Il mare dopo il ferro

di Nico Dente Gattola

Il mio amico Giovanni Di Trapani è uno scrittore davvero fecondo, mai banale nei contenuti, che con i suoi libri e con i suoi articoli lascia e non lo dico per piaggeria, un segno nel lettore con riflessioni mai banali.

Anche questa volta con il suo pamphlet “il mare dopo il ferro” dedicato a Bagnoli non ha deluso le mie aspettative.

Uno scritto ma che in poche pagine ha il pregio di portare all’attenzione Bagnoli in quanto territorio dopo più di un secolo, area di rara bellezza che sicuramente avrebbe meritato molto di più.

Un titolo che riassume un ragionamento quanto mai condivisibile, ovvero che dopo l’industria può esserci un futuro che senza andare lontano, deriva da ciò che da sempre caratterizza la zona, il mare. 

Un luogo che a ragione l’autore individua come una perfetta parabola del sistema produttivo Italia: sito con grandi potenzialità che viene sacrificato in nome dell’industrializzazione del paese in nome del progresso e del benessere e che poi a partire dalla fine degli anni 80, simboleggia con la chiusura il declino del nostro sistema industriale.

Di Trapani come accennavo in precedenza ha anche il merito di riportare al centro dell’attenzione il luogo in quanto tale, la località che per anni è stata oscurata prima dalle ragioni industriali della produttività e poi dal dibattito, a tratti sterile, sulla riconversione dopo che il polo siderurgico aveva chiuso.

Difatti ci ricorda come Bagnoli in cambio dello sviluppo, con tutto ciò che ne significava, ovvero posti di lavoro, progresso e sviluppo abbia accettato la realizzazione di una fabbrica che ha avuto un impatto principalmente dal punto di vista ambientale: insomma una sorta di patto che ad un certo punto è stato tradito con la chiusura dell’Ilva.

Ilva che per anni ha scandito la vita del quartiere, condizionando ogni abitudine e ogni attività a cominciare da quelle commerciali: per dire ricorda l’autore come i bar fossero organizzati in modo da soddisfare la clientela anche del turno di notte e come le strade attorno al plesso fossero animate ad ogni ora.

Naturale che con la chiusura nulla fosse più come prima e di come la zona divenne abbastanza velocemente una sorta di “non luogo”, per certi aspetti spettrale, in poche parole privo di vita.

Però e qui sta il merito dell’autore che lo sottolinea con forza, il luogo Bagnoli in quanto tale continua ad esistere e deve tornare al centro dell’attenzione perché Napoli non è solo i suoi monumenti, il lungomare ma molto altro, come per i dischi di un tempo in vinile c’è una sorta di lato B la zona Flegrea cui si accede percorrendo due tunnel che ci regala una città altrettanto spettacolare.

Solo che come ogni disco va ascoltato, bisogna comprenderla, comprendere come l’ex Ilva abbia delle prospettive, con una bellezza che decenni di profonda industrializzazione non hanno intaccato ed ecco che i progetti attuali sono tutt’altro che fuori luogo poiché tendono a valorizzare il luogo, in linea con la sua storia e tradizione antecedente all’Ilva.

Naturale che ad un certo punto la riflessione dell’autore si soffermi anche sulla Coppa America che interesserà l’area, argomento che viene affrontato con obiettività e lucidità.

Di Trapani infatti da un lato osserva che ci saranno delle ricadute positive in termini di sviluppo e di prospettive ma dall’altro sottolinea come il futuro di Bagnoli deve prescindere dal grande evento ma deve vivere di una sua progettualità.

La Coppa America per carità è una spinta importante per far ripartire la zona ma da sola non basta perché passato l’evento Bagnoli tornerebbe ciò che è stata per anni, un deserto.

Insomma dopo tante discussioni forse è arrivato il momento in cui la zona può voltare finalmente pagina.

Concordo con l’autore, forse il modo migliore di rendere onore a coloro che hanno lavorato per decenni nell’acciaieria Ilva è quello di dare un futuro al sito, il passato non deve essere cancellato ma non può impedire di trovare una nuova dimensione, poiché ci deve essere vita dopo l’Ilva.

L’industrializzazione a inizio del novecento è una ferita soprattutto se la vediamo con gli occhi del nostro tempo, forti di una sensibilità ambientale in passato sconosciuta con un progetto che nelle intenzioni doveva creare un polo industriale in una zona altamente depressa del mezzogiorno come Napoli.

In conclusione lo scritto dell’amico Vanni Di Trapani ha il pregio di sviluppare una riflessione serena ed obiettiva che non si lascia andare a critiche o propone ricette per un rilancio, semplicemente suggerisce di lasciare riprendere all’area la sua vocazione naturale nel rapporto con il mare .

Il tutto senza dimenticare il passato ma senza retorica e senza inutili iperboli, purtroppo protagoniste del passato che hanno regalato anni di discussioni sterili, senza portare alcun risultato concreto.

Forse dopo il tempo dell’immobilismo Bagnoli sta finalmente uscendo dalla sua dimensione di “Bella addormentata”, di sicuro “il mare dopo il ferro” è uno scritto utile per avviare una discussione sul punto finalmente concreta che porterà un contributo valido alla discussione.

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