sono interrotte per vari motivi nel lasso di tempo tra Rinascimento e guerre europee (e qui il nesso con i Rosacroce) e che è lo stato naturale della civiltà europea, dalle visioni predittive di Nostradamus alla alchimia tra Sei-Settecento, basti pensare che l’uranio viene scoperto e studiato proprio nel 1789, anno-chiave della nostra storia. Ecco, Raimondo di Sangro è un alchimista, certamente, perché rifiuta alcune regole della sperimentazione galileiana, ovvero la misurazione precisa, e la ripetibilità ma, per il resto, alchimia e scienza, così come le conosciamo oggi, sono la stessa cosa, e continuano ad esserlo. Raimondo non fonda “collegi invisibili” come accade ai rosacruciani che fuggiranno in Inghilterra, dediti alla propagazione del sapere tra le classi umili, ma avrà rapporti con la Royal Society che nasce dai Rosacroce tedeschi in fuga verso l’Inghilterra e che sarà formata nello stesso anno della Massoneria apparente, il 1717. Parlare male dell’alchimia, come sapevano i Gesuiti dopo la chiusura dell’Ordine, è una garanzia di copertura e segretezza e molto della moderna mitologia scientista raccoglie temi e scoperte di carattere prettamente esoterico, e di forte impatto simbolico. Basti pensare alla corsa verso lo spazio, che mobilitò negli Usa molti “sapienti”, non solo scienziati, e che nell’Urss fu posta nell’ambito culturale e simbolico della setta dei “creatori dì Dio”. Come vedete, l’Illuminismo è, dal 1789, separato in due tronconi: quello visibile, la retorica della ragione e del rifiuto di tutte le mitologie, e quello invisibile, che genera e decide nei momenti di passaggio, che sono tipicamente snodi alchemici. La cappella di Sansevero, nel cuore storico di Napoli, dove c’era un grande tempio di Iside trasformato in chiesa consacrata alla Madonna, la Pietanella, è il capolavoro e la firma sapienziale di Raimondo di Sangro. La Cappella è storia familiare e tempio iniziatico, in cui chi vi entra si trasforma alchemicamente come le sostanze naturali, ed è poi una macchina metafisica che è destinata a portare in alto il visitatore, come accade alla porta magica di Roma e ad altri strumenti magici in Italia, senza dimenticare che il motto rivoluzionario “Libertà, Eguaglianza, Fratellanza” era già scolpito sull’antico tempio di Salomone. Ecco, quello che ci meraviglia, ancora, è la presenza di questi temi durante tutta la storia occidentale, spesso in filoni eterodossi e innovativi. E se il nostro mondo “moderno” fosse il miracolo alchemico di una tradizione che moderna certo non è, anzi, è la più antica? E se figure come Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, in Puglia, terra toccata da arrivi strani e significativi, dai templari dopo la sconfitta di Hattin fino ai sapienti arabi ed ebrei in relazione a Federico II di Svevia, fossero i punti esoterici e solo parzialmente visibili di una tradizione unica, come sosteneva René Cucitoti, che si estrinseca come vuole? Non sapremo mai, malgrado tutto, cosa era davvero, nell’invisibile, Raimondo di Sangro. Forse lo sapremo col cuore, quando lui vorrà, magari in una notte mentre studiamo i testi antichi. È la rivelazione, il mistero della comprensione totale di una tradizione che si fa persona, che non siamo in grado di comprendere appieno, e questo, come mi è capitato scrivendone, mi ha molto inquietato. Raimondo è, tra i pochi altri, l’enigma della nostra civiltà, il punto di collegamento tra l’alchimia e la sapienza illuministica, è ancora il nesso tra queste tradizioni e il Cristianesimo. Perché il Cristo, nella Cappella Sansevero, è velato? Perché deve ancora rivelarsi, non è ancora giunto il suo tempo, e deve coprirsi dagli sguardi dei profani, che non sono degni di lui ma non sono degni di nessuna sapienza.